I am in love and you are to blame. Due anni con i Beach Slang

Questo pezzo l’avevo scritto per un sito amico, fatto da amici. Doveva uscire lì, ma per un po’ di motivi alla fine non se n’è fatto nulla. Però mi pesava l’idea di non metterlo da nessuna parte, perché qui si parla di canzoni speciali, di quelle che ti buttano giù dal letto la mattina e danno una ragione per continuare a cercare persone che si sentono come te.

Beach Slang

They kicked our teeth, called us freaks, you’re not alone

Ascolto musica seriamente – e serialmente – da parecchi anni; più di una quindicina, direi, che è più di metà della mia vita. E in tutto questo tempo, tutto ciò che ho sempre desiderato premendo play non erano canzoni o suoni, ma qualcuno che se ne uscisse dalle casse del mio stereo per afferrarmi alla gola e obbligarmi ad ascoltare.

Ecco: poco più di un anno fa mi sono imbattuto in questo quartetto di Philadelphia, i Beach Slang, che all’epoca aveva all’attivo un paio di EP. Immaginatevi di essere cresciuti con tutti gli eroi indie-rock raccontati da Michael Azerrad in “Our Band Could Be Your Life” – gli Husker Du e i Replacements su tutti – e all’improvviso vi ritrovate davanti una nuova band capace di riportarne in vita il suono appiccicandoci sopra un cuore grande così, un senso di comunità unico – come un grosso adesivo “ci siamo dentro insieme” – e con la voglia di tendere una mano a tutti i ragazzi incasinati di questo mondo. Un’epifania, in pratica.

Il leader, James Alex, è uno che ha già passato i quaranta – i suoi compagni sono decisamente più giovani. Ma basta un’intervista qualsiasi per capire che la tensione che butta in ogni strofa e in ogni ritornello non è quella di un adolescente degli anni ottanta che cerca tristemente di rivivere i fasti dei propri anni verdi. No, qui c’è davvero un uomo che ha qualcosa di importante da dire adesso e la voglia di arrivare al cuore di chiunque si metta in ascolto, fossero anche dieci persone: non è un caso che la frase con cui il frontman apre ogni concerto sia “we’re Beach Slang and we’re here to punch you right in the heart” – e diavolo se l’hanno fatto, le due volte in cui li ho visti live.

You are how The Smiths sound when they’re falling in love

Il loro primo EP è programmatico fin dal titolo, “Who Would Ever Want Anything So Broken?”. Quattro canzoni, che però dicono già tutto: c’è l’attacco con il cuore in gola di “Filthy Luck” e c’è l’indie punk a rotta di collo “Punk Or Lust”; ci sono le chitarre ad alto volume e c’è l’urlo sussurrato e rauco del cantante. E c’è la loro canzone forse più bella, “Get Lost”, che ha almeno tre “momenti rock” da antologia – una categoria dello spirito, nel mio mondo di ascoltatore maniaco, l’attimo in cui riesci a figurarti il vuoto nero dello spazio profondo intorno alla band nella sala da concerto, e non esiste nient’altro che sia più importante di quel suono:

  • I wear your scars on my knuckles, babe / to keep you soft”: la promessa di prendersi cura di te, di esserti vicino, già nell’attacco solo voce e chitarra;
  • these books and bars and this honesty / they’re all I’ve got”: qui entra la batteria e tutto diventa un inno da suonare in ogni camera dimenticata, se la vita non è quella che avresti voluto;
  • I watch your palm hug your guitar / it buzzes like a bomb”: lo stacco non manca mai nei pezzi dei Beach Slang, e anche qui è capace di zittire tutto quello che sta intorno.

Tutto in un’unica canzone, e se vi par poco – in fondo sono versi rock’n’roll di terza mano, potrebbero dire i cinici: ma chi ha bisogno di cinismo, onestamente? – date un’occhiata a come riesce a farla suonare James Alex in versione acustica.

Qualche mese dopo esce “Cheap Thrills On A Dead End Street”, e di nuovo abbiamo per le mani quattro pezzi che rimescolano gli stessi ingredienti, senza che si senta il bisogno di aggiungere altro. Avete mai pensato che una canzone avesse le parole giuste, ma non trovasse i suoni adatti? Oppure che il suono e il tiro fossero perfetti, ma che le parole non fossero all’altezza? Ecco: i Beach Slang questa cosa qui l’azzeccano quasi sempre, e mostrano quanto sia difficile mantenere le cose semplici e continuare a tenerti in ascolto, aggrappato. Dentro al nuovo EP – pubblicato alla fine del 2014 – i ritmi sono un pelo meno vertiginosi, anche se “American Girls And French Kisses” non scherza; e poi c’è la loro prima ballad acustica, “We Are Nothing”. Nulla che sia meno di un inno, fin dal titolo, ma non scordatevi mai le copertine e nemmeno il loro Tumblr: un esercizio di teen world-building memorabile anche dal punto di vista estetico, un po’ come gli Smiths facevano con le indimenticabili cover dei loro album.

