Just don’t leave. Dieci cose dal Primavera 2016

each evening the sun sets in five billion places,
seen by ten billion eyes set in five billion faces,
then they close in a daze and wait for the dawning,
but the daylight and sunrise are brighter in our eyes,
where night cannot devour golden solar power

Anche quest’anno si torna dal Primavera e si riprende con la solita routine – e ho ben poco di che lamentarmi, sia chiaro, sebbene ogni routine che non preveda chitarre jangle cominci a provocarmi seri fastidi. Invece del solito post chilometrico, però, ho deciso di raccontare la mia settima trasferta barcellonese in dieci piccole istantanee da dieci concerti cui ho avuto la fortuna di assistere nei miei tre giorni di permanenza. Quindi: eccole qui, in ordine rigorosamente sparso, anche come sorta di ringraziamento per gli amici che mi hanno sopportato.

amici primavera

Now that you’ve found it, it’s gone

Comincio dai Radiohead, per la qualità e la generosità della setlist proposta il venerdì sera, che suonava come un greatest hits senza mai sembrare facile nemmeno per un secondo. Merito dei brani di A Moon Shaped Pool, un disco appena uscito che già suona all’altezza di alcune delle loro cose migliori del nuovo millennio; e merito di una cura per il dettaglio che non ha eguali anche quando si lascia che il pubblico intoni melodie immortali come quelle di No Surprises, Karma Police, Paranoid Android, Idioteque, There There e Street Spirit. In cima a tutto, però, nel mio ricordo, ci sarà per sempre il momento in cui Thom Yorke si arrampica verso il cielo con quell’inimitabile falsetto – dolorante e doloroso – nel mezzo di Nude e la sua immagine sullo schermo svanisce in una luce bianca e accecante, mentre intorno alla sua voce non c’è più nulla se non il respiro trattenuto di noi che guardiamo e non riusciamo a capire.

I say Go, you say Feel

Sarà che espressioni come “signora/e del rock” non mi sono mai parse un complimento e mi hanno sempre rispettosamente dato l’orticaria – ogni riferimento a PJ Harvey, di cui ho visto solo sei pezzi, non suoni irrispettoso – ma quando vedo gente come Ty Segall mi torna alla mente cosa sia davvero il rock’n’roll nella sua accezione più basica. In questo caso il rock’n’roll ha la faccia un americano del 1987 dall’indole inguaribilmente cazzara – “what’s the most important part of the day?” chiede insistentemente ai fotografi davanti al pit, prima di rispondere da sé con uno squillante “it’s breakfast!”. E ha il suono di una band esteticamente impresentabile e fantastica, che quando azzanna Diversion o Feel con precisione millimetrica – lo direste mai, di un pezzo garage? – apre voragini e pare nata apposta per far menare gente sfatta e con il sorriso stampato in faccia. Tanto che per un attimo mi pare di stare in mezzo ai ragazzini del video di 1979 dei Pumpkins, solo sostituiti da un’orda di surfisti brutti e ubriachi, mica dei Johnny Utah qualsiasi.

He was easily abused, the devil in his youth

Io ai Protomartyr vorrò sempre bene anche solo per avermi regalato un concerto berlinese in una delle venue più assurde mai viste – come stare in fila in un corridoio con il palco in fondo, in pratica. In questo preciso istante, però, gliene voglio soprattutto perché sono di fatto la migliore punk band in circolazione, con un tiro e dei pezzi pazzeschi come The Devil In His Youth e almeno due dischi fantastici all’attivo. La non-immagine che hanno sviluppato li rende solo più abbracciabili – un bassista che sembra uscito da una seduta di dieci anni di D&D, un chitarrista preso solo dal proprio strumento e un ottimo batterista a costruire la tempesta perfetta per il declamare burbero di Joe Casey, classico baritono con una predilezione per lo sputo punk che si aggira minaccioso per lo stage in giacca, bicchiere e sigaretta d’ordinanza. Imperdibili e centrali, ora come ora, e di un’onestà quasi fastidiosa – se uno si prende la briga di leggere il testo di Why Does It Shake? ne avrà la prova. Bello e importante averli visti dalla prima fila.

Know my name and my hideous mistakes, but I rejoice

Un concerto alle due del pomeriggio, su un palco bellissimo nascosto in un angolo della città; una ragazza del ’95, un microfono e una Fender grande quanto lei. A Julien Baker bastano venticinque minuti e pochi pezzi dal suo unico disco di studio per fare a pezzi i cuori dei presenti con voce limpida e straordinariamente naturale: imprendibile quando rilascia in una volta tutta la tensione di Rejoice, imperdibile per la capacità di gestire le dinamiche di brani come Everybody Does. Soprattutto emerge evidente la voglia di raccontarsi senza infingimenti e senza cadere nello stereotipo trito della cantautrice triste e dimessa – perché quando c’è da sorridere, urlare e sussultare, lei e i suoi vent’anni proprio non si tirano indietro. Prendete nota, perché Julien Baker è davvero qualcosa di speciale.

And what will I do when they die?

Bob Mould all’Heineken Hidden Stage mi porta a un palco in cui non ero ancora stato in tutti questi anni: piccolo e magico come un garage e perfetto per uno dei miei idoli, qui in versione solista ed elettrica. In scaletta i pezzi degli ultimi album, un paio di classiconi degli Sugar e i capolavori degli Husker Du: roba che, in breve, ha inventato trent’anni di indie-rock. La carica e l’energia sono inarrivabili, il timbro è ancora smagliante, ma il momento di emozione massima è per Hardly Getting Over It, la sua ballata forse più bella e commovente. Intorno a me ci sono almeno tre generazioni di fan, tutti travolti dalla carica emotiva di quelle parole e quella voce forte e potente, che cerca di esorcizzare la paura del domani e delle promesse disattese, dei genitori che muoiono e di uno stato di incertezza permanente. Ma non può in nessun modo neanche oggi, ed è questo a renderla ancora così enorme.

