The Librarian’s Guide To Teen Years. Musica, cinema, fumetti e altre letture per ragazzi / 3

Questo è l’ultimo post dedicato alla pubblicazione del materiale utilizzato al corso di Bolzano che ho tenuto il 20 aprile. In questa occasione, dopo cinema e musica, si parlerà di fumetti da segnalare e consigliare a un’utenza adolescente; la conclusione è invece un piccolo percorso dedicato al film di formazione più significativo dei nostri tempi, “Boyhood” di Richard Linklater.

The Librarian’s Guide To Teen Years. Musica, cinema, fumetti e altre letture per ragazzi.

FUMETTO

This One Summer

Siti utili

Fumettologica

Fumettologica è un “magazine quotidiano di informazione e cultura del fumetto” e nasce come prosecuzione del blog Fumettologicamente del direttore Matteo Stefanelli.

Il sito è organizzato per categorie che vanno dalle consuete news a letture consigliate, storie e profili – in cui si possono trovare interviste o approfondimenti dedicati ad autori e titoli particolari. Da segnalare anche la rubrica di Tuono Pettinato, le anteprime e uno spazio dedicato al digitale (app, ebook, webcomics).

Un sito curatissimo e importante, una piccola miniera sia per gli utenti appassionati sia per i bibliotecari: per chi sviluppa una collezione di fumetti, la Top 5 mensile di Fumettologica è un appuntamento imperdibile; inoltre, lo stile di scrittura dei contenuti si mantiene diretto e comunicativo anche quando si affrontano tematiche complesse.

Comic Book Database

ComicBookDB si propone di catalogare ogni fumetto, graphic novel, manga, autore, personaggio e ogni altra cosa in qualche modo legata al settore. Inoltre cerca di rendere le informazioni facilmente raggiungibili all’interno del sito, per cui le connessioni tra un record e l’altro sono molto curate. ComicBookDB è basato sui contributi degli utenti, per cui basta registrare e per inserire e modificare informazioni.

I contenuti sono navigabili grazie ad accurate funzioni di ricerca avanzata (filtri per autore, titolo, personaggi, editori, contributori e molto altro): se voglio conoscere i lavori di Craig Thompson catalogati in CBDB, basterà cercare il nome dell’autore nella ricerca libera e successivamente filtrare cliccando sul link giusto nella sezione Creators; si arriva qui, dove le opere realizzate dall’artista sono suddivise a seconda del ruolo: scrittore, inchiostratore, matitista.

Utilissimo, come il successivo Anime News Network, per chi voglia conoscere dettagli di opere e autori, e da dove arrivano: per esempio, si può risalire alla cronologia delle dodici pubblicazioni che tra il 1995 e il 2004 hanno portato a compimento il capolavoro “Black Hole” di Chris Burns, in Italia solo succesivamente edito in un unico volume da Coconino.

Anime News Network

Cosa sia Anime News Network è già spiegato molto bene nelle FAQ del sito:

Anime News Network è stato creato come una fonte di notizie focalizzata sull’animazione (anime) e il fumetto (manga) giapponesi. ANN è stata fondata da Justin Sevakis nel luglio del 1998, e da allora ha mantenuto la leadership nel settore grazie a una tradizione di forte copertura delle principali notizie.

Il sito è una notevole fonte d’informazione per chiunque sia appassionato di questi temi, con articoli di approfondimento (columns) e recensioni, oltre ovviamente alle news e a una sezione enciclopedica che permette di effettuare ricerche su anime e manga, personale coinvolto nella realizzazione, pubblicazioni e case di produzione. Si possono poi effettuare ricerche avanzate per genere, temi e anno di uscita: scopriremo ad esempio che il più votato manga steampunk tra i cinque classificati è “Full Metal Alchemist”. Una vera gioia, insomma, per chiunque abbia a cuore la produzione fumettistica giapponese.

IGN

IGN nasce negli Stati Uniti intorno alla metà degli anni ‘90 – la versione italiana arriva nel 2012 – per occuparsi di videogiochi, film, tv e altro ancora. Significativo soprattutto per la parte relativa ai videogames – e dunque assolutamente interessante per il nostro target – lo segnaliamo anche per la sezione dedicata ai fumetti, con recensioni settimanali (molto apprezzato, ad esempio, il #140 di “The Walking Dead”) e speciali (cose come i nove migliori scontri tra Hulk e Iron Man, in preparazione al nuovo film degli Avengers, “Age Of Ultron”).

Da notare che Fumettologica riprende spesso gli articoli del sito, che aiutano a coprire la sezione più mainstream del settore, e pure i video a firma IGN – il canale Youtube offre circa 1.800 video: valga per tutti il caso recente dei “10 momenti più importanti di Batman nel 2014”, segnalato dal sito italiano.

10 GRAPHIC NOVEL

Nevermind (Tuono Pettinato)

I ragazzini come Kurt, nati sul finire degli anni sessanta, non avevano vissuto l’esperienza di una guerra mondiale, non avevano combatutto in Vietnam. Nell’America della guerra fredda e della repressione culturale, il divorzio, la solitudine e l’alienazione erano il loro Vietnam. Ma la loro risposta di ribellione non aveva slanci epici, nè proclami idealisti. Era l’urlo sgraziato e spontaneo della rabbia, il lamento dell’angoscia. E per reazione all’etica del profitto e della produttività, al posticcio ottimismo anni ottanta, furono il sarcasmo e l’apatia l’antidoto per restare umani. Stare fieramente dalla parte dei perdenti, ostentare indifferenza di fronte alla catastrofe, simpatizzare con il fallimento.

Queste sono le parole con cui Tuono Pettinato (nome d’arte di Andrea Paggiaro) riassume il sentimento di una generazione all’interno di “Nevermind”, un bellissimo graphic novel dedicato a Kurt Cobain – il cantante/chitarrista dei Nirvana morto suicida nel 1994 – e pubblicato a vent’anni dalla scomparsa.

La particolarità di questo lavoro risiede nel fatto che la voce narrante è raramente quella del musicista ed è invece quella di Boddah, l’amico immaginario che Kurt citava spesso nei suoi diari e che qui è rappresentato in forma di tigrotto, cosa che rende il rapporto con il piccolo Cobain qualcosa di molto simile al “Calvin & Hobbes” di Bill Watterson – basti per questo l’infinita tenerezza dell’immagine appena successiva all’elenco delle canzoni citate nel fumetto, con il piccolo Kurt e Boddah sorridenti davanti a un giradischi, intenti ad ascoltare un bellissimo disco dei “Beat Happening”; in secondo luogo, è interessante notare come l’autore si concentri sull’infanzia, sull’adolescenza e sugli ultimi momenti del protagonista, tralasciando quasi del tutto il successo planetario della sua band.

“Nevermind” – titolato come il più famoso disco dei Nirvana e probabilmente l’ultimo album rock in senso stretto che abbia avuto un senso anche sociale – riprende i momenti salienti dell’infanzia di Cobain: anni grigi passati ad Aberdeen, nello stato di Washington, caratterizzati da un’iperattività contagiosa che i medici curavano con farmaci che non giovavano al bambino; la passione per la musica – splendida la scena in cui la zia gli regala dischi di Beatles e Monkees per il compleanno e il piccolo Kurt li accoglie con una gioia incontenibile; il divorzio dei genitori, con il padre rappresentato come una figura terribilmente opprimente nella sua volontà di costringere il figlio ad attività sportive che detestava; i giorni passati sotto a un ponte che gli forniranno materiale per una delle sue canzoni più belle; il liceo, con la sensazione di essere escluso da tutto; la scoperta del punk e la possibilità di trovare lì una risposta per la propria solitudine. E poi, dopo il successo, la discesa nel baratro, accentuata da un mondo che non faceva altro che descriverlo come un messia o un depresso cronico.

