Scrivere su Letterboxd. Recensioni raccolte / 1

Scrivere due righe di commento su Letterboxd per un film visto: da esercizio occasionale a ottima abitudine, che aiuta a ricordare le cose importanti e non perdere pezzi per strada. Raccolgo qui dieci commenti che ho scritto di recente per altrettanti film, ché rileggere tutto in un unico posto fa benissimo, anche per capire cosa funzioni e cosa meno nella scrittura. Però principalmente metto tutto qui perché vorrei davvero che li guardaste, questi film, visto che stanno tutti tra il buono e l’ottimo – c’è addirittura un capolavoro moderno qui in mezzo. Buona visione, dunque!

BERNIE
Richard Linklater, 2011

Se c’è una cosa di cui sono certo, è che alla fine di questi anni ’10 Richard Linklater sarà considerato uno dei registi più importanti del decennio. Il quartetto di film prodotti finora è impressionante, per varietà e qualità media: da Everybody Wants Some a Boyhood, da Before Midnight a Bernie.
Quest’ultimo è un po’ la mosca bianca della produzione del cineasta texano, tratto da una storia vera e venato di un umorismo nero che rende surreali anche i momenti più drammatici. Ottimo il terzetto Black / MacLaine / McConaughey – in particolare il primo, che offre una performance memorabile, teatrale il giusto.
Alla fine, comunque, il tratto comune a tutto il corpus Linklater-iano a emergere con forza anche qui è la volontà documentaristica che rende le sue opere di fiction così calate nel reale e rappresentative di contesti e periodi specifici: gli anni ’70 e ’80 di Dazed And Confused ed Everybody Wants Some; la giovinezza di Boyhood; la comunità bohemienne di Austin in Slacker e i rapporti a 20, 30, 40 anni della trilogia Before. E infine, lo spirito comicamente conservatore della Carthage di Bernie, pur nel periodo più florido per i progressisti statunitensi – la metà degli anni Novanta.

LA BICICLETTA VERDE
Haifaa Al-Mansour, 2012

Un piccolo film che si costruisce uno spazio tutto per sé nel cuore dello spettatore. Con la calma di chi ha qualcosa di giusto da dire, Haifaa Al Mansour racconta di Wadjda, bambina saudita di dieci anni che vuol comprarsi una bicicletta a dispetto di ogni imposizione. Dentro gli occhi di lei c’è tutto: il fastidio e la rabbia per l’impossibilità di scegliere e scegliersi; lo sberleffo continuo per norme incomprensibili; la gioia della prima volta di ogni cosa e la voglia di prendersi il mondo.

CUORI PURI
Roberto De Paolis, 2017

Un’opera prima che offre uno sguardo sulle cose e sul cinema già pienamente maturo.
La storia è quella di Agnese e Stefano, i due cuori del titolo: lei, 18 anni, costretta dalla madre a una religiosità dogmatica e opprimente; lui, 25, ingabbiato in una realtà di lavori precari e genitori spiantati da mantenere. Si troveranno e perderanno, ma vorranno cercarsi di nuovo, nonostante tutto e se stessi.
Attori splendidi – non solo i due protagonisti, ma anche i comprimari Stefano Fresi e Barbara Bobulova – e un’idea di cinema stretta parente di quelle di Claudio Caligari e Claudio Giovannesi. Soprattutto, una rappresentazione della realtà mai facile e consolatoria, nella quale i ragazzi cercano in ogni modo di mantenersi puri in un mondo ferito.
Da vedere in parallelo a Fiore, altro gran film italiano di questi anni che non cerca strade comode per raccontare il disagio e la forza di chi non può evitare, sin da subito, di dover compiere scelte importanti.

ELLE
Paul Verhoeven, 2016

“Perché?”, si chiede uno dei personaggi chiave di Elle, verso la fine del film. La stessa domanda che si porranno molti spettatori alla fine della proiezione di uno dei film più sorprendenti di questa stagione cinematografica.
Paul Verhoeven, quasi ottantenne, mette in scena una cosa che sta all’incrocio fra dramma familiare, thriller e commedia nerissima, con una girandola di personaggi orribili a vari livelli.
Compresa la protagonista, Michelle, interpretata da una incredibile Isabelle Huppert: una donna che, nonostante la premessa drammatica farebbe presagire altri sviluppi, non perde occasione per tradire, svilire, sbeffeggiare, infastidire il prossimo – in poche parole: per essere semplicemente se stessa.
Due ore e dieci minuti in cui davvero non si salva nessuno, e proprio per questo ne vien fuori un gran film: amorale e bastardo, storto, esplicito ed eccitante. Incidentalmente divertentissimo.

GOSFORD PARK
Robert Altman, 2001

Capolavoro dell’ultimo Robert Altman, Gosford Park trae ispirazione tanto dalle atmosfere di Agatha Christie quanto da La Regola del Gioco di Renoir – una sorta di giallo corale ambientato in una tenuta di lusso della campagna inglese degli anni Trenta.
Certo, l’opera colpisce dal punto di vista strettamente cinematografico: le interpretazioni curatissime di un cast di proporzioni bibliche, in cui tutti i personaggi hanno diritto alla propria tridimensionalità; l’inestricabile groviglio di dialoghi e sguardi in primo e secondo piano, che fa quasi venir voglia di girare intorno allo schermo per vedere cosa stia succedendo dall’altra parte – ogni scena, un film nel film.
Ma Gosford Park impressiona e commuove per l’attenzione al dettaglio sociale che racconta come e meglio di un saggio i rapporti tra classi sociali nell’Inghilterra dell’epoca: anche per chi ha visto molto, è ben difficile ricordare scene più toccanti di quella in cui Ivor Novello/Jeremy Northam esegue canzoni al pianoforte per allietare la serata dei ricchi, mentre nelle stanze accanto, nell’ombra dei sottoscala e delle cucine vuote, la servitù sogna, si stringe e balla al suono della stessa musica.

