Somebody else took his place and bravely cried: “I’m a Blackstar”. L’ultimo album di David Bowie

Difficile immaginare per il 2016 del mondo della musica – e dell’Arte in generale – un evento che possa essere anche solo lontanamente paragonabile alla notizia della scomparsa di David Bowie, che ha squarciato aria e cuori la mattina dell’11 gennaio.

Tale è stata l’influenza dell’uomo, in vita, che la morte improvvisa ha generato una reazione spontanea ovunque: vi sarà stato impossibile scorrere un qualunque feed sui social network senza trovare un suo brano, un suo video, un suo testo. E questo, per una volta, in modo totalmente sensato e rappresentativo, giacché Bowie non è stato semplicemente un’icona pop e l’autore di canzoni indimenticabili per quasi cinque decenni, ma una specie di antenna (uno human internet l’hanno anche definito, a ragione) capace di intercettare e diffondere a milioni di persone diversissime ogni sorta di stimolo sonoro, visivo, estetico.

Blackstar_album_cover

Solo due giorni prima era uscito il suo nuovo album, “Blackstar”, anticipato da due video nel corso delle settimane precedenti. E se ora, alla luce di quanto è accaduto, è facile sovrainterpretare i segnali premonitori lanciati da quelle immagini, è comunque quasi impossibile fraintenderne il senso profondo, ricercato evidentemente dallo stesso autore. Il cadavere di un astronauta – l’ultima, necessaria incarnazione di Major Tom – abbandonato contro una roccia di un pianeta illuminato da un sole nero, un Bowie avvolto da bende in un letto d’ospedale, ma ancora capace di improvvisare strani passi di danza e smorfie beffarde: tutto sembra una premonizione, ma forse ancor di più ha il sapore di un ultimo geniale colpo di teatro di una vita che è stata pura rappresentazione, con l’abbattimento definitivo della distanza tra arte ed esistenza.

Considerato tutto questo, sarebbe assolutamente ingiustificato trascurare il valore assoluto del testamento sonoro di Bowie: dopo il notevolissimo ritorno di “The Next Day” – che in copertina si faceva beffe di un monumento come “Heroes” e dentro infilava una serie di canzoni splendide e freschissime -, “Blackstar” è un altro centro pieno che alza l’asticella della complessità. Fatto di sole sette canzoni registrate a New York con un ensemble di musicisti provenienti perlopiù dall’ambito jazz – per citarne solo alcuni: il chitarrista Ben Monder, il sassofonista Donny McCaslin, il batterista Mark Guiliana – il disco abbandona l’approccio pop del predecessore per concentrarsi invece sulla creazione di paesaggi sonori che non paiono poi così distanti dall’ultimo Scott Walker.

Ovviamente – e non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, trattandosi del miglior David Jones – parliamo di una musica totalmente personale e contemporanea. E ora provate a elencare i grandi artisti degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta ancora in attività e a indicarne almeno uno capace di essere così centrale dopo tanto tempo: non ne troverete un altro, probabilmente.

“Blackstar”, la canzone, è il centro dell’opera: 10 minuti che comprendono un canto che è puro alito di ectoplasma, un battito elettronico costante e affaticato, un’aria soul e una sezione centrale impro-jazz a far da collante. Il talento di Bowie è quello di sempre: prendere elementi così distanti e farne non solo un brano di senso compiuto, ma anche l’evocazione di un universo altro – dopotutto, l’immagine dell’uomo che cadde sulla terra sarà sempre quella più adatta a descriverlo. E poi c’è il testo, quel testo:

Something happened on the day he died
Spirit rose a meter then stepped aside
Somebody else took his place and bravely cried
“I’m a blackstar”

Il battito rallenta e perde colpi sul finale, come se inciampasse. Subito dopo arrivano dei respiri affannati: è il turno dell’aggressione ritmica di “’Tis a Pity She Was a Whore”, il più diretto in scaletta e rivisto rispetto alla versione pubblicata sul finire del 2014. La batteria procede a briglie sciolte, l’interpretazione vocale è nervosa e lacerata, gli interventi di sax si fanno sempre più dissonanti; il titolo, invece, è ripreso da un’opera di John Ford, drammaturgo inglese del 17esimo secolo, a dimostrazione che i pezzi di Bowie non sono mai facili, anche quando raddrizzano la barra e vanno dritti al sodo.

“Lazarus” – il miglior pezzo del disco, pistola alla tempia – vanta un incedere lento e melodrammatico e un’apertura melodica di prima classe, degna di Broadway, tanto è teatrale e ironica:

By the time I got to New York
I was living like a king
Then I used up all my money
I was looking for your ass

Pur facendo parte di un insieme coerentissimo, ogni brano di “Blackstar” vive di vita propria e regala sorprese e dettagli nascosti a ogni ascolto: capita con il ritmo d’n’b di “Sue (or in a Season of Crime)” su cui s’innestano un riff hard-funk e il consueto canto solenne e distante, come arrivasse dalla stanza a fianco; capita con il battere in levare e l’ondeggiare della linea vocale di “Girl Loves Me”. Ma il meglio che forse Bowie abbia mai prodotto – o forse il suo lato cui chi scrive sarà sempre più affezionato – sta nelle ballate che sembrano arrivare da un altro posto nello spazio, ed è il caso di “Dollar Days”: una questione di suoni e idee, di suoni fisici e sintetici che diventano una cosa sola, e quel senso di onnipotenza di uno sguardo che sembra avvolgere tutto dall’alto – e forse ci ama (“Don’t believe for just one second I’m forgetting you”) o forse ci sta prendendo in giro un’ultima volta (“And fool them again and again / I’m trying to”). E in fondo è bello che, dopo tanta cupezza, il finale sia affidato alla melodia aperta di “I Can’t Give Everything Away” e alle sue liriche al solito sfuggenti: abbiamo assistito uno spettacolo indimenticabile, eppure Bowie se ne va lasciando dietro di sé l’idea che possa esserci ancora un intero mondo da scoprire. Ora sappiamo che non ci potrà essere alcun rientro in scena, ma stranamente – forse per la grandezza dell’uscita – non ci sono rimpianti.

Detto che la produzione di Tony Visconti si muove in miracoloso equilibrio tra naturalezza e artificiosità – l’affievolirsi della voce di Bowie, ad esempio, non è nascosto, ma diventa parte integrante del fascino cupo di questa stella nera – e l’intera opera saluta il momento di massima ispirazione dell’artista britannico dai tempi dell’acclamanto incubo industriale di “Outside” (parliamo del 1995), non resta che lasciarsi avvolgere da un album che non è semplice commiato, ma assume le sembianze di un vero e proprio concept sulla morte imminente inviato dal buio dello spazio profondo. E, al netto della tristezza per quanto avvenuto dopo, la tridimensionalità irriducibile di “Blackstar” è una di quelle cose che scaldano il cuore e sembrano in grado di riportare parole come profondità, prospettiva e senso nella musica contemporanea.

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