Il Cobain di Tuono Pettinato restituisce energia, umanità e tenerezza a un personaggio troppo spesso cristallizzato in una figura bidimensionale e fa venir voglia di abbracciare quel ragazzo mancino che con una chitarra e un urlo malinconico cambiava vite a milioni. Per questo motivo è consigliabile agli adolescenti: perché, oltre ad offrire uno spaccato sociale su una certa America di provincia – e in questo senso si può consigliare di recuperare il cupo “Un Gelido Inverno” di Debra Granik, storia di un’adolescenza abbandonata a se stessa in un contesto violento e retrogrado – e una bella lezione di storia della musica alternativa, prende un’icona, la mette da parte tenendo per sé solo alcune frasi delle sue canzoni e ne fa di nuovo una persona dal cuore grande quanto il talento tormentato.

L’autore, Tuono Pettinato, è attivo ormai da una decina di anni, da quando alla metà degli anni zero iniziò a pubblicare fumetti autoprodotti:

“la scelta di ricorrere all’autoproduzione ai tempi di Donna Bavosa era stata fatta per ragioni ideologiche: autoprodurre significava collocarsi al di fuori del sistema, in una rete fatta di centri sociali e concerti punk.” (Tuono Pettinato, Bilbolbul)

Nel corso degli anni, Tuono Pettinato è arrivato a pubblicare anche fumetti lunghi, tra cui vale la pena segnalare il nerissimo “Corpicino” ed “Enigma”, ovvero la storia di Alan Turing. All’ultimo Lucca Comics è stato presentato “OraMai”, fumetto prodotto dal CNR in cui l’autore riflette sul tempo tirando in ballo figure come Ilya Prigogine (Nobel per la Chimica), Sant’Agostino e Martin Heidegger.

Anya e il suo fantasma (Vera Brosgol)

Vera Brosgol lavora ad “Anya’s Ghost” ininterrottamente nell’arco di diversi anni, arrivando alla pubblicazione nel 2012 negli Stati Uniti. Con questo graphic novel, l’autrice si aggiudica un Eisner Award come “Best Publication For Young Adult” e un Harvey Award come “Best Original Graphic Publication For Younger Readers”. Il romanzo a fumetti arriva in Italia con Bao Publishing nel del 2013. Cominciamo da una recensione del Los Angeles Times:

Essere un ragazzo americano è già abbastanza difficile. Aggiungete al tutto delle origini esotiche e un fantasma molesto, e le cose finiscono fuori controllo – in modo assolutamente gradevole nel nuovo graphic novel Anya’s Ghost, […] un magnifico ritratto di una ragazza rotondetta tutta presa a sbarazzarsi delle proprie origini quando chiunque altro cerca di definirla a partire da quelle.(Susan Carpenter, The Los Angeles Times)

Infatti, quando uno sconosciuto le chiede quale sia il suo cognome, Anya Borzakovskaya – la protagonista – preferisce dire qualcosa come “Brown”. Non è stato facile per lei superare le distanze imposte dalle sue origini russe con i coetanei americani, ma ormai ci è riuscita e somiglia alla più classica delle liceali, senza nemmeno un briciolo di accento buffo. Pur con tutti i problemi del caso: la famiglia, lo studio, la paura di finire grassa come sua madre, gli amici/nemici, le ragazze più carine di lei, i ragazzi che non vogliono saperne di notarla. Eccetera.

Un personaggio dall’appeal istantaneo per chiunque si senta un outsider, Anya è una figura comica ma le emozioni che prova sono realistiche e ben rappresentate. L’artista e autrice Vera Brosgol, immigrata negli Stati Uniti da Mosca quando era bambina, sta chiaramente prendendo spunto dalla propria esperienza di adattamento e trasmette quell’esperienza con ironica autodenigrazione (“self-deprecating humor” nell’originale) sia nei testi che nelle immagini.

Un giorno, durante una passeggiata per smaltire l’ennesima serie di disavventure, Anya inciampa e cade in un pozzo in cui trova uno scheletro e il piccolo fantasma di Emily, morta novant’anni prima. Da qui prende le mosse una storia che parrebbe semplicemente un’amicizia insolita e riserva invece sviluppi inquietanti quanto le tonalità violacee della tavolozza di colori usata dall’autrice.

Vera Brosgol – che è all’esordio, ma in realtà ha alle spalle diversi lavori, tra cui alcuni contributi alla serie di fumetti antologici “Flight” e collaborazioni a film d’animazione come “Coraline” e “ParaNorman” – riesce a offrire realismo a un “racconto di formazione con fantasma” e diverte e commuove con una galleria di personaggi dalla grande espressività, tratteggiata con splendida semplicità: basti pensare alla goffaggine di Anya quando s’imbatte per la prima volta in Sean (che non salutava lei ma la propria fidanzata, ovviamente bionda e bellissima); alle sue memorabili smorfie di fastidio e affetto nei rari contatti con Dima, che, a differenza sua, è ancora vittima della crudeltà riservata ai diversi; alle microvariazioni che rendono il fantasma di Emily di volta in volta dolce, amichevole e terrificante.

“Come dice verso la fine del libro, “la vita di tutti gli altri sembra così semplice.” “Il Fantasma di Anya” è un promemoria divertente e splendidamente disegnato di come alcune vite davvero non siano così semplici.”

Fish (Bianca Bagnarelli)

Bianca Bagnarelli è nata a Milano nel 1988 ma risiede a Bologna e ha fondato nel 2010 Delebile, un’etichetta indipendente che pubblica fumetti italiani e stranieri. Parecchi suoi contributi sono stati pubblicati su importanti riviste estere, ma la collaborazione forse più significativa finora è stata quella con NoBrow nel 2014, anche per il modo in cui si è realizzata:

La sua produzione più recente è uscita sulle pagine del nono numero di NoBrow, l’antologia della casa editrice inglese Nobrow Press, che pubblica fra gli altri Luke Pearson […].

“L’esperienza con Nobrow si è rivelata fantastica. Era la prima cosa che facevo che non fosse una fanzine. È stato strano lavorare in un altra lingua e fare tutte quelle conversazioni Skype senza mai incontrarli davvero. Loro sono gentili e molto attenti e curano tutto in modo maniacale.” racconta Bianca. “L’anno scorso, a meno da due mesi dall’uscita del numero 8, Nobrow ha pubblicato su Facebook un invito a mandare il proprio portfolio per selezionare nuovi autori da pubblicare nel lato dedicato all’illustrazione di quel numero. Così ho mandato subito una mail. Penso abbiano avuto più di 400 risposte, ma hanno scelto me e un’altra persona.”

