The Librarian’s Guide To Teen Years. Musica, cinema, fumetti e altre letture per ragazzi / 2

La scorsa settimana ho pubblicato su questo blog la prima parte del corso dedicato a musica, cinema e fumetti per adolescenti che ho tenuto ad aprile a Bolzano, per qualche decina di bibliotecari. Oggi condivido con chi ha voglia di leggere la sezione dedicata alla musica. Ancora qualche giorno di pazienza, poi, e avrete anche la parte sui fumetti, oltre a una particolare “bonus track”.

The Librarian’s Guide To Teen Years. Musica, cinema, fumetti e altre letture per ragazzi.

MUSICA

Mourn

Come detto in precedenza, la sezione musicale del nostro percorso è strutturata in modo differente rispetto a quella relativa al cinema. Vi proporrò innanzitutto una serie di artisti e band di giovane età, per la scelta delle quali il discrimine è stato, arbitrariamente, l’anno di nascita (il 1990). L’obiettivo è quello di mostrare, al di là delle distinzioni di genere, alcuni modi in cui si può articolare un’espressione artistica negli anni dell’adolescenza e immediatamente successivi: i più “anziani”, come Laura Marling, hanno iniziato non più tardi dei diciott’anni. A seguire, ho scelto altri cinque nomi che ritengo adatti al nostro target per tematiche e modalità espressive.

Detto che questa selezione non ha alcuna pretesa di rappresentatività né di evidenziare il meglio del panorama musicale contemporaneo, il centro di questa sezione va ricercato negli stimoli proposti per scoprire artisti che possano parlare a un pubblico adolescenti, che ci potranno trovare più di qualcosa di sé e del proprio mondo.

Il mercato discografico

Com’è fatto il mercato discografico, oggi? Dati alla mano, i dischi più venduti del 2014 sono stati: la soundtrack di Frozen, che ha superato i 7 milioni di copie; Taylor Swift, Ed Sheeran, Coldplay e Sam Smith; poi Beyoncé, One Direction, Pharrell Williams, Lorde e Pink Floyd, per rimanere ai primi dieci. In Italia, stando alla FIMI, il più venduto è stato come da previsioni il nuovo album di Vasco Rossi, seguito da The Endless River dei Pink Floyd e da una raccolta di Tiziano Ferro; qui, invece, si dice qualcosa dell’andamento del mercato discografico italiano:

“Complessivamente il segmento digitale, sul dato annuale, rappresenta il 38% del mercato contro il 32% del 2013. La crescita è stata trainata soprattutto dai servizi streaming come TIMmusic, Google Play, Spotify, Deezer, YouTube e Vevo che complessivamente sono saliti di oltre l’ottanta per cento. Nello specifico, i servizi sostenuti da pubblicità sono cresciuti dell’84% mentre quelli in abbonamento del 82%. Oggi lo streaming rappresenta il 57% del digitale contro il 43% del download, sceso nel 2014 del 15%. Nel 2013 lo streaming rappresentava il 12% del totale mercato, oggi il 22%. Da rilevare il rallentamento del calo del supporto fisico che rappresenta comunque il 62% del mercato, e in questo contesto va segnalata inoltre la costante crescita del vinile, cresciuto dell’ 84% anche se rappresenta sempre un fenomeno di nicchia con il 3% del mercato.”

Quello che colpisce della top 100, qui da noi, è però un altro fattore, ben sottolineato da un articolo di Sentireascoltare:

“L’età media dei musicisti responsabili dei 100 album più venduti in Italia nel 2014 è di circa 43 anni (la media è più o meno tra artisti italiani e internazionali). Tra poco vi sveleremo quella americana e inglese, ma prima è giusto scavare ulteriormente nel fango, scoprendo che, eliminati dal conteggio gli artisti ex-talent show, l’età media sale a 46 anni. Se, oltre agli ex-talent show, eliminiamo anche gli artisti – mediamente più giovani – identificabili all’interno della categoria Rap Italiano, si sale ulteriormente sfiorando i 50 anni.
Un ultimo appunto che rimarca la staticità e la totale mancanza di appigli ai quali aggrapparsi: nella top 100, ben dodici (12!!) artisti sono presenti con più di un disco, segno evidente di una totale chiusura verso i musicisti sconosciuti.”

