Daydreaming boyhood. Gli Smashing Pumpkins di Siamese Dream e Mellon Collie And The Infinite Sadness

No one knows where our secrets go

Questa mattina, appena sveglio, mi sono imbattuto in una notizia che probabilmente non lo è, in un’epoca in cui le reunion retromaniache sono diventate la norma: a Los Angeles, il 26 marzo, Billy Corgan ha chiamato sul palco James Iha per qualche ripescaggio dal passato glorioso dei suoi Smashing Pumpkins e particolarmente dall’era di “Siamese Dream”. Ora: se i tira-e-molla con il batterista Jimmy Chamberlin sono una costante dell’epopea di Corgan – nell’ultimo tour, per dire, il musicista sembra essere tornato in pianta stabile nella line-up della band – l’apparizione del chitarrista è una sorpresa davvero inaspettata, arrivata a oltre quindici anni dall’addio dopo “Machina/The Machines Of God”. Tra le altre cose, ne è venuta fuori una dolce versione acustica di “Mayonaise”, questa:

 
Sebbene ai non-fanatici questa possa sembrare una canonica campfire version di mezz’età della cavalcata elettrica originale, si tratta per me di una testimonianza toccante e della riproposizione fedele di un suono che per qualche anno è stato unico, come ha intelligentemente sottolineato un utente di Youtube:

Non per mancare di rispetto a Jeff (Schroeder, l’attuale seconda chitarra della band), ma il modo in cui suona James – con quel mezzo secondo di ritardo – fa suonare il pezzo nel modo giusto – bello e sognante.

Del pezzo in sé non dimenticherei poi la magnifica descrizione data da Stefano Solventi, uno che sui Pumpkins giovani ha scritto alcune cose più che emozionanti e che riprenderò anche in seguito:

È con Mayonaise che il sogno-fuga-redenzione di Corgan tocca l’apice, una ballad perfetta, conchiusa tra una intro e un outro palpitanti, fatta brillare da quei decolli melodici e chitarristici che squadernano il soffitto della cameretta, paventando di nuovo l’antica scalinata verso il cielo, sul quale arrampicarsi per cantare: “qualcuno riesce a sentirmi? / Voglio solo essere me stesso”.

Il sogno, la cameretta, gli anni giovani in tasca. Ecco: rivedendo le immagini di Corgan e Iha che si ritrovano su un palco dopo eoni, ingrassati e ovviamente invecchiati, a suonare i pezzi di “Siamese Dream”, mi rendo conto di quanto mi sia difficile immaginare una musica più evocativa della giovinezza di quella dei Pumpkins del periodo ’93-’96. Quella che, in un diluvio di pezzi scritti da uno che proprio non sapeva contenere il proprio smisurato ego, ha definito come forse nessun’altra l’adolescenza.

Yesterday the sky was you

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. — Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce-.

Sempre stamattina, una cara amica – la persona che peraltro mi ha convinto a scrivere questo post, quindi questa è tutta colpa sua – ha condiviso in uno stato su Facebook queste righe de “La bella estate” di Cesare Pavese e, sebbene io non abbia di fatto più ripreso in mano l’autore piemontese dopo la fine del liceo, mi sembra che l’incipit in questione sia centratissimo, qui. Perché questo è l’esatto sentimento che muove la sceneggiatura dei due capolavori degli Smashing Pumpkins, “Siamese Dream” e il doppio “Mellon Collie And The Infinite Sadness”: tanto evocativi di uno spazio e di un tempo della vita, quello degli anni giovani, che poi mi è chiaro il perché non siano riusciti mai a produrre niente di diverso o di nuovo e perché si siano persi a girare intorno a se stessi e al proprio monumento – e forse pure Corgan, uno che non ha mai brillato per sobrietà e lucidità, se ne è almeno involontariamente reso conto, titolando l’ultimo album “Monuments To An Elegy”.

Today is the greatest day I’ve ever known

Siamese Dream

Ogni volta che apro il consunto booklet della mia copia in cd di “Siamese Dream” rimango colpito da diverse cose: la dolce immagine di copertina; il logo “a cuore” della band, così distante dalla cupezza o dalla pigrizia slacker dell’alt-rock dell’epoca e che mi è invece sempre parso vicinissimo all’emotività nuda di band come i Mineral, ad esempio; le liriche pasticciate su fotografie d’epoca di famiglia. Ma quello che invariabilmente ogni volta attira mia attenzione più di tutto il resto sono le immagini dei membri della band: tutti intorno ai 25 anni, a parte Chamberlin, e tutti così giovani e belli, con una luce particolare a illuminarli. A me è sempre sembrata la luce di un ricordo.