Per l’ultimo numero della rivista, It’s Oh So Quiet, ha scritto e disegnato la storia breve Say hi for me. “I numeri sono tematici, e questo era dedicato al silenzio. I colori da usare sono quattro, e li assegnano loro. In questo modo il volume ha un’unità particolare e sembra che tutte le storie si appartengano l’una all’altra in modo molto forte. Magari non ci se ne accorge subito, perché gli autori sono molto bravi a usare i colori e a manipolarli con retini, sovrapposizioni e tecniche diverse.”(Bianca Bagnarelli, Fumettologica)

Nell’ottobre del 2014 è stato pubblicato sempre da NoBrow il suo primo libro, “Fish”, davvero significativo. Nelle sue 24 pagine si racconta la storia di Milo, un ragazzino di dodici anni che ha perso i genitori in un incidente stradale. Siamo nell’estate successiva all’incidente e già l’inizio è emblematico, con Milo che tiene lo sguardo basso mentre cammina per una strada deserta e i suoi pensieri lo accompagnano:

Sono stanco, i capelli continuano a cadermi davanti agli occhi. Nessuno osa tagliarmeli, lei è stata l’ultima persona a farlo. Ma questi sono gli ultimi dei miei problemi. L’estate scorsa i miei genitori sono stati coinvolti in un incidente d’auto. La macchina è finita fuori strada nel fiume e i loro corpi sono stati portati fino al mare. Li hanno trovati sulla spiaggia una settimana dopo, vicino al supermercato Multimatic.

Milo sta trascorrendo l’estate dai cugini, con cui cerca di condividere senza successo i propri pensieri – lui non può spiegarsi, loro non possono capire; è ossessionato dalla morte e non c’è momento in cui non pensi alla fragilità dell’esistenza:

Pensa a tutte queste cose dentro di te che si gonfiano e si sgonfiano, che si girano e rigirano e diventano rosse, viola, viscide. Sembra tutto così fragile che potrebbe esplodere in ogni momento.

Quando sulla spiaggia viene ritrovato il corpo di una ragazza annegata giorni prima, per Milo arriva il momento di fare i conti con la paura, il dolore e la necessità di andare avanti.

Per “Fish”, Bianca Bagnarelli è stata premiata con la medaglia d’oro della Society Of Illustrators di New York nella sezione Short Form. Da consigliare assolutamente ai ragazzi per questo modo poetico e sognante di rappresentare eventi che vanno ben oltre la comprensione di Milo – le frasi sono sempre brevi e semplici perché brevi e semplici sono le parole che ha a disposizione un ragazzo di dodici anni; in compenso i disegni che le rappresentano sono potenti e mostrano un universo interiore brulicante di fantasie e incubi per niente infantili. Un modo personale di gestire un classico racconto di formazione.

Seconds (Brian Lee O’Malley)

Il fumettista canadese Bryan Lee O’Malley è l’autore dell’epica saga di Scott Pilgrim – “an epic of epic epicness” per dirla con la tagline usata per l’adattamento cinematografico del geniale Edgar Wright – che narra la lotta del protagonista, scansafatiche e musicista part-time, contro i sette malvagi ex fidanzati della bella Ramona Flowers, con uno stile a metà strada tra manga e fumetto occidentale, con un’infinità di citazioni pop – dalla musica ai videogames:

Sono sicuro che qualcuno non ci arriva, ma penso che la maggior parte dei lettori lo apprezzi a un livello più profondo. In qualche modo, ogni tanto mi sento in contatto con i lettori e sembrano avere domande su questioni percettive, perlopiù. Lo capiscono. Penso che il lato emotivo sia ciò che aiuta a venderlo, specialmente alla gente sensibile. [Ride.] I miei lettori sembrano essere gente sensibile. Poi c’è il fan occasionale che è tipo “ah, videogiochi!” (Brian Lee O’Malley, The AV Club)

Nel 2010, anno della conclusione della saga, O’Malley si aggiudica il prestigioso Eisner Awards. Nello stesso anno i sei volumi escono in italia per Rizzoli Lizard. Dopo quattro anni esce “Seconds”.

Katie ha 29 anni e già da un punto di vista puramente anagrafico può andare a completare la sequenza creata da O’Malley con i precedenti lavori, “Lost At Sea” (con gli anni della high school) e, appunto, “Scott Pilgrim” (college).

La ragazza dirige la cucina del “Seconds” ed è una cuoca molto amata dai clienti, ma sta cercando di aprire un locale tutto suo; la sua vita sentimentale sta andando a rotoli e così anche la (lenta) costruzione del nuovo ristorante. Al Seconds s’imbatte in uno strano personaggio che le rivelerà l’esistenza di funghi in grado di alterare il passato e rimodellarlo per il meglio – e risistemare le cose con il proprio fidanzato, ad esempio, oppure evitare un incidente in cucina costato un brutto infortunio a una cameriera, Hazel. Ignorando i consigli dello spiritello, Katie eccederà nell’uso dei funghi magici fino a raggiungere un punto di non-ritorno.

La cosa che rende Seconds davvero degno di attenzione è come il meccanismo del trial-and-error sia inserito nella narrazione. Probabilmente i più ricondurranno questa tecnica di risoluzione dei problemi a interminabili sessioni di gioco davanti a qualche platform dal livello di difficoltà bloccato su “punitivo”, ma in realtà si parla di quello che dovrebbe essere il metodo di apprendimento più funzionale tra gli esponenti della generazione Y.
Detto in poche parole: siamo troppo annoiati per leggere manuali, piuttosto preferiamo continuare a sbattere la testa su un problema fino a quando qualcuno non carica un tutorial su YouTube. Da questo punto di vista le vicende della giovane cuoca Katie, capace di riparare gli errori del passato grazie a dei funghi magici ritrovati sotto la dispensa del suo ristorante, sono perfette nel narrarci l’indecisione cronica di questa generazione. Perché qui non si parla di un Giorno della Marmotta qualsiasi, ma della volontà reiterata e convinta di pigiare con sempre maggiore leggerezza la letale combinazione di tasti ctrl+z.
” (Evil Monkey, Fumettologica)

Divertente ed emozionante, “Seconds” mostra un’ulteriore crescita di O’Malley e ne fa un ottimo autore da consigliare agli adolescenti, anche quando narra di un’età appena più avanzata. Perché è colorato e immediato, perché offre una classica lettura multi-livello – esattamente come Scott Pilgrim, che infila citazioni pop dappertutto ma il suo lato emozionale resta sempre molto forte – e sfrutta un immaginario molto vicino al nostro target:

È facile empatizzare con il suo viaggio. Data una seconda opportunità, chi non valuterebbe l’idea di ricreare la propria vita? Quella comunque è la soluzione facile, e pure immaginaria. Concentrandosi sui propri errori e sull’opportunità di cancellarli, Katie perde traccia di come questi errori l’abbiano aiutata a dar forma alla sua vita e a quelle di chi le è vicino. […] Quando Seconds inizia, siamo introdotti nel ristorante. È pieno di tutto ciò che è caro a Katie. Non è perfetto, ma è un posto caldo, accogliente, una casa. Che è poi quello che Katie arriva ad apprendere e riflette una delle più grandi lezioni dell’età adulta: accettare le cose per il fatto che sono buone, non aspettarsi che siano perfette.” (Chase Magnett, Comicsbulletin)

Il muretto (Céline Fraipont)

“Il Muretto” è il primo graphic novel scritto da Céline Fraipont, già autrice di una saga per l’infanzia di grande successo il Francia e Belgio. Arrivato in Italia a settembre del 2014, il romanzo a fumetti è un tuffo in un’adolescenza difficile degli anni ottanta.