Una nota: sebbene il pezzo cerchi di virare verso il tema della scarsa qualità della musica da classifica in Italia – parametro puramente soggettivo, e, a tal proposito, varrebbe la pena leggere uno splendido saggio del critico Carl Wilson portato in Italia da ISBN con il titolo decisamente fuorviante di “Musica di merda” – la parte davvero interessante è quella che abbiamo citato e che dice così bene dell’impermeabilità del mercato alle nuove generazioni.

Considerato tutto questo, noi ci proponiamo l’obiettivo di studiare proposte per adolescenti e la vera difficoltà nello stabilire criteri oggettivi per questo scopo risiede anche nel fatto che non sembrano esistere studi sul consumo di musica da parte del nostro target; l’Atlantic, ad esempio, sottolinea come gli studi di settore siano sempre parziali – di volta in volta escludono Spotify o Youtube – tanto da rendere credibile il titolo dell’articolo: “nessuno sa come gli adolescenti ascoltino musica”.

Siti e servizi utili

AllMusic

AllMusic è un database che raccoglie recensioni di album, biografie di artisti, interviste, streaming di nuove uscite e offre un ottimo lavoro di redazione che permette di scoprire musica per genere, umore (aggettivi che descrivono il suono e il feel di canzoni, album, discografie), temi (attività o eventi adatti a una certa proposta musicale) e offre selezioni delle nuove uscite (raccolte nella pagina Editors’ Choice, aggiornata mensilmente con le scelte dello staff del sito); è inoltre possibile registrarsi al sito e creare le proprie liste di album.

Nota: un altro sito interessante per crearsi liste e classifiche – anche se non molto accattivante dal punto di vista grafico – è Rate Your Music, un database di pubblicazioni discografiche che permette pure di costruire la propria discografia cercando le differenti edizioni degli album; tra l’altro, le schede degli album possono essere modificate da qualunque utente come un wiki.

Esattamente come IMDB e Letterboxd per il cinema, consiglierei AllMusic al nostro target per approfondire e sistematizzare una passione* per la musica e orientarsi tra le proposte discografiche di oggi e di ieri; interessanti in tal senso, oltre alle selezioni curate dallo staff, anche le indicazioni sulle singole discografie degli artisti: alcuni dischi sono accompagnati da un simbolo – una freccia blu – che li indica come i più rappresentativi nella carriera dei musicisti; lo stesso accade per singole tracce all’interno di un album.

AnyDecentMusic?

“Ecco come funziona: la chart Recent Releases mette insieme le opinioni della critica sui nuovi album da più di cinquanta siti da tutto il mondo. È aggiornata quotidianamente. Gli album si qualificano quando hanno almeno 5 recensioni e dopo sei settimane finiscono nelle chart di lunga durata.”

Così si presenta Any Decent Music, un aggregatore di recensioni dedicato alla musica contemporanea e tutti i suoi generi – niente jazz e classica, e quasi niente ristampe -, che offre una media delle valutazioni espresse da una cinquantina di siti; le recensioni che non esprimono un voto vengono tradotte in numeri basandosi sul “tono” dell’articolo.

Più selettivo di Metacritic, ADM consente all’utente di fare ricerche avanzate nelle varie chart, per genere e periodo. Inoltre offre la possibilità di visualizzare classifiche per le singole pubblicazioni: ad esempio, se voglio vedere la lista degli album che hanno ottenuto i voti più alti su Paste Magazine negli ultimi dodici mesi, sarà sufficiente selezionare il titolo dal menu in alto e poi raffinare la ricerca. Da notare che ogni singola scheda rimanda all’ascolto su Spotify.

Un ottimo strumento per monitorare le nuove uscite e le recensioni – e, dato l’enorme quantità di musica prodotta e pubblicata, è sicuramente consigliabile affidarsi agli aggregatori più curati, che offrono un panorama esaustivo delle opinioni della critica.

