Noisy heaven. I nostri dischi, il nostro tempo.

Per ricordare un 2015 di ottima musica su questo blog ho pensato di coinvolgere un paio di amici con cui condivido un approccio speciale a una passione speciale – quest’anno siamo stati pure al Primavera insieme, ci siamo visti concerti emo alle due del pomeriggio e qualcosa vorrà pur dire. Valentina e Andrea, come me, hanno scelto dieci dischi da ricordare usciti nell’anno appena concluso e hanno scritto qualche riga – io, non proprio imprevedibilmente, sono stato il più prolisso. Godetevi queste righe e queste note, perché non c’è distanza fra noi e i nostri dischi del cuore.

CalvinHobbes

Andrea

Questo 2015 non è stato ricchissimo di ascolti da parte mia. Non ho più tutto il tempo di cui – ahimé! – disponevo anni fa per sprofondare nelle mie cuffie, sicuro; eppure c’è stata anche una persistente sensazione che questo anno sarebbe stato transitorio per i miei ascolti. La prova lampante: chi mi conosce un pochino sa che quest’anno hanno pubblicato qualcosa molti dei miei artisti preferiti degli ultimi 10-15 anni, eppure non li troverete in classifica (a parte una meritevole eccezione). Low, Built To Spill, Wilco, John Grant per citarne qualcuno: tutti loro mi hanno più o meno deluso durante questo giro di pista, per cui ho dovuto cercare le mie gioie da ascoltatore in territori nuovi, strani o semplicemente imprevisti. Ecco a voi:

Kendrick Lamar “To Pimp a Butterfly”
Sufjan Stevens “Carrie and Lowell”
Deerhunter “Fading Frontier”
Benjamin Clementine “At Least for Now”
Viet Cong “Viet Cong”
Protomartyr “The Agent Intellect”
Blur “The Magic Whip”
Titus Andronicus “The Most Lamentable Tragedy”
Panda Bear “Panda Bear Meets the Grim Reaper”
Beach Slang “The Things We Do To Find People Who Feel Like Us”

L’ordine, come spesso capita in questi casi, è del tutto arbitrario e anche un po’ doloroso da stabilire. In particolare non saprei davvero dire chi abbia inciso il disco migliore tra Stevens e Lamar, ma ho la sensazione che si parlerà ancora di entrambe le opere tra un bel po’ di anni, e per motivi quasi opposti: da una parte un’esplosione caleidoscopica di black music impegnata (e impegnativa), dall’altra un disco che quasi mette in imbarazzo l’ascoltatore per quanto è intimo e sussurrato.

Deerhunter e Blur sono due mie vecchie conoscenze, ma si sono guadagnati entrambi la menzione un po’ a sorpresa: i primi con l’ennesima rivoluzione stilistica (che addirittura li porta dalle parti di Eno, Gabriel e i Talk Talk), i secondi quando pensavo che ormai fossero in prepensionamento.

Molti degli artisti devono la loro presenza qui al fatto di averli visti in splendidi concerti, con una citazione particolare per quelli di quest’anno, ovvero quello degli sferraglianti post-punkers Viet Cong e il rito sciamanico di Panda Bear. Beach Slang e Titus Andronicus hanno inciso i due dischi più anthemici ed energizzanti dell’anno: le chitarre sono quelle giuste per chi è cresciuto a pane e indie anni ’80-’90, l’attitudine pure.

Lascio per ultimo la migliore sorpresa del 2015: se il mondo non è popolato da sordi totali, nei prossimi anni Benjamin Clementine diventerà una star. Questo ragazzo inglese di 27 anni è un vocalist unico e un pianista eccezionale, che sa mettere i brividi con poche note e suscita paragoni a dir poco eccellenti (per il sottoscritto è stato impossibile non ripensare a Nina Simone); tra qualche anno potrete dire “anche Andrea me ne aveva parlato”.

Francesco

L’anno che si sta chiudendo è stato per me parecchio intricato, dal punto di vista personale: troppe le cose successe per poterlo paragonare a quelli precedenti, e questo ha inevitabilmente influito sui miei ascolti – a partire dalle modalità, con una netta predominanza dell’ascolto streaming rispetto al passato, per non dire della difficoltà, in certe settimane, di far girare un album dall’inizio alla fine senza alcuna interruzione. Però.

Però mi sono accorto che questa cosa mi ha permesso di ritrovare una direzione che pensavo di aver smarrito. Ricordo il 2014 come uno degli anni più “liberi” per me e dal punto di vista musicale questo si era tradotto in una schizofrenia tanto appagante quanto superficiale, sebbene i miei dischi favoriti di allora (che trovate qui) fossero tutt’altro che lievi. Quello che m’infastidiva, però, era la netta sensazione di aver preso una china irreversibile, quella dell’ascolto mediamente distratto che, se non ti impedisce di trovare comunque la tua musica – ho ascoltato troppe migliaia di album per non sapere cosa mi piacerà sin dal primo ascolto – ti rende comunque più complicato studiare il perché e il percome di un disco nel suo insieme: intendo cioè l’idea di soffermarsi a riflettere su come mai un disco suoni in un certo modo, se il suono scelto sia quello adatto per veicolare i contenuti, se i testi e i suoni combacino, se la produzione sia quella adatta, se le cose in generale non potessero essere fatte meglio.

