If dreams are like movies. La musica nel cinema degli anni Dieci

Al cinema ci sono arrivato tardi. Avevo 27 anni quand’è successo, e il mio tramite è stato come sempre la musica. Sono passati sei anni da allora, e i momenti più memorabili della mia esperienza di appassionato – quelli che proprio non riesco a dimenticare, tanto mi tormentano le notti – sono quelli in cui l’incastro audio/video è così perfetto da farmi scordare perché quelle note e quelle immagini siano state separate, prima e dopo. E qui raccolgo un po’ di pezzi che hanno accompagnato scene per me indimenticabili nel cinema del decennio che stiamo vivendo.

Lo chiamavano Jeeg Robot

I am ready, I am fine

Prima di tutto: c’è un regista che sta segnando questi anni, secondo me. Perché gli eroi son tutti giovani e belli, e Xavier Dolan – anche se il suo ultimo film è invero piuttosto fuori fuoco – è un talentaccio di quelli che fanno epoca, a occhio: Mommy (2014) sarà ricordato come il suo capolavoro e uno dei film più belli del decennio, insieme a Laurence Anyways (2012), anche e soprattutto per via dell’innata capacità del cineasta canadese di creare meccanismi a orologeria e coloratissimi di suoni e visioni e non è davvero un caso che qui si manifesti al proprio massimo l’abilità di Dolan di creare meccanismi perfetti e colorati di suoni e visioni.

Pensate alla tempesta di vestiti – perfetta e variopinta – che vi travolge in Laurence Anyways, mentre A New Error di Moderat scorre e il beat del brano diventa quello della pioggia; pensate alla Wonderwall infilata a tradimento in Mommy, nel momento in cui le mani del protagonista che cambiano il formato dell’immagine davanti ai vostri occhi increduli; o ancora alla Colorblind dei Counting Crows, che incastra il senso d’inadeguatezza di Steve in poche note di pianoforte.

Però io ho iniziato nel 2011, con il cinema. E quello, per me, sarà sempre l’anno di The Tree Of Life e Drive.

Lacrimosa

Se ci penso, non credo esista un regista bistrattato quanto Terrence Malick, oggi come oggi. Una di quelle cose che mi mettono tristezza, data l’unicità di un percorso – quello del regista dell’Illinois – che non ha eguali negli ultimi quarant’anni di cinema. E se è vero che i suoi ultimi film non presentano che minime variazioni su un canovaccio che appare ormai statico, è pur vero che quella cosa lì l’ha inventata lui e non è ancora nato chi sappia imitarla per farne qualcosa di nuovo.

The Tree Of Life è il suo apice nel nuovo millennio e un classico contemporaneo dall’ambizione tanto sfrenata da infilare mezz’ora di immagini sulla creazione secondo Malick, dal big bang ai dinosauri ai giorni nostri. Sopra a tutto questo, svetta il Lacrimosa del Requiem for My Friend del compositore polacco Zbigniew Preisner – un uso magistrale della classica che è stato avvicinato di recente solo da Lars Von Trier nell’introduzione a Melancholia, con il Preludio del Tristano e Isotta di Wagner.

Poco più avanti, Jessica Chastain corre per casa e poi in giardino, inseguita dai suoi figli: il marito violento se n’è partito per un viaggio d’affari ed è nuova libertà per moglie e ragazzini. Il pianoforte barocco delle “barricate misteriose” di Francois Couperin è l’accompagnamento perfetto, anche per chi, come me, di classica non sa nulla. Quelle note lievi non sono una colonna sonora: diventano letteralmente i passi veloci della giovane donna – e il brano è ripreso almeno altre due volte, nel corso della pellicola, sempre in modo altrettanto affascinante.

Nicolas Winding Refn è un altro regista controverso. Sono gli anni ‘80 dei club più cupi e ambigui, laddove lo stile di Dolan sarebbe invece luminoso e perfetto per una San Junipero. Drive è un po’ la mosca bianca – per modo di dire – della sua filmografia, un’opera in cui la violenza, le notti al neon e l’amore non detto si sposano alla perfezione, a costruire il cult noir per eccellenza di questi anni.

Bisognerebbe citarla tutta, questa colonna sonora, ma so che porterò per sempre nel cuore la straordinaria introduzione – appena dopo l’inseguimento iniziale – con i titoli di testa fluo, il driver silenzioso Ryan Gosling, i tentacoli di Los Angeles e il battere metronomico e stordito della Nightcall di Kavinsky.

Ma il momento più alto, per me, è quello in cui si ha per la prima volta consapevolezza della complicità, della scintilla tra i due protagonisti – Ryan Gosling e Carey Mulligan – che non ha bisogno di parole, ma solo di un pomeriggio passato insieme, a prendersi cura l’uno dell’altra. Ecco: senza l’electro-pop di A Real Hero quella scena non avrebbe peso, e viceversa; e invece così sembra diventare tutto ciò che c’è da sapere sull’amore.