Ondarock

Ondarock nasce nel 2001 e con il tempo è diventato uno dei siti italiani di riferimento per le recensioni di musica non solo indipendente, e fa il paio con SentireAscoltare. Il portale raccoglie recensioni e monografie, interviste e pietre miliari; i contenuti sono organizzati in macroaree di genere (“pop muzik”, “rock e dintorni”, “angolo dark”, ecc.), mentre negli speciali troviamo approfondimenti più dettagliati. Da notare che i contenuti sono rilasciati con licenza CC BY-NC-SA 3.0, a differenza di quanto avviene con Ondacinema, i cui pezzi sono ancora protetti da copyright.

Interessante per il nostro target per avere un accesso al mondo della critica musicale semi-professionale – i collaboratori del sito sono tutti volontari e la qualità delle recensioni è estremamente poco omogenea, data la natura stessa del progetto – e per avere un quadro complessivo delle uscite discografiche.

Bandcamp

Bandcamp è uno store di musica online nonché uno spazio per la promozione degli artisti, soprattutto indipendenti. Gli artisti che usano la piattaforma hanno a disposizione un piccolo sito totalmente personalizzabile, dove possono caricare e condividere musica: la norma è che tutte le tracce siano disponibili allo streaming, mentre il download può essere free oppure avere un pricing stabilito dall’artista o scelto dall’utente.

Dalla fine del 2014 è stato introdotto anche il “Bandcamp for labels”, che consente alle etichette discografiche di crearsi profili sulla piattaforma – al costo di 20 dollari/mese per le label fino a 15 artisti e 50 per quelle più grandi – e molte, anche di grande prestigio hanno già aderito: pensiamo a SubPop, Epitaph, Daptone e, per le italiane, ToLoseLaTrack.

Gli artisti, invece, non pagano per avere un profilo e Bandcamp incassa il 15% delle vendite (fino a quando l’artista non raggiunge i 5000 dollari, e allora la percentuale scende): il risultato è che al gennaio 2015 la piattaforma ha garantito 100 milioni di dollari di guadagni ai musicisti. Dal lato utente, i vantaggi sono numerosi: lo streaming gratuito, la possibilità di avere degli album in free download e, in un certo senso, anche un rapporto più diretto con i musicisti. È anche un fantastico modo per scoprire nuova musica, grazie alla possibilità di creare un profilo personale e seguire altri utenti. Da consigliare ai ragazzi in entrambe le direzioni, dunque, nel caso fossero musicisti oltre che semplici ascoltatori.

Spotify

Spotify è un servizio di streaming musicale nato nel 2008 e arrivato in Italia solo nel 2013; gli utenti registrati possono scegliere tra un profilo Free e uno Premium a 9,99 euro/mese: questa opzione permette di accedere allo streaming senza interruzioni pubblicitarie e di creare e ascoltare offline le proprie playlist, oltre a garantire l’accesso a molte altre funzioni (come le radio, ad esempio). A rendere Spotify uno strumento così notevole non è tanto e solo l’ampiezza del catalogo – circa venti milioni di tracce, a quanto pare – quanto l’usabilità del prodotto. Lo spiega bene un ottimo articolo del New Yorker:

“Su Spotify, la fruizione di musica è priva di attriti. In termini tecnici, siamo passati da un mondo di scarsità a uno di abbondanza. Nulla è in vendita, perché tutto è disponibile. Il tipo di calcoli che fai su iTunes, tipo “Mi piace questa canzone, ma non abbastanza da comprarla”, non conta. È il sogno di ogni nerd musicale, cosa che potrebbe essere il motivo per cui gli utenti di Spotify tendono a muoversi fuori dal mainstream. Su Spotify le canzoni dei Pixies contano quattro volte gli ascolti delle hit di Neil Diamond.”

Al di là delle considerazioni sul sistema di retribuzione dei diritti d’autore – molti musicisti lamentano di ricevere compensi irrisori per la riproduzione dei brani – quello che distingue l’idea di Spotify è proprio la user experience, costruita riflettendo anche sull’esperienza dei primi servizi illegali di condivisione di musica online come Napster:

“Pensavo sempre a come Napster fosse una straordinaria consumer experience, e volevo vedere se potesse essere un business praticabile. Dicevamo, “il problema dell’industria musicale è la pirateria. Grande prodotto per il consumatore, ma non un grande business model. Ma non puoi battere la tecnologia. La tecnologia vince sempre. Ma se riuscissi a creare un prodotto migliore della pirateria? […] Non è che la gente voglia la pirateria. Vuole solo una bella esperienza d’uso. Così abbiamo iniziato a pensare a come potesse essere.”