Don’t whisper now, we’re allowed to be loud

Comincia con un respiro, il primo vero album dei Beach Slang, come se la band volesse darci un attimo prima di buttarsi a capofitto nelle dieci canzoni di “The Things We Do To Find People Who Feel Like Us” – niente metafore, qui: vivaddio è tutto spiegato. Estetica loser, epos springsteeniano e un sogno rock’n’roll da acciuffare: in due minuti, “Throwaways” ci introduce al mondo di James con tiro pazzesco e piglio cinematografico – non è difficile immaginare titoli di testa di una pellicola indipendente con un ragazzino di qualche triste suburbia che in cuffia e nel cuore abbia questa musica. Sentite qua.

Se volete proprio le differenze con i pezzi precedenti, beh, qui il suono è certamente più curato (si sente pure qualche sospensione shoegaze, nel mare di chitarre) e i ritmi si fanno variegati: se sono i brani tirati a fare al caso vostro, di sicuro non dovreste perdervi “Ride The Wild Haze” o “Young & Alive”, veri e propri singalong da cantare puntando il dito al cielo; se invece preferite andare sui mid-tempo, arte in cui decisamente i Beach Slang eccellono, puntate sul singolo “Bad Art & Weirdo Ideas” e “Noisy Heaven”. E se vi pare che la band già a questo punto della carriera rimastichi sempre le stesse idee, non fatevi ingannare: la novità stilistica e l’invenzione lessicale non sono veramente il punto, qui; piuttosto c’è da abbracciare un approccio alle cose della musica e della vita che travolge, un desiderio di esorcizzare le paure e celebrare gli anni giovani che genera meraviglie come la conclusiva “Dirty Lights” e la ballata acustica “Too Late To Die Young” – pure gli archi, nella versione da studio: una cosa che non ci si crede per quanto è bella.

We’re not fucked, we are fucking alive

Facile, eh, aprire con un disco con una progressione di accordi già sentita mille volte e frasi che sembrano prese dal manuale del perfetto rocker stradaiolo? E invece no, per niente. Perché in questi anni in tantissimi hanno seguito la strada dell’indie-rock chitarristico delle origini, ma nessuno ha saputo sfornare ritornelli a ripetizione come i Beach Slang – forse Japandroids e Cloud Nothings, ma non hanno mai avuto questa capacità di sfondare la quarta parete. Nell’estate 2016, il batterista JP Flexner ha lasciato la band dopo diversi screzi che ne avevano minato l’esistenza; un evento che poteva essere fatale per un progetto che fa del senso di unione la propria ragion d’essere e che aveva fatto temere il peggio per il nuovo album. E invece, quando a fine settembre è uscito “A Loud Bash Of Teenage Feelings”, James Alex, Ed McNulty e Ruben Gallego si sono presi un nuovo batterista e hanno buttato lì una bomba subito in apertura.

Il disco è scritto in tour, e si sente: non solo perché è ancora più schietto del precedente – prendete “Atom Bomb”, praticamente un’unica tirata punk-rock senza soluzione di continuità – ma anche perché questa volta i racconti di adolescenze difficili e vite riprese per i capelli sono quelli dei ragazzi incontrati ai concerti in giro per il mondo. E ne son venuti fuori altri dieci pezzi di qualità media elevatissima: se si esclude la conclusiva “Warpaint” – purtroppo una canzone cui mancano decisamente fuoco melodico e impatto – tutto il resto vola davvero alto, a partire da “Spin The Dial” e “Punks In A Disco Bar”.

Se cercate un senso e un centro precisi all’ultima fatica della band, questo pezzo è proprio quello adatto. Perché liricamente e visivamente vanta un immaginario spettacolarmente definito e accurato – come quando Linklater parla di ragazzi, per darvi un’idea; perché sonicamente è un puro apocrifo Replacements: prendete “Bastards Of Young” scambiandone accordi e sezioni e avrete “Punks In A Disco Bar”; e perché sta proprio al culmine di quel cambio di prospettiva di cui dicevamo prima, il passaggio da una prospettiva autobiografica a una più collettiva, dalla dimensione celebrativa e in presa diretta a quella malinconica del passaggio all’età adulta, che qui e là fa capolino.

Insomma: tre anni di vita, meno di trenta pezzi pubblicati che girano intorno agli stessi temi e agli stessi suoni. E non è Bon Iver o qualsiasi altra cosa sia considerata cool o centrale, oggi, per la critica e il mainstream – che parola senza senso, nel 2016, questa. Però, per chiunque abbia a cuore il cuore della musica, non si può fare a meno di ascoltare e far ascoltare e amare i Beach Slang. Fatelo finché c’è tempo, perché James Alex ha le idee chiare in proposito:

Once it stops being fun, why are you doing it? That goes for anything I do in life. If for a season I really enjoy gardening, I’m going to garden the hell out of that thing. But if next spring I go out there and it’s not doing it for me, I’m going to stop gardening. It’s the same thing as rock’n’roll.

Beach Slang quote

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s