Hi, we’re Beach Slang and we’re here to punch you right in the heart

Alla fine, il senso di tutta la musica dei Beach Slang è in queste parole che James Alex usa per introdurre ogni concerto – e questa volta l’hanno detta tre volte, visto che hanno sbagliato ripetutamente l’attacco del primo pezzo. Un pugno nel cuore, con le chitarre e i cori sporchi e scintillanti; una casa per tutti i dropout e i ragazzi strani di questo pianeta. Anche qui è emersa l’onestà brutale di un musicista sempre uguale a se stesso in ogni contesto – pure quello ampio e pure modaiolo del Pitchfork – ma anche il suo inestinguibile desiderio di far passare il proprio messaggio anche a un pubblico che non era quello solito e rassicurante dei piccoli club. In scaletta quasi tutti i pezzi del repertorio e un paio di epiche cover, ma alla fine la cosa più bella è trovarsi a urlare Too Late To Die Young abbracciati a perfetti sconosciuti, per dirsi e dire a James Alex che in qualche modo quelli come noi ce l’hanno fatta anche grazie a lui.

Will you tell me when you find out how to recover the lost years?

Ho visto i Deerhunter al Primavera anni fa, ai tempi di Halcyon Digest – che per me rimane uno dei dischi chiave di questo decennio. Ecco, quello fu uno dei concerti della vita, con un suono che riempiva ogni spazio, come non avevo mai sentito prima e come raramente ho sentito dopo. Sono passati anni da allora e in mezzo sono successe tante cose, ma Bradford Cox è ancora uno dei musicisti più talentuosi della sua generazione, di quelli per cui varrebbe la pena di spendere l’appellativo “genio”. Oggi è un ragazzo nel mezzo dei 30 che pare pacificato rispetto al collasso di nervi tesi che ricordavo, eppure riesce a tirar fuori sempre qualcosa di magico: è successo anche qui, con i pezzi dell’ultimo disco che si sono mescolati a meraviglia con quelli del passato recente. Su tutti, la dolce Living My Life e il micidiale attacco funky di Snakeskin, mille volte più efficace che su disco e incredibilmente capace di rivaleggiare con la maestosa Desire Lines, eseguita solo pochi minuti prima.

I feel so broken, I want to go home

Brian Wilson e una band che ripropongono Pet Sounds per l’ultima volta. Prendete fiato e rileggete. Uno dei massimi capolavori pop dell’intero Novecento, risuonato per intero a cinquant’anni dall’uscita. La voce di Wilson se n’è andata tempo fa, ma è commovente vederlo quasi immobile dietro al pianoforte sforzarsi di cantare alcune delle canzoni che l’hanno reso immortale. A sostenerlo un parco musicisti ampio, attento e capace, con una menzione d’onore per i brillantissimi reduci, con il timbro vocale sempre squisito di Al Jardine e l’attitudine rock del sudafricano Blondie Chaplin. D’accordo, Wouldn’t It Be Nice? non si sentiva per nulla e i volumi sono rimasti quasi sempre bassi, ma la cosa meravigliosa è stata risentire quelle sinfonie pop, riscoprire tutti i mondi che volevano – e sanno ancora – schiudere e condividerle con amici di dieci anni più giovani che non riescono a togliersi dalla testa le melodie infinite di You Still Believe In Me, God Only Knows e Good Vibrations. Così toccante che poi in auto mi è venuta voglia di tornare a sentire omaggi meravigliosi come la John Allyn Smith Sails degli Okkervil River o Pale And Precious dei Dukes Of Stratosphear – fatelo anche voi, davvero.

The Epic

Il rischio di eventi come quello di Kamasi Washington all’Auditori è quello di trasformarsi in breve in un’esibizione di tecniche e talenti stellari, una sorta di versione jazz funk degli Harlem Globetrotters, e in effetti la struttura dell’ora concessa al musicista e alla sua big band sembrava andare proprio in questa direzione – uno dopo l’altro, ci sono stati mostrati tutti i pezzi dell’argenteria, tirati a lucido. A tenere insieme il tutto e a renderlo vivo e coeso, però, ci hanno pensato un groove corposo e costante, un’anima esibita e giustamente incontenibile e una tendenza all’epica – non è un caso che il disco di Washington si chiami The Epic e sia triplo – maestosa e giroscopica. E sì, c’era la tecnica, ma sempre per uno scopo preciso: vedere quei due batteristi monstre dialogare fra loro per minuti e minuti con un’esibizione di strabordante fisicità e soulfulness ne è stata la migliore testimonianza possibile.

Just singing and floating and free

L’anno scorso al Ray-Ban avevo visto uno dei migliori concerti pomeridiani dell’edizione 2015 con il post-punk kraut dei chicagoani Disappears, e lo stage di fronte al mare non si è smentito nemmeno a questo giro. Sul palco i neozelandesi Chills, tornati sulle scene dopo 19 anni con il fantastico Silver Bullets e il loro jangle-pop fatto di Gretsch e aria d’oceano nascosta fra le corde. Ci sono tutti i classici in scaletta e il pubblico volteggia felice mentre Martin Phillips, sornione e ironico come sempre, snocciola una melodia assassina via l’altra. E proprio alla fine c’è l’immortale Heavenly Pop Hit, un capolavoro che tormenta me e gli amici da giorni ormai e che, meglio di tutte le altre canzoni raccolte qui fino ad ora, possiede parole semplici che dicono il senso di questo mio Primavera: ore e giorni di musica, con le braccia, gli occhi e il cuore aperti.

and it all seems larger than life to me
I find it rather hard to believe

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