Siamo nel 1988 e Rosie, a soli tredici anni, si trova a dover far fronte alla separazione dei genitori, che la lasciano quasi sempre da sola: la madre se n’è andata con un altro uomo, il padre lavora spesso fuori città. Il tempo è una cosa difficile da gestire per una tredicenne, così come la paura della solitudine:

Le mie 4 regole della sera: chiudere bene le tende per non vedere il baratro nero fuori; controllare la chiusura delle porte; lasciare la luce accesa; addormentarmi sempre davanti alla tv per non sentire i rumori della casa. Sono in pericolo? Mi sento come un soldatino nella sua trincea. E credo di essere tutta sola a combattere.

Sul muretto che dà il titolo all’opera, Rosie inizia a bere per riempire tempo e vuoto, condivide gli ultimi momenti di spensieratezza con l’amica Nath e s’innamora di Jo, un ragazzo che vive di espedienti e la introduce a un mondo tutto nuovo, in cui la musica – bellissima: punk, dark, new wave – riveste un ruolo fondamentale – come le droghe a basso costo, del resto. Un ragazzo che si è creato un mondo ai margini di una società e lì sembra trovarsi completamente a proprio agio. Poi le cose prenderanno una piega sempre più drammatica, assecondata dal crudo bianco e nero delle illustrazioni, ma Rosie avrà avuto belle lezioni di vita da persone intense anche se già segnate e scoprirà di avere anche qualcuno cui fare ritorno.

“Il Muretto” è un pugno nello stomaco: non è facile raccontare una storia del genere, tanto più se la protagonista è una tredicenne già troppo familiare con concetti come alcolismo e depressione. Ma storia e personaggio sono totalmente credibili, tanto più se si ha familiarità con le strade laterali di un decennio che in superficie voleva mostrare tutt’altro:

Vedere una tredicenne sola e disperata, è una immagine dura anche quando è a fumetti. Il tratto in bianco e nero di Pierre Bailly non lascia spazio a nessun dubbio sul momento narrativo: Rosie non parla mai apertamente di disperazione, ma mano a mano che questa cresce, I tratti del suo viso cambiano, le ombre su occhi e zigomi si accentuano, e le ombre delle pagine si fanno più e più scure, fino a che, improvvisamente davanti agli occhi del lettore, si apre una pagina completamente nera. Nella pagina successiva tutto sembra normale, la narrazione riparte ma il gioco si ripete, probabilmente in una delle più belle rappresentazioni concettuali della depressione che si possano trovare nell’ambiente del fumetto.” (Andrea Cattani, C4Comic)

Se si desiderasse proporre ai ragazzi un percorso di approfondimento sulla musica di quegli anni, così importante nell’economia del racconto, c’è una cosa in particolare che potrebbe essere bello consigliare.

Si chiama “Il Giorno Del Sole” ed è una raccolta di due album dei torinesi Negazione, una delle più importanti band dell’underground italiano degli anni 80; oltre ai brani sul cd, nella confezione si trova pure un libretto che racconta di quei quattro ventenni – Zazzo, Tax, Marco e Fabri – che passarono anni a girare per i centri sociali di tutta Europa e a suonare con tutta l’energia di cui erano capaci.

Ecco, ad ascoltare quei brani in cui si rivendica la voglia di stare ai margini fregandosene di una società che respinge chi non si adegua – “noi vi abbiamo condannati a morte nel vostro quieto vivere”, grida “Noi” – e a leggere quelle pagine sembra di capitare in uno dei posti in cui Katie e Jo sarebbero potuti passare.

Dimentica il mio nome (Zerocalcare)

Michele Rech nasce ad Arezzo nel 1983 ma cresce a Roma, e la città marchia a fuoco la sua opera – dal linguaggio scelto ai luoghi che fanno da sfondo a quasi tutto il suo repertorio, particolarmente il quartiere di Rebibbia.

Parte dal G8 di Genova e dai centri sociali e inizialmente realizza locandine, illustra copertine di dischi e molto altro; arriva alla pubblicazione del suo primo graphic novel nel 2011, “La Profezia dell’Armadillo”. Da lì, la sua produzione si fa fitta: oltre a un blog visitatissimo – e da consigliare – si contano tre altri libri veri e propri e una raccolta di strisce già pubblicate sul sito.

Detto che le strisce settimanali rappresentano il formato più sicuro per l’autore – perché si muovono in un canovaccio in fondo sempre abbastanza simile a se stesso, perché hanno gioco facile nel far ridere i lettori, a volte perfino troppo facile – è nelle opere lunghe che Zerocalcare mostra una cifra autoriale ben definita: rischia, a volte si perde e dilunga, a volte scrive semplicemente troppo, ma emoziona e diverte e offre un preciso spaccato generazionale.

Comincia con “La Profezia dell’Armadillo”, che prende le mosse da un evento luttuoso, e prosegue con “Un Polpo alla Gola”, che invece si concentra sull’infanzia e sui rimorsi e le conseguenze che anche i gesti più piccoli finiscono per generare. Con “Dodici”, poi, offre una divertente reinterpretazione del filone zombie, con Zero e i suoi amici ultimi sopravvissuti a un’epidemia che ha colpito il resto del mondo – o almeno il resto di Rebibbia:

Oggi arrivare a Rebibbia rischia di essere un casino. RepubblicaPuntoIt dice che a Roma Est c’è un macello, tipo epidemia. Tutta gente che sbrocca a buffo per strada.

I temi affrontati da Rech girano spesso intorno allo spaesamento della generazione dei venti-e-qualcosa che si apprestano a diventare trenta-e-qualcosa: la difficoltà ad accettare il passare del tempo, un presente fatto di lavori occasionali, un costante senso di frustrazione – sempre autoironica, con la paura che mostrarsi troppo seriosi finisca per rendere ridicoli – e un passato che è una specie di età dell’oro cui attingere tutto un immaginario di videogiochi, musica, cartoni animati – in “Dodici” c’è una rielaborazione di Ken Il Guerriero in chiave cristologica, ad esempio. Però lo fa in modo estremamente coinvolgente e con un attaccamento sincero a un piccolo mondo che però è tutto il mondo.

Il suo ultimo libro è “Dimentica il Mio Nome”: comincia con un altro lutto, la morte della nonna, e finisce per diventare una sorta di fantasy in cui si scoprono dettagli oscuri del passato della madre di Zero e della sua intera famiglia. L’opera è stata accolta ottimamente dalla critica, tanto da valere a Rech una candidatura al Premio Strega – secondo fumetto a concorrere al premio dopo “Una Storia” di Gipi, lo scorso anno. Fumettologica lo ha introdotto così:

C’è una frase che Zerocalcare ha usato per presentare il suo nuovo libro, Dimentica il mio nome, che probabilmente racchiude tutto ciò che si può dire in proposito: «Tutto quello che ho fatto finora mi è servito per capire esattamente come raccontare questa storia.» E in effetti tale dichiarazione non è buttata lì per caso, perché in questo nuovo libro pubblicato da Bao Publishing – già editore dei suoi lavori precedenti – si ha davvero la sensazione di trovare qualcosa di fresco, capace di far fare un ulteriore passo in avanti all’autore.(Andrea Antonazzo, Fumettologica)

E infatti dalle pagine del libro traspare un fortissimo coinvolgimento emotivo, che l’elemento fantasy serve anche un po’ per alleggerire. Come leggiamo in un’intervista a Repubblica:

Questo nuovo corposo volume di ben 238 pagine, Dimentica il mio nome, è la cosa a cui tieni di più in assoluto. Da quanto tempo ci stavi lavorando?
“Da più di due anni, anche se la lavorazione vera e propria è stata di circa otto mesi. Ho iniziato e poi l’ho interrotto perché non mi sentivo ancora pronto a metterlo giù”.