Questa gioia l’ho ritrovata in un anno di ascolti paradossalmente più frammentario, per cui ho raccolto una ventina di album in una nuova classifica su RYM (qui) e di cui riporto per comodità la top 10:

Sufjan Stevens, “Carrie & Lowell”
Julia Holter, “Have You In My Wilderness”
Beach Slang, “The Things We Do To Find People Like Us”
Sleater-Kinney, “No Cities To Love”
Godspeed You! Black Emperor, “Asunder, Sweet And Other Distress”
Titus Andronicus, “The Most Lamentable Tragedy”
Public Service Broadcasting, “The Race For Space”
Waxahatchee, “Ivy Tripp”
Protomartyr, “The Agent Intellect”
Heroin In Tahiti, “Sun And Violence”

Banalmente, la primavera è quella che ha sancito questa mia nuova vena, con l’arrivo del capolavoro di Sufjan Stevens – quel “Carrie & Lowell” che si divide la testa delle classifiche delle webzine di mezzo mondo con “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, che sarà pure un disco chiave ma che al momento non ho avuto la forza di approfondire. I racconti legati alla madre scomparsa di recente e fatti di un’infinità di immagini evocative – spesso fiabesche, a volte imprevedibilmente violente – e di arpeggi e interpretazioni raccolte hanno ricordato (e non solo a me) quanto possa essere ancora oggi fondante un disco fatto di nude canzoni, se queste possono vantare la tridimensionalità e l’empatia del migliore storytelling. Per certi versi, e partendo dal presupposto simile di tentare di condensare un’esistenza in un disco, Stevens ha realizzato un disco complementare al “Benji” di Mark Kozelek dello scorso anno: e se quello musicalmente a volte si adagiava su una qualità non sempre esaltante, questo mi risulta anche a mesi di distanza come impeccabile e forse il vero classico del songwriting della prima metà degli anni Dieci.

Gli altri nove dischi che ho scelto per rappresentarmi sono assai diversi, ma tutti o quasi possono vantare un concept di fondo molto forte – e, almeno nel caso dei Titus Andronicus, parliamo di una vera e propria opera punk, discontinua e rumorosa e geniale come dei Pogues alle prese con “Zen Arcade”.

I Beach Slang sono gli anni ‘80 dei Replacements calati a forza nel 2015: anthem grezzi e scintillanti, chitarre sporche che fanno sempre bene al cuore e testi commoventi che dicono di un giovane vecchio, James Alex – ormai quarant’anni suonati – che proprio non ne vuole sapere di smettere i panni dell’eterno ragazzino cresciuto a pane e indie-rock. Perché non è una divisa quella che indossa, ma semplicemente la sua pelle. E qui onestà ed entusiasmo sgorgano da ogni accordo.

Spostando avanti i riferimenti di un decennio rispetto ai BS, Waxahatchee è arrivata quasi dal nulla apposta per commuovermi, con un college rock anni ‘90 che ha fatto impazzire parecchia altra gente – Mac McCaughan dei Superchunk, per fare un nome: canzoni semplici e d’impatto micidiale, inni da cameretta elettrificata come “Under A Rock”, “Poison” e ballate acustiche della più bell’acqua. Dallo stesso periodo storico arriva l’attesissimo comeback delle Sleater-Kinney, a un decennio di distanza dall’ultima prova in studio: il nuovo “No Cities To Love” è una bomba innescata, Corin Tucker urla indemoniata come sempre e le chitarre sferragliano acrobatiche in pezzi talmente diretti da far tremare le pareti (ascoltare “Surface Envy” con il volume a 11 per credere).

Poi i tre dischi “strani” di questa lista: i GY!BE tornano con quattro tracce che enfatizzano il lato drone-stoner più schietto della loro intera produzione – i riff sono massicci come non mai e il finale di “Piss Crowns Are Trebled” è quello che immagino essere il suono dell’Apocalisse; i Public Service Broadcasting dedicano un intero album alla corsa allo spazio di USA e URSS, un’idea potenzialmente ristretta che esplode in un caleidoscopio di soluzioni differenti: tenendo fermo il concept di campionamenti di voci preregistrate su basi suonate, il duo londinese regala una canzone memorabile dopo l’altra senza dimenticare mai di convogliare quell’atmosfera di eccitazione, ansia e timore che quelle nuove imprese dovevano portare con sé (menzione d’onore per l’allunaggio raccontato nell’indimenticabile “The Other Side”); i nostri Heroin In Tahiti, infine, realizzano un mastodontico doppio album – un vinile Boring Machines di cui vado fierissimo – che mette insieme psichedelia occulta, una trance tra Mediterraneo e Medio Oriente e una sensazione di minaccia incombente. Merce più unica che rara, davvero.