Il mio percorso per arrivare a “Siamese Dream” parte da lontano. Ho iniziato ad ascoltare musica seriamente nel ‘97 – e all’epoca pure “Be Here Now” mi pareva un bel disco – e i miei primi Pumpkins sono stati quelli di “Adore”. Quindi è arrivato “Mellon Collie” e poi – se non erro nel 2001 – il tanto sospirato sogno siamese. Un periodo strano, come i diciassette anni di tutti: mi piaceva sempre la stessa ragazza (cui ovviamente non piacevo io), avevo appena cambiato casa ed ero alla ricerca di qualcosa che trovasse le parole per dire di me e dei miei sentimenti confusi. Corgan aveva quel dono e, a differenza di Cobain, offriva una luminosità, un’ingenua limpidezza e un tono confidenziale che aiutavano davvero; “Siamese Dream” quell’anno fu il mio disco della primavera, e poi dell’estate – avevo questa tradizione, quasi un rituale: sceglievo un disco che sarebbe stato “mio” per i mesi successivi; era il mio modo per diventare musica, dato che non suonavo alcuno strumento.

Cosa fosse “Siamese Dream” non mi fu subito chiaro: era molto più particolare, in fondo, di quello che avessi ascoltato fino ad allora, e sentivo che il concept era sonico più che testuale – dev’essere questa una delle ragioni per cui, fra l’altro, non ho mai davvero imparato i testi delle canzoni di quell’album, a differenza di tutti gli altri di Corgan e sodali. Il senso e il significato, lì, sono già nei suoni, e infatti la voce è molto più indietro nel mix, annegata negli overdub di chitarre – si parla di decine e decine di tracce sovraincise per ottenere l’effetto voluto, con Corgan che passava una quindicina di ore al giorno in studio in un periodo in cui la band attorno a lui di fatto non esisteva più. Quando lo ascoltavo, al principio del nuovo millennio, il repeat era per i singoloni “Cherub Rock”, “Today” e “Disarm” e per le tracce più dolci come la “Luna” posta in chiusura – che giurerei di aver messo su più di un mixtape di sfigato corteggiamento; oggi, quando faccio partire il disco, le mie scelte cadono magari su altre cose, più complesse, ma la sensazione è sempre la stessa.


 
“Siamese Dream” è una sorta di seduta psicanalitica per Corgan, personale e sentita. Ma quello che mi colpisce ancora ogni volta è come sia il suono a raccontare una storia – o almeno: a raccontarmi la storia che voglio sentire, un racconto di formazione diverso ogni volta. È un suono luminoso e arioso, come di qualcuno che voglia aprire le finestre della memoria e farsi conoscere, il medesimo messaggio che sembrano veicolare appunto le immagini contenute nel libretto. Trovo poi impressionante il fatto che un ragazzo di 25 anni sappia far collimare in modo tanto preciso estetica sonora ed immaginario evocato nelle liriche: “Today” suona davvero come se fosse il miglior giorno di sempre, così come la progressione chitarristica di “Mayonaise” è in sé desiderio, fuga, autoaffermazione. Quello di “Siamese Dream”, insomma, è il suono definitivo di un venticinquenne che ha visto l’età dell’oro della vita e riesce a cristallizzarla, per un momento; ma è anche abbastanza misterioso e malinconico da farti capire che quella stessa persona si accorge in tempo reale che il sogno non può durare, che gli sta sfuggendo dalle mani proprio mentre lo immortala. Sarà poi quello il motivo per cui quelle canzoni così grandi e aperte ti vien voglia di piangerle non in uno stadio affollato, ma in una cameretta fuori dal tempo.

You can never ever leave without leaving a piece of youth

Secondo quelli del Mucchio Selvaggio, “Siamese Dream” è l’apice degli Smashing Pumpkins e “Mellon Collie And The Infinite Sadness” è perlopiù ricerca di consacrazione, sebbene di gran qualità. Ma ancora una volta, nell’ambito della critica italiana, mi sento di dar ragione a Solventi:

Il valore dei singoli pezzi ed il sistematico stridore stilistico della scaletta rendono l’ascolto un’esperienza elettrizzante. […] Le critiche di megalomania rimbalzano su questo disco come palline da ping pong, giusto perché un’impresa del genere non poteva che muovere da un’ambizione abnorme.