Perché affronti temi molto intimi che riguardano la tua famiglia?
“Sì, ci sono alcune cose autobiografiche e altre no, ma non rivelerò mai qual è la parte vera e quale quella di fantasia. Io comunque ho una storia familiare nebulosa, piena di buchi e di contraddizioni. Solo dopo la morte di mia nonna queste lacune si sono colmate ed è venuta fuori una storia che andava raccontata per forza”.

È una storia molto poetica in cui in qualche modo la protagonista assoluta è sua madre.
“Infatti ero in paranoia, perché mentre io i fatti miei li posso mettere in piazza e devo rispondere solo a me stesso, in questo caso ho raccontato cose molto private che nemmeno la gente intorno a lei conosce”.

Ne avete parlato?
“Sì e credo che anche lei sia stata contenta di queste rivelazioni, per non farle morire nell’oblio e nel segreto”.

(Zerocalcare, Repubblica)”

Come sempre moltissima autoironia e come sempre momenti di irresistibile comicità – l’amico Secco, ormai una certezza e perfetto wingman privo di ogni senso del limite.

L’impressione è che però con quest’opera Zerocalcare abbia raggiunto una nuova maturità artistica mantenendo intatta la propria espressività. Che, tra le altre cose, ha il merito di avvicinare i lettori più giovani a tematiche importanti, come accade nel reportage – ma tutti l’hanno chiamato “storione” – da Kobane realizzato per Internazionale lo scorso inverno con il consueto trasporto:

Sebbene quella di Kobane non sia una storia personale, Zerocalcare riesce a renderla tale. Ci riesce come fa sempre. Perché non puoi raccontare Kobane senza farne un problema personale, senza lasciarti coinvolgere. Il lavoro del giornalista, è vero, è un altro. È raccontare prendendo le distanze. Ma Zc non è un giornalista e quindi, nel suo caso, va bene così.” (Gianmaria Tammaro, Fumettologica)

La grande guerra (Joe Sacco)

Joe Sacco è forse il più importante nome del giornalismo a fumetti. Nato a Malta nel 1960 e cresciuto poi in Australia, l’autore – attualmente residente negli Stati Uniti – ha combinato nel corso del tempo in maniera assolutamente unica giornalismo e fumetto, dando vita a opere importanti come “Palestina. Una Nazione Occupata”, “Gorazde. Area Protetta” e “Gaza 1956”. Di fatto, si tratta di opere di saggistica illustrate e molto dense, che possiamo consigliare comunque nonostante la difficoltà dei temi trattati.

La Grande Guerra” è un’opera che invece si distanzia di molto dalle precedenti: si tratta di un’opera panoramica muta che, stesa, raggiunge i 7 metri di lunghezza e si sviluppa lungo 24 tavole. Il racconto è quello del primo giorno della battaglia della Somme del 1° luglio 1916, con l’attacco sferrato dagli anglo-francesi alle linee tedesche; un orrore indicibile: su 120.000 soldati britannici scesi in battaglia, 57.000 vennero uccisi o feriti solo in quel primo giorno.

I modelli dichiarati per “La Grande Guerra” sono l’arazzo di Bayeux – un racconto per immagini della conquista dell’Inghilterra da parte dei Normanni nel 1066 tessuto su lino, in cui le storie sono concatenate in una settantina di metri – e il libro “Manhattan Unfurled” di Matteo Pericoli, del 2001 – due anni di lavoro, 1.500 edifici e 19 ponti che raccontano lo skyline di New York.

L’occhio del lettore non scorre velocemente lungo le pagine, trascinato da un senso di narrazione; piuttosto, siamo invitati a guardare più da vicino ogni centimetro di ogni pagina, ed è solo dopo questa ispezione che l’orrore ci colpisce. Laggiù, un ufficiale vomita tranquillamente. Qui, a un cavallo viene alleviata la sofferenza. E in questo angolo, un soldato si contorce su una barella, le sue braccia tese di fronte a lui come se non volesse altro che abbracciare la morte. Per la gran parte del tempo, ci sono così tanti uomini nelle trincee di Sacco, che tutto ciò che possiamo vedere dalla nostra posizione dietro le linee sono le file ammassate dei loro elmetti. Così, quando un volto o un gesto sono visibili, sei strattonato, afferrato, il ricordo improvvisamente amaro e feroce piuttosto che semplicemente addolorato.” (Rachel Cooke, The Guardian)

Da consigliare anche agli adolescenti perché si tratta di un’opera dura e priva di compromessi, che però risulta accessibile proprio in quanto puramente emotiva: se risulta pienamente comprensibile solo dopo l’approfondimento tramite le note e dalle didascalie curate dallo stesso autore e dall’introduzione storica a cura di Adam Hochschild, è pur vero che “La Grande Guerra” colpisce subito il lettore distratto e quello più attento al dettaglio; perché si parla di Storia in un modo non usuale per il nostro target e offre nello stesso tempo una prospettiva diversa sul fumetto; e perché, come dice lo stesso Sacco, “ci sono due tipi di verità: c’è una verità letterale, ma poi c’è la verità essenziale, ovvero ciò che si deve trasmettere. E tutto quel che deve essere trasmesso è una cosa essenziale: qualcuno che marcia, delle armi che sparano, i soldati che vanno in trincea o oltrepassano le linee, i soldati uccisi, la gente che torna dalla battaglia.” (Joe Sacco, Fumettologica)

Last Man (Bastien Vives)

Bastien Vivès è uno dei grandi nomi del fumetto europeo degli ultimi anni. Nato nel 1984 a Parigi, ha pubblicato opere dei generi più disparati e si è rivelato come gran talento sin dalla seconda metà dello scorso decennio: nel 2009 ha vinto infatti il Prix Révélation al festival del fumetto di Angoulême per “Il Gusto del Cloro”, che molti considerano un classico del fumetto moderno – gli incontri brevi e occasionali di un ragazzo e una ragazza che si ritrovano a nuotare nella stessa piscina, con lo sguardo che osserva la scena dall’esterno oppure diventa quello del ragazzo che si sofferma su di lei. Un altro suo bellissimo fumetto è “Polina”, di due anni successivo, una storia ambientata nel mondo della danza classica e del balletto.

“Last Man” è invece un’opera completamente diversa: realizzata a sei mani con Balak e Sanlaville, ed è la sua personale versione del manga, ispirato a saghe come “Naruto” o “Dragon Ball”.

Arrivato in Italia con BaoPublishing fino al terzo volume – ma gli autori vogliono arrivare a dodici – “Last Man” prende le mosse da un torneo di arti marziali (uno dei topoi del genere) che mette in palio la Coppa dei Re: il piccolo Adrian Velba attende con trepidazione la competizione che si svolge nel suo paese – un paese di cui non sappiamo molto, nel primo volume, ma che ha tratti europei e medievaleggianti; il torneo si svolge a coppie e Adrian, all’ultimo istante, viene escluso a causa dell’impossibilità a partecipare del compagno di squadra. Improvvisamente, appare dal nulla un uomo rozzo e gigantesco, Richard Aldana, che per qualche oscura ragione vuol partecipare al torneo e trova il modo di farlo iscrivendosi come compagno del ragazzino, nonostante l’ostilità della (bellissima) madre.