Per concludere, due altri nomi che ritornano dal 2014. Ad agosto di quell’anno li avevo visti a Berlino in un locale terrificante, in una delle vacanze più belle che io ricordi; oggi i Protomartyr sono ritornati con un album che forse non è grandioso quanto il precedente “Under The Color Of Official Right”, ma è comunque notevolissimo per la varietà dell’ispirazione e il modo tutto personale di mettere esplosivi abiti post-punk a emozioni tanto intime – si parla senza troppi giri di parole di una madre malata di Alzheimer, qui, fra le tante cose. E poi c’è Julia Holter, sirena avant-pop che vanta già una discografia spaventosa (“Ekstasis” e “Loud City Song”) cui ha aggiunto questo “Have You In My Wilderness”: la Holter più accessibile di sempre e canzoni che non vi verrà mai voglia di levare dallo stereo.

Valentina

Questo 2015 è passato davvero molto velocemente. Forse troppo. E’ stato un anno in cui sono successe molte cose e, inevitabilmente, vi sono molti ricordi musicali legati a questi avvenimenti. Ripercorrendo questi avvenimenti, sono andata a costituire la mia classifica dei migliori dischi dell’anno. Se di dischi ancora si può parlare, in un anno in cui gli ascolti in streaming e in mp3 hanno superato, per quanto mi riguarda, quelli da supporto fisico. Cambia il supporto, ma non la sostanza. Eccomi quindi a riassumere gli ascolti del 2015 in una “Top 10”:

Sufjan Stevens, “Carrie & Lowell”
Sleater-Kinney, “No Cities to Love”
Jason Isbell, “Something More than Free”
Beach Slang, “The Things We Do To Find People Who Feel Like Us”
Ryan Adams, “1989”
Jesse Malin, “New York Before the War”
Public Service Broadcasting, “The Race for Space”
Wilco, “Star Wars”
Vietcong, “Vietcong”
Chris Cornell, “Higher Truth”

Basta un semplice sguardo alla classifica per rendersi conto come sia stato l’anno dei songwriters, su tutti Sufjan Stevens, che in Carrie & Lowell, un disco delicato e sensibile, quanto tragico, dipinge uno spaccato felice della vita di sua madre Carrie. “Every road leads to an end”, canta Sufjan in uno dei brani più significativi dell’album, “Death with Dignity”. Una fine che non ha il suono della tristezza e della rassegnazione alla morte, quanto la dolcezza del risveglio e di un nuovo inizio. Un grande album capace di emozionare con semplicità, e che per questo si guadagna il primo posto in classifica. Sempre per la categoria songwriter, il 2015 è stato segnato anche dal ritorno degli springsteeniani Jesse Malin (addirittura con due album degni di entrare in classifica) e Jason Isbell, ex Drive-by Truckers. Figlio della tradizione di cantautori blue-collar a stelle e strisce, Isbell ci ha regalato quest’anno il seguito del bellissimo “Southeastern”, l’album della consacrazione per pubblico e critica. “Something More than Free” prosegue l’evoluzione dal southern-rock degli esordi, raccontando storie di cuori spezzati e di uomini capaci di trovare conforto nella famiglia e nel duro lavoro.

Rimanendo in tema di grandi ritorni, uno degli eventi più attesi dell’anno appena trascorso è stato senza dubbio la reunion delle Sleater-Kinney, che con l’energico “No cities to love” hanno riportato prepotentemente in auge l’alternative rock al femminile, come confermato anche dalla loro solida performance al Primavera Sound. Ascolti da festival sono anche i Vietcong, potenti post-punkers canadesi che con le loro chitarre costruiscono autentici muri del suono. Ossessivi e avvolgenti.

Il 2015 è anche stato l’anno di operazioni originali, quali la rilettura in chiave cantautoriale di un intero album di Taylor Swift, “1989”, ancora in vetta alle classifiche. Un’impresa quasi impossibile, se non per il genio di Ryan Adams. La sua cover di “Bad Blood” è stato uno dei brani che ho più ascoltato in loop. Altra operazione geniale è stata quella dei Public Service Broadcasting, duo londinese che in The Race For Space, tra campionature di audio storici della BBC e ritmi funk anni ’70, ripercorre la storia delle missioni spaziali, da Valentina, prima donna dello spazio, a Gagarin.

Il mio personale 2015 in musica si conclude con i Beach Slang, power trio da Philadelphia che suona come i Replacements. Inni urbani per chi è orgoglioso di essere outsider e lo dimostra ascoltando dischi che colpiscono di più del dolore. “I feel most alive when I’m listening to every record that hits harder than the pain“: un monito ad ascoltare musica che ci faccia sentire di essere vivi, anche nel 2016.

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