OKJA
Bong Joon-ho, 2017

Il nuovo film di Bong Joon-ho, prodotto da Netflix e per questo pietra dello scandalo dell’ultima edizione del Festival di Cannes.
Una bella fiaba ecologista con tutto l’estro visivo del regista sudcoreano – la scena dell’inseguimento all’interno del centro commerciale con gli ombrelli “antiproiettile” su tutte – e con tutte le svolte cupe del caso – e in questo caso è facile pensare alla straziante scena pre-finale, al macello.
Visivamente riuscitissimo, soprattutto nell’uso perfettamente credibile della CGI, e con molte frecce al proprio arco, Okja però non raggiunge i livelli del precedente Snowpiercer: resta un’opera assolutamente godibile e originale, che per paradosso non riesce a sfruttare appieno la libertà creativa garantita dalla produzione Netflix.

RODNEY KING
Spike Lee, 2017

Nei giorni in cui cade il venticinquennale della rivolta di Los Angeles, un monologo di 50′ di quelli che qui da noi chiameremmo “orazione civile” e che rievoca la vita (e la morte) di Rodney King, tassista che il 3 marzo 1991 fu vittima di un violento pestaggio da parte di quattro agenti di polizia. L’evento – all’origine degli scontri che l’anno successivo infiammarono per sei giorni la città e lasciarono sul terreno circa sessanta cadaveri – rivive nella voce drammatica e poetica e nella fisicità debordante della performance di Roger Guenveur Smith, arsa dal fuoco della collera di un’intera nazione.

SCAPPA – GET OUT
Jordan Peele, 2017

Get Out comincia con il volto noto di LaKeith Stanfield – che già avevo avuto modo di ammirare almeno in Short Term 12 e Atlanta – e questo aiuta subito a settare il tono del film.
Che, come Atlanta (o Moonlight, anche se in modo più agile), entra di diritto a far parte dei grandi titoli di questi anni dedicati all’analisi del razzismo irredimibile di una parte della società statunitense, che ama dipingersi progressista e si appropria dei simboli della black culture giusto per pulirsi la coscienza.
Solo che questo, a differenza del realismo allucinato della serie di Donald Glover, è un horror/thriller che vi farà venire in mente La Notte dei Morti Viventi e che sapientemente intrattiene, diverte e fa pensare per tutti e 100 i minuti di durata.
Un esordio alla regia davvero riuscito, quello di Jordan Peele, che dà molto più di quello che una veloce scorsa alla sinossi potrebbe far immaginare. E applausi per un cast che non sbaglia un colpo.

SMETTO QUANDO VOGLIO
Sidney Sibilla, 2014

Se il cinema italiano di questi anni si è dato una bella svecchiata, lo si deve a film come questo – e ai suoi fratelli maggiori Non Essere Cattivo e Lo Chiamavano Jeeg Robot.
Smetto Quando Voglio di Sidney Sibilia aveva tutte le carte in regola per diventare un piccolo oggetto di culto, e di fatto lo è diventato, guadagnandosi già un seguito (Masterclass) uscito nel 2017: l’impalcatura narrativa è solida, le battute sono taglienti e le intepretazioni ben centrate, con mezzo cast di Boris a dare vita a ottimi personaggi, inconsueti per il cinema nostrano ma che pescano a piene mani dalla serialità americana di questo decennio (tanto che certi scambi al vetriolo sembrano addirittura *tradotti* di peso dall’inglese).
Magari si potrebbe obiettare che il finale sia un po’ troppo affrettato, con molta carne al fuoco, ma l’ultima scena prima dei titoli di coda è un twist acido e brillante, che – giusto per non sbagliarsi – leva con un colpo d’accetta ogni possibilità di buonismo e redenzione allo script.
Bravi tutti, quindi.

SUPERSONIC
Mat Whitecross, 2016

Come le più grandi pop band della storia, gli Oasis hanno saputo definire un genere, un periodo, un Paese intero: pensare all’Inghilterra 1995 senza pensare al suono arioso delle loro chitarre e alle loro melodie è impresa impossibile.
Supersonic racconta le origini del mito dei fratelli Gallagher fino al 1996, per il canto del cigno di Knebworth: dalle case popolari di Manchester a concerti per 250.000 spettatori, sempre con lo stesso spirito rissoso del punk che non vorresti incontrare al bar sotto casa. Poi si sono persi, artisticamente, ma onestamente: sarebbe stato possibile andare oltre, stanti quelle premesse? Parrebbe proprio di no.
Un documentario emozionante, in cui rivivono il bello degli anni Novanta e uno spirito che – come lo stesso Noel ha modo di ribadire – difficilmente si potrà ritrovare nell’era di Internet (quel senso di comunità di intenti, di *raduno*). Da vedere, prima di andare a rimettere sul piatto quei due dischi leggendari per ricordare com’era uno degli ultimi, grandi fenomeni pop.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s