Il primo volume dell’opera è tutto basato sui primi scontri della competizione e ci introduce ad altri personaggi della saga: il vecchio maestro Jansen, i giovani Elorna e Gregorio; e tutti hanno tratti particolari per il genere, che vengono approfonditi nei volumi successivi – primo fra tutti il ribaltamento dei ruoli maschili e femminili.

Un gran divertissement per gli autori, un grande divertimento per i lettori di tutte le età, visto il grande successo che l’opera ha riscosso prima di tutto in patria. Ma da dove arriva questa ispirazione che unisce elementi europei e giapponesi?

Quando ero piccolo non leggevo manga, quasi non guardavo la televisione, ero più interessato all’animazione di scuola americana (Disney, Warner, Hanna & Barbera). Poi ho scoperto ciò che mi ero perso durante i miei studi e oggi posso leggere le leggende del manga con occhio adulto… ed è un’esperienza incredibile… Ho letto Hokuto No Ken all’età di ventotto anni e ne sono uscito trasformato.
” (Bastien Vives, Panorama)

Balak, invece, ne racconta meglio obiettivi e sottotesto:

Anche il peggior sceneggiatore di Hollywood ti direbbe che la storia riguarda un conflitto. Un torneo è il centro dello storytelling più basico e onnicomprensivo. Hai un eroe per cui fai il tifo: vuole vincere la coppa e tutti gli altri vogliono la stessa cosa. La premessa è facile, quasi viscerale. Ecco perché i manga di questo tipo sono popolari, perché riescono a trasmettere il bruciante desiderio di vittoria di ogni personaggio e le sue emozioni; ogni battaglia è una storia in sé. Ma quando diciamo che è semplice, non significa che sia “semplicistico”. Tenere le cose semplici è complicato, c’è un’eleganza impercettibile che è davvero difficile da raggiungere.” (Balak, Comicsbeat)

Da consigliare ai lettori adolescenti interessati ai fumetti poiché innanzitutto coinvolgente, immediato e godibile; poi a quelli appassionati di manga, perché ci ritroveranno molti elementi cui sono già abituati, però rivisitati in chiave “europea”; e a tutti, in generale, perché è un “racconto di formazione con botte” di ottimo impatto che potrà servire loro per scoprire un grande talento del fumetto contemporaneo.

Golem (LRNZ)

Golem è un’opera allegorica. E per me un’allegoria felicemente realizzata non nasconde nulla. Tutto, anche un gesto, che può apparire banale, opera sottotraccia quando sei nell’allegoria. La complessità non deve rendere più complicata la lettura, il livello zero della narrazione non deve mai essere tradito da quelli più profondi, perché la superficie è proprio l’interfaccia per la profondità. E la profondità, di ritorno, ci riporta a una più comprensibile e semplice della superficie.” (LRNZ, Fumettologica)

Questa intervista a Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ, su Fumettologica – appropriatamente titolata “Golem, l’Universo e Tutto il Resto” – che dà l’idea della complessità dei temi affrontati nel suo “Golem” e del complicatissimo sistema di riferimenti e simboli che si ritrovano nel corso della lettura. Un’opera costata vent’anni di lavoro, tanto che l’ultimo fra i ringraziamenti posti in calce al volume è anche il più singolare: “tutta la mia famiglia: per aver tollerato un parente degenere che dice solo “non posso, devo finire Golem”.”

“Golem” è un graphic novel distopico ambientato in Italia in un 2030 in cui il nostro Paese ha abbandonato l’Euro in favore dello Pseudo – moneta unica dell’Eurasia, esplicito riferimento al “1984” di George Orwell – e alcune multinazionali condizionano continuamente la libertà degli individui e l’orientamento dei governi, nascondendo per il proprio tornaconto una scoperta scientifica che potrebbe cambiare il corso della storia dell’uomo. In questo contesto, due ragazzini, Steno e Rosabella – opposti in tutto – s’incontrano a scuola e fanno amicizia e scoprono di essere coinvolti in cose inimmaginabili, crudeli, gigantesche.

Il risultato è un’opera articolatissima in cui si riflette su Stato e libertà, capitalismo e idealismo, infanzia ed età adulta, sviluppo e controllo, purezza della ricerca/scoperta scientifica e sfruttamento delle idee da parte dell’industria. Ogni personaggio è studiato nei minimi dettagli, a partire da nome, aspetto e colori:

Steno e Rosabella sono chiaramente due protagonisti complementari opposti. Quindi anche tutto il loro carico simbolico è tale. A partire dal basilare maschio/femmina, si arriva al loro modo di essere, di comportarsi, fino anche ai loro colori. Ecco qui le cose si fanno interessanti: creare una color palette partendo dagli strumenti di analisi degli opposti mi avrebbe portato a un risultato chiaro forse solo agli esperti della teoria del colore, mentre ho preferito attingere alle caratteristiche di due opposti che in natura siamo tutti abituatissimi a riconoscere, l’alba e il tramonto.

E questo porta ad un sistema molto più profondo anche di utilizzo dei colori stessi: ecco che il nero del vestito di Steno è il nero delle ombre con cui all’alba il Sole annuncia la forma delle cose a venire, al contrario del nero della notte. È un nero che anticipa il futuro, come Steno che da bambino è solo l’ombra dell’uomo che diventerà da lì a poco (nel finale è a torso nudo anche per questo).” (LRNZ, Wired)

E numerosi sono i riferimenti ad altre forme d’arte, come il cinema di Tarkovskij o il capolavoro “Akira” di Katsuhiro Otomo, riferimento evidente perfino nella rappresentazione del Golem che le dà il titolo. Ma, oltre a essere un’opera impressionante dal punto di vista grafico, una chiave di lettura fondamentale di “Golem” è quella politica, ben descritta qui:

Lo Stato non è forse l’incarnazione più perfetta del concetto stesso di Golem? Una massa informe resa intelligente da un sapiente, con la magia, che fa le veci di quest’ultimo, che prende il suo posto. È lo schiavo perfetto. Lo Stato ci cura, ci protegge, ci allontana dalla reale durezza della vita. Ma cosa succede se lo stato prende l’iniziativa e diventa una creatura senziente?” (LRNZ, Wired)

Al di là delle considerazioni personali su questa distopia del futuro prossimo – sicuramente eccessiva, un po’ più che complottista nella visione d’insieme, ma viva e bruciante nel rappresentare il desiderio di fare del mondo un posto migliore – “Golem” è praticamente un caso unico nel fumetto contemporaneo che si farà ricordare per molto tempo ed è sicuramente adatto agli adolescenti – e magari sarebbe bello discuterne davvero con loro, che possono sentire in modo molto forte certi aspetti e tematiche dell’opera. Consigliatissima, appunto, per il modo in cui, invece di concentrarsi su una storia piccola e “locale”, esplode in un esercizio di “costruzione di un mondo”; per l’attenzione al dettaglio e ai piani di lettura che possono essere mostrati dopo un primo approccio magari attento più alla costruzione della storia e dei personaggi; per la qualità del disegno e l’emotività della narrazione; soprattutto, per la voglia di cambiare le cose e non smettere di sognare.

Nota: dopo la pubblicazione del fumetto, è stata rilasciata un’apposita app che si trova cercando Golem ed è chiamata Desmo Scanner, fantomatico prodotto di una delle multinazionali di cui si parla nella storia che permette di accedere a moltissimi contenuti extra – musica, spiegazioni, immagini da scaricare – semplicemente puntando l’obiettivo della fotocamera del proprio dispositivo sulle varie pagine.