A distanza di tanti anni, non so ancora decidermi su quale sia il mio disco preferito fra i due, sta di fatto che “Mellon Collie” è un disco che mi pare al contempo più chiaro di “Siamese Dream” – qui ogni concetto è ribadito più volte nel corso dell’ascolto, anche liricamente, tanto da non lasciare spazio a fraintendimenti e misteri – e più sfaccettato, tridimensionale. Ma per raccontare cosa significhi per me questo disco mi piace l’idea di partire da un’altra immagine iconica:

MCatIS

Il doppio cd me lo prestò un compagno di classe, passandomelo con mille raccomandazioni, e rimase in mano mia per un paio di giorni soltanto – il tempo di duplicarlo su cassette da 60 e 70 minuti. Ovviamente studiai il libretto da cima a fondo, e proprio in fondo stava questa immagine, che coglieva lo zeitgeist dei Pumpkins circa-1995, esattamente come la precedente fotografia della band ai tempi di “Siamese Dream”: D’arcy è bellissima, Iha è come se fosse da un’altra parte (proprio come le sue chitarre, per tornare all’inizio), Chamberlin è il madcap di sempre e Corgan sfoggia il merchandising della band nel modo più naturale possibile. Il mondo è loro, ma di nuovo la consapevolezza della caducità pare fortissima: come se Corgan, che sovrintende al solito in maniera maniacale all’intero progetto, voglia dire tutto finché può con le note, le parole, perfino la grafica, conscio del fatto che sta per arrivare il tempo in cui il tempo non c’è più.

“Mellon Collie” è programmaticamente un disco sull’adolescenza e sui riti di passaggio che questa comporta, e Corgan infila pressoché ovunque frasi istantaneamente memorabili – basterebbe rileggere i testi dei singoli tratti dall’album per avere un quadro preciso di cosa significasse essere un ragazzino americano di quindici anni alla metà degli anni Novanta -, ma a conferirgli ulteriore senso e a farne la pietra miliare che è, di nuovo, contribuisce il suono. A volte fatico a ricordare dove fossi quando ho ascoltato una canzone o un disco che mi hanno cambiato la vita, ma quello che non dimenticherò mai è la mia prima volta dell’arpeggio di “Tonight, Tonight”: seduto nella mia camera, nella casa della mia prima adolescenza e su un lettore da quattro soldi, quelle note che introducono la voce di Corgan mi diedero l’impressione che il pezzo stesse davvero parlando di me in quel preciso istante, una sensazione che non ho mai più provato. A distanza di tanti anni, quell’arpeggio rappresenta ancora per me una madeleine che porta con sé il ricordo di un’età – quella dell’adolescenza – che non c’è più, ma pure, singolarmente, tutto il vissuto che c’è stato, prima e dopo: l’assenza di mio padre e la vicinanza di mia madre, il liceo e l’università, Crema e Bologna. Domani riparto e sono sicuro che quel suono in fondo mi stesse già raccontando anche questo, in qualche modo.


 
Ci sono altri ventisette pezzi, dentro a “Mellon Collie”, e sarebbe complicato per me selezionare i preferiti – così tante emozioni, così tanti mondi evocati. Ma, banalmente, c’è un altro singolo che mostra tutta la capacità di Corgan di mettere insieme parole, suoni e immagini: è “1979”, che musicalmente è una favolosa wave che corre sicura su un loop ritmico particolarissimo, ma è diventata un pezzo di storia grazie a un video che ha saputo rappresentare l’adolescenza come nessun altro prima o dopo: ci sono i primi giri in auto e le feste, i baci e i bagni in piscina, i vaffanculo al mondo e la ricerca di un senso. Corgan sta sul sedile posteriore di un’auto e sorride benevolo come un narratore onnisciente che stia abbracciando i propri personaggi; gli Smashing Pumpkins suonano alla festa per i ragazzi e in quella sola scena è come se stessero dicendo loro, ancora una volta: “sappiamo cosa provate ora e non c’è cosa più bella da raccontare”. Ed è per questo forse che quel suono riesce a essere così glorioso e malinconico insieme.


 
Goodnight, always, to all that’s pure that’s in your heart

Poi. Poi ci sono state l’elettronica soffusa e il pop acustico di “Adore” – disco sottovalutato ma splendido, che però è già altrove – e mezzi flop e fallimenti veri e propri, alternati a sprazzi di lucidità e fulgore, che però non hanno mai più raggiunto quelle vette: la luce dell’ispirazione di Corgan è stata troppo abbagliante per poter sopravvivere a lungo a se stessa. Eppure, a differenza di quanto mi capita con altri talenti caduti in disgrazia, non provo fastidio o rabbia per quanto è stato dopo, perché non potrò mai fare a meno di essere grato a canzoni che sono state in grado di fermare per un attimo il tempo più bello dell’esistenza.

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2 thoughts on “Daydreaming boyhood. Gli Smashing Pumpkins di Siamese Dream e Mellon Collie And The Infinite Sadness”

    1. Grazie, davvero! Allora rimango in attesa di un tuo parere su Siamese Dream, eh. Ribadisco comunque che pure Gish è un bel disco (già troppo floreale e psichedelico per essere infilato nel calderone grunge) e Adore contiene probabilmente gli ultimi capolavori veri di Corgan (ho risentito For Martha, domenica, e non ci volevo credere). =)

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