Space and time

Il Paul Thomas Anderson cui voglio più bene è quello più emotivo. Non c’è nulla da fare: per quanto mi sforzi, capolavori come Il Petroliere o The Master mi colpiranno sempre più alla testa che al cuore e allo stomaco. Non è così per meraviglie magari eccessive e imperfette come Boogie Nights o Magnolia, o il recentissimo Vizio di Forma. Proprio lì dentro, le gambe senza fine di Katherine Waterstone si intrecciano a quelle goffe di Joaquin Phoenix in una corsa stonata sotto la pioggia – ricordi di un tempo felice che non esiste più, e che solo il Neil Young malinconico e disilluso di Journey Through The Past può accompagnare con l’adeguata delicatezza (qui sotto, dal minuto e mezzo in poi).

Lo scorrere del tempo – in chiave filosofica – è il tema portante di tutta la filmografia maggiore di Richard Linklater. Posto che Boyhood resterà per me il film della vita – e l’incubo di tutti gli amici che ho tormentato a riguardo – la colonna sonora è unicum che riflette “i gusti delle persone che vivono nel film, piuttosto che quelli di chi l’ha creato o di chi lo sta guardando” (e cito ancora una volta Jack Hamilton di Slate). Tanto che la canzone portante del trailer è un pezzo che sembra scritto apposta per il leitmotif che il film porta avanti sin dal modo unico in cui è stato concepito: “the moment seizes us”.

La musica è poi anche uno degli elementi cardine dell’ultima opera di Linklater, quell’Everybody Wants Some che riprende in ottica leggermente più delicata i toni e i temi del suo padre spirituale, Dazed And Confused. Le 48 ore che precedono l’inizio del college diventano per i protagonisti un’introduzione ai dubbi dell’età adulta; proprio per questo, al di là delle scorribande alcoliche dei personaggi, uno dei momenti-chiave del film si ha nelle nubi pensierose del “mattino dopo” che si addensano su Jake e Beverly. E sotto la musica va, e questa volta sono i Dire Straits di Hand In Hand – scusate, ma qui la scena non l’ha rippata nessuno, su Youtube.

Se c’è un regista/produttore che invece sembra proprio perso in un momento storico specifico della storia della settima arte, questo è J.J. Abrams. Senza contare i reboot di Star Wars e Star Trek, il suo Super 8 è il tributo più palese alle passioni della sua infanzia – i summer movies, Spielberg, E.T. – e l’accoppiata “ragazzini alle prese con alieni e b-movie” e “colonna sonora d’epoca” raggiunge l’apice nei pochi secondi in cui si sente Bye Bye Love dei Cars.

Solo un paio di giorni fa, però, ho messo le mani su 10 Cloverfield Lane – ultima fatica della sua Bad Robot e opera prima di Dan Trachtenberg alla regia – e ci ho trovato un momento straordinario, che proprio non poteva mancare in questa selezione: I Think We’re Alone Now di Tommy James & The Shondells è un’oasi di relax che più assurda non si potrebbe, dato il contesto.

Eppure lì – ironica e isolata – funziona alla grande ed è anche una splendida autocitazione da uno dei momenti più centrali della televisione degli anni zero, ovvero l’introduzione della seconda stagione di Lost, quando, senza alcun preavviso, siamo catapultati in quell’abisso di mistero che è la botola.

Random Access Memories

Poi, quando gli aggettivi finiscono e gli avverbi pure, posso solo fare elenchi di suggestioni ed emozioni, che poi le canzoni le trovate tutte nella playlist qui sotto e i film li dovete per forza vedere. E allora via.

Luca Marinelli che canta Anna Oxa e Carey Mulligan che interpreta New York, New York. Greta Gerwig che corre per le strade di New York con Modern Love di David Bowie, che accompagna con Heroes anche il glorioso finale di Noi Siamo Infinito. Come On Eileen saltata in mezzo a una sala da Logan Lerman, Emma Watson ed Ezra Miller e Les Temps de L’Amour che fa da colonna sonora a primi baci e primi balli di Moonrise Kingdom. La danza sensuale delle ragazze di Diamante Nero sulle note di Rihanna e quella sbronza e innamorata di Obvious Child nella commedia che porta lo stesso nome. L’air drumming autistico e metal di Christian Bale sui Mastodon e i vampiri romantici di Solo Gli Amanti Sopravvivono che danno un suono alla notte che scende sull’umanità. I titoli di testa di The Hateful Eight affidati a Ennio Morricone e quelli di End Of The World di Edgar Wright che fanno battere il piede con la leggendaria Loaded dei Primal Scream. I finali strappalacrime di This Is England – con cover degli Smiths – e Frank – con singolo improbabile cantato da un commosso e commovente Michael Fassbender. I titoli di coda di Take Shelter con il country-folk da cuore in tempesta di David Wingo o a quelli nero pece di One More Time With Feeling, lo straziante docu-drama in cui Nick Cave cerca di scendere a patti con la morte del figlio quindicenne Arthur. Che è poi la voce che intona Deep Water mentre la pellicola svanisce ma noi restiamo inchiodati lì, come se non ci fosse nessuna valida ragione per lasciare andare quella mano che nessuno – nè il padre, nè noi – potrà più stringere.

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