E la chiamano estate (Jillian Tamaki)

Cosa continua a spingerti verso personaggi che sono sulla soglia dell’età adulta?”
“Penso che in parte sia perché l’esperienza di quell’età la sento ancora molto vicina, forse perché è stato un momento in cui ho davvero lottato. Così in un certo senso sono sempre stata molto affascinata dalle dinamiche della crescita. Anche da bambina prendevo note dettagliate nel mio diario.
Penso anche che le lezioni che si accompagnano alle storie sul “coming of age” siano piuttosto universali. La domanda su come si diventa la persona che si dovrebbe diventare non è una domanda chiara e semplice. Penso sia una cosa con cui le persone combattono a ogni età.

Partiamo da qui, dalle parole di Mariko Tamaki al Los Angeles Times. Con la cugina Jillian Tamaki, che si è occupata della parte grafica, ha realizzato un romanzo a fumetti bellissmo, “This One Summer”, edito in Italia da Bao Publishing con il titolo “E La Chiamano Estate”. Inserito tra le migliori uscite per adolescenti del 2014 dalla NYPL, il libro sfrutta molti temi cardine dei racconti di formazione: l’estate, l’amicizia e i passaggi d’età, la prima cotta e le famiglie disfunzionali. Un po’ come “C’era una Volta un’Estate”, solo con un tono più malinconico e complesso.

“This One Summer” è l’estate di Rose, trascorsa con la mamma e il papà nella casa di Awago Beach. Quella che dovrebbe essere un’oasi di serenità, in realtà è lo scenario per i continui litigi tra i genitori – che hanno un’origine dolorosa, che verrà svelata solo nelle ultime pagine del libro – da cui la ragazzina cerca di fuggire, rifugiandosi nell’amica di sempre, Windy; che però, come lei, sta cambiando. E poi c’è Duncan, che lavora al negozio all’angolo, di cui Rose s’innamora e che va a trovare ogni volta che può, noleggiando classici horror anche solo per potergli parlare qualche istante; ma anche Duncan, che ha solo qualche anno più di lei, nasconde segreti, non diversamente dagli adulti.

Quella di Jillian e Mariko Tamaki è un’operazione delicata e riuscita: prendono un frammento della vita di una ragazza all’ingresso dell’adolescenza, mostrandola proprio nel momento in cui sta cambiando per sempre – fisicamente ed emotivamente – mentre s’interroga su se stessa e cerca risposte nel mondo esterno, trovando la stessa confusione e gli stessi interrogativi dappertutto e testimoniando una serie di eventi che solo poco a poco riesce a capire.

Alcuni fumetti li leggi e li dimentichi. Altri li leggi e li ricordi negli anni a venire. E alcuni che non puoi nemmeno dire che li “leggi”. Piuttosto, li vivi. Sono meno un’opera di letteratura di quanto non siano invece l’istantanea di un tempo e di un luogo che puoi riconoscere. Queste storie piovono su di te come una pioggia calda, un ricordo che non avevi capito quanto fosse potente fino ad ora.” (Tres Dean, IGN)

Su tutto brillano le parole della protagonista, assolutamente credibili nel descrivere in poche frasi le emozioni contrastanti generate dai cambiamenti in atto in famiglia e la nostalgia di un tempo che non può tornare. La malinconia del ricordo, anche se hai solo tredici anni.

Tre anni fa ho raccolto duecento sassi in spiaggia. Li abbiamo ammucchiati nel porticato. Facevamo cose così, insieme. Il muro di sassi della Famiglia Wallace. Ovviamente la mia famiglia non costruirà altri muri di sassi. O un’altra cosa. Sono troppo grande per quelle cose ora, comunque.

Senza dimenticare che è una ragazzina a parlare; capace, come tutti i coetanei, di soffiare via tutto con una meravigliosa leggerezza. Tant’è che dopo tutto questo, sul ticchettare emblematico di un orologio, Rose si congeda così:

Forse avrò delle grandi tette. Già averle, le tette, non sarebbe male.

BONUS

A conclusione di questo percorso vorrei raccogliere un po’ di idee e spunti citati – soprattutto a livello metodologico – per proporre altri contenuti: gli stimoli, in questo caso, saranno organizzati in forma di approfondimento a partire da un singolo film.

Boyhood (Richard Linklater)

Quasi tutti ormai avrete visto “Boyhood”, il film di Richard Linklater acclamato dalla critica come un capolavoro e ingiustamente snobbato dall’Academy agli ultimi Oscar, dove pure aveva ricevuto moltissime nomination. Mi piace l’idea di concludere questo percorso con questo film, poiché si tratta di un caso praticamente unico nella storia del cinema e soprattutto una rappresentazione meravigliosa del coming-of-age. È anche una vera miniera di riferimenti e spunti per costruire mappe interessanti, da consigliare agli adolescenti.

Boyhood

Le riprese di Boyhood sono durate in tutto 39 giorni, distribuiti però nell’arco di 12 anni dal 2002 al 2013. Ogni anno il cast e la troupe si riunivano per qualche giorno di riprese e si davano appuntamento per l’anno successivo. La sceneggiatura, ha spiegato Linklater, era molto fluida: in alcuni casi è stata modificata a poche ore dalle riprese per corrispondere meglio al momento della crescita del bambino, poi ragazzo, che ha interpretato Mason: Ellar Coltrane.” (Il Post)

E dunque “Boyhood” racconta la storia di Mason, dai sei anni in poi: genitori separati, una sorella maggiore al fianco e un trasloco poco più avanti. Per quasi tre ore seguiamo il bambino farsi ragazzo, attraverso esperienze che sono quelle di chiunque altro, solo apparentemente piccole: le conseguenze delle scelte sbagliate della madre Olivia in fatto di uomini; le avventure con un padre che, come lei, si è rifatto una vita altrove; gli amori, le sbronze e le delusioni, fino all’arrivo al college, una nuova prima volta carica di promesse. E in tutto questo, il racconto del tempo di un ragazzo e di una famiglia trae forza anche dall’invecchiare degli attori – i giovanissimi Ellar Coltrane e Lorelei Linklater, figlia del regista, ma così anche i “grandi” come Ethan Hawke e Patricia Arquette. Una cosa difficile da realizzare al cinema, perfino scomoda per certi canoni hollywoodiani.

Un grandissimo esempio del passare del tempo raccontato al cinema si può ritrovare anche in un capolavoro dell’animazione recente, che ovviamente non ha incontrato lungo il cammino le stesse difficoltà di un film con attori in carne e ossa come “Boyhood”. Ugualmente consigliabile, però, perché, pur introducendo il tema del magico, tratta in maniera mirabile la crescita e le dinamiche interne a una famiglia – oltretutto in un arco temporale del tutto simile ai dodici anni di “Boyhood”.

Si tratta di “Wolf Children”, l’ultimo film di Mamoru Hosoda, perfetto per il nostro target esattamente quanto i precedenti del regista – “Summer Wars” e “La Ragazza che Saltava nel Tempo”. Vi si racconta di una ragazza e del suo amore per un coetaneo che si rivela essere uno degli ultimi uomini lupo del Giappone; dalla loro unione nascono due bimbi, Ame e Yuki, che come il padre sono in grado di trasformarsi in lupacchiotti. Un giorno, però, il genitore rimane ucciso mentre è in cerca di cibo per i figli e da lì inizia – per tutti, la madre e i ragazzini – un percorso di consapevolezza che abbandona presto la spensieratezza dell’infanzia per scontrarsi con il mondo esterno e con la propria natura più intima: e le scelte saranno necessarie, spesso laceranti e drammatiche, ma sempre sostenute dall’amore della madre.

Una favola dolcissima, lunga dodici anni:

Quando parliamo di quei dodici anni in cui ci ha cresciuto, mia madre sorride e dice che per lei sono passati in un attimo. Giusto il tempo di una favola. Il suo sorriso pieno, soddisfatto, come di chi ha lo sguardo rivolto verso una vetta lontana, quel sorriso riesce sempre a scaldarmi il cuore.

“Boyhood”, però, è un film sul trascorrere del tempo in cui la sceneggiatura deve confrontarsi sia con i cambiamenti delle vite dei singoli attori, sia con il contesto storico e sociale americano in cui è calata, ovvero tutto ciò che è accaduto negli USA a partire dall’11 settembre 2001: e infatti ci troviamo riferimenti alla campagna elettorale Obama-McCain e alle guerre in Iraq e Afghanistan. È possibile offrire al nostro target uno spaccato su questi eventi facendo ricorso ad alcuni film recenti che affrontano momenti chiave della storia americana recente.

Per raccontare il senso di smarrimento post-11 settembre, ad esempio, si può proporre un capolavoro di Spike Lee uscito all’indomani dell’attentato di New York. “La 25a Ora” racconta l’ultimo giorno di Monty fuori dal carcere, dov’è atteso il mattino successivo; un addio struggente e rabbioso a tutto quello che ha avuto prima (amici, soldi, amore) e una dichiarazione di odio e amore per la sua città. Non certo un film “storico” – sebbene sia il primo a mostrare Ground Zero dopo – che ha però la capacità di rappresentare il momento storico e il sentimento di una nazione.

Tra il 2008 e il 2012, poi, ci penseranno due grandi film di Kathryn Bigelow a raccontare dove sia andato a finire quel senso di smarrimento: in “Hurt Locker”, prima, nella claustrofobia e nelle ossessioni che prendono possesso della vita degli artificieri di stanza in Iraq; in “Zero Dark Thirty”, poi, con la caccia a Osama Bin Laden da parte di una giovane agente della CIA, che passa dieci anni sulle tracce del terrorista fino all’operazione che condurrà alla sua uccisione.

Si tratta di opere difficili e complesse – che presentano più di qualche contraddizione al proprio interno – ma che hanno il pregio di dire tanto del sentimento di angoscia diffusa negli USA dopo il 2001. E sono opere che vanno consigliate ai ragazzi, dopo un’accurata introduzione.

Oltre a questo, “Boyhood” si adegua pure al passaggio del tempo nella vita di tutti i giorni – arrivano nuove tecnologie e smartphone – e la colonna sonora è costruita in modo assolutamente particolare:

uno degli aspetti più interessanti della soundtrack di Boyhood è il particolare tipo di ricordi che innesca. Il remix di Travis Barker di “Crank That” di Soulja Boy, “Anthem Part Two” dei Blink 182, “Good Girls Go Bad” dei Cobra Starship potranno produrre ricordi ma alle mie orecchie di certo non generano nostalgia, e questo rende la loro inclusione ancora più significativa: quelle canzoni riflettono i gusti delle persone che vivono nel film, piuttosto che quelli di chi l’ha creato (o di chi lo sta guardando)

Una delle cose più brutte e belle insieme della musica pop è che entra nella tua vita anche quando non vuoi, in un modo diverso rispetto al resto dell’arte. Se non ti piacciono Mad Men o i film di supereroi o i romanzi di Cormac McCarthy, puoi più o meno evitarli; se non ti piacciono Beyoncé, gli U2 o i Beatles, avrai la vita più dura. Il nostro consumo di musica è sia volontario che involontario, ed essere vivi significa passare molto tempo ad ascoltare musica che non ci piace particolarmente.(Jack Hamilton, Slate)

Linklater rappresenta il passare del tempo anche attraverso una raccolta di brani che raccontano il momento del film – che i protagonisti stanno ascoltando, oppure che qualcuno sta suonando a una festa -, in modo sia diegetico che extra-diegetico: ne viene fuori una colonna sonora che racconta dodici anni di pop e musica alternativa, da Britney Spears ai Coldplay, dagli Arcade Fire agli Yo La Tengo, attraverso cui il regista continua a sperimentare sul tempo.

Non è la prima volta che il cineasta americano approccia questo argomento: “Slacker”, un vero manifesto generazionale uscito nel 1991, raccontava – in una quarantina di spezzoni legati fra loro spesso da semplici pretesti – una giornata nella vita di un gran numero di “sfaccendati” (slacker, appunto).

Poco più avanti, nel 1995, Linklater dà vita a “Prima dell’Alba”, primo episodio di una trilogia con Ethan Hawke e Julie Delpy: Jesse e Celine, incontratisi per caso su un treno per Vienna, passano un’intera giornata e la notte a discutere di qualunque cosa – e innamorarsi -, prima di darsi appuntamento di lì a qualche mese – appuntamento di cui non si saprà nulla. Il film, così immobile e tutto incentrato sui dialoghi, è in realtà emotivamente coinvolgentissimo, con molte scene memorabili – come il malinconico finale, in cui il regista ripercorre i luoghi in cui i due ragazzi sono stati durante il giorno e che ora sono rimasti deserti.

A distanza di nove anni, Jesse e Celine si incontreranno di nuovo in “Prima del Tramonto”, questa volta a Parigi: Jesse è lì per presentare il suo primo libro; ancora una volta i due trascorrono un intero pomeriggio insieme, e l’attrazione non sembra passata, sebbene abbiano entrambi un’altra relazione. Il finale aperto troverà una spiegazione dopo altri nove anni: è il 2013 quando esce “Prima di Mezzanotte”, terzo e ultimo capitolo della trilogia in cui troviamo Jesse e Celine sposati e con figli, durante una vacanza in Grecia; ormai più che quarantenni, sono alle prese con i contrasti e le difficoltà di ogni coppia.

In questi tre film Linklater offre una visione del tempo nel cinema cogliendo alcuni momenti topici nell’esistenza dei due protagonisti, esattamente l’opposto di quanto accade in “Boyhood”, dove, invece di singole giornate, è rappresentata un’intera esistenza come semplice succedersi di eventi minuscoli e comuni, tanto che in una delle scene più toccanti troviamo Patricia Arquette intenta a salutare il figlio, ormai in partenza per il college: affranta, gli rivela che si sarebbe aspettata di più dalla vita, invece di una serie di poche “pietre miliari”. E lo spettatore viene lasciato a interrogarsi con lei sul senso ultimo dell’esistenza.

Per tutti questi motivi, “Boyhood” è un film che possiamo consigliare agli adolescenti esattamente come tutti quelli che abbiamo analizzato questa mattina: perché parla innanzitutto di loro, dei ragazzi – ma non solo, anche dei loro genitori; perché racconta cose in cui tutti possono riconoscersi, sebbene lo faccia in punta di piedi; perché è un film interessante anche da un punto di vista puramente formale. E, come tutti gli altri esempi citati, è possibile decostruirlo per trarne nuovi spunti per ulteriori consigli e, allo stesso tempo, insegnare ai ragazzi a fare lo stesso – smontare le cose per vedere come funzionano e cos’altro nascondono, insomma. Per finire proprio come Mason, a guardare l’orizzonte cercando di capire.

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One thought on “The Librarian’s Guide To Teen Years. Musica, cinema, fumetti e altre letture per ragazzi / 3”

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