Basandosi su questo assunto Spotify ha costruito un sistema che ha attratto circa 60 milioni di utenti in tutto il mondo. Vedremo cosa uscirà dall’acquisizione di Beats da parte di Apple, ma in generale, al momento, il modello di Spotify sembra quello sensato per pensare la musica in streaming nel futuro prossimo e uno strumento fantastico per l’utente finale alla ricerca di nuova musica.

10 NOMI DA TENERE D’OCCHIO

SOAK

Bridie Monds-Watson è una ragazza nord irlandese dai capelli rossi di appena diciott’anni e da qualche anno, dopo la consueta gavetta con una band di amici – “a shitty band”, dice lei – si è messa a comporre canzoni con il nome d’arte SOAK.

Si tratta, sin dall’inizio, di canzoni piccole e preziose, corde sfiorate e voci sussurrate che in pochi minuti parlano d’amore e famiglia, crescita e amicizia: dagli splendidi primi passi di “Trains” e “Sea Creatures” fino all’EP “Blud”, di qualche mese fa. Le sue canzoni vengono sistematicamente rilette e modificate negli arrangiamenti, segno di una grande maturità a dispetto dell’età giovanissima.

A fine 2014 esce un singolo nuovo, “B a noBody”, che nelle parole è una dedica a tutti i giovani che stiano cercando di far qualcosa della propria vita e un invito a lasciar andare almeno un po’ il peso delle aspettative – essere qualcosa in meno, per poter essere qualcosa in più; un crescendo forte e delicato per chitarra acustica, pianoforte, spazzole e voce. Emozionante fin dall’attacco:

“The teenage heart
Is an unguarded time
We’re trying hard
To make something of what we are”

A fine gennaio 2015 è la volta di “Sea Creatures”, che è poi la rielaborazione di un altro vecchio pezzo, questa volta costruito su un pianoforte e un ritmo più sostenuto. Possiamo quindi parlare di un artista in piena evoluzione, che è arrivata a pubblicare all’inizio di giugno il primo album dal titolo “Before We Forgot How To Dream”, tra l’altro per la stessa etichetta che ha pubblicato un paio d’anni fa l’esordio i CHVRCHES, progetto electro-pop che vale la pena segnalare al nostro target.

SOAK è dunque un’artista da consigliare ai ragazzi: perché è una di loro, semplicemente, e perché possiede un dono magnifico per mettere in parole certi sentimenti cui nell’adolescenza solitamente non si è in grado di dare voce. E perché, come scrive The Giggs in questa bella recensione di un concerto:

“dopo che uno è passato attraverso lo stato intermedio dell’adolescenza, le tracce della giovinezza tendono portare a un sentimento che sta da qualche parte tra amarezza e nostalgia. Quello che SOAK fa così splendidamente è riportarti alla fragilità e alla bellezza di quel momento della vita”.

Raury

Raury Tullis è un diciottenne di Atlanta che produce una musica che ama definire genreless, priva cioè di un unico genere di riferimento: soul, folk, hip-hop, funk, senza soluzione di continuità. La sua fama si sta già ampliando notevolmente, grazie alle collaborazioni con nomi di prestigio come Outkast e SBTRKT. Il suo esordio è un EP chiamato “Indigo Child”:

“L’Indigo Child, i “Millennials”, i “ragazzi dell’era di internet”, o come volete chiamarli – c’è una nuova era di giovani che crescono e hanno accesso alla conoscenza di internet e scopriamo le cose molto più in fretta. Stiamo diventando molto più avanzati e possiamo sfruttare tutto questo per crescere. Io l’ho sfruttato per crescere; ho usato internet per imparare a suonare la chitarra da solo. Siamo in una fase differente nella storia del genere umano e sento che dovremmo esserne consapevoli e trarne vantaggio.” (Raury)

E, adeguatamente per un ragazzo della sua epoca, i suoi brani sono lo specchio di ascolti distantissimi, a partire dai due brani di punta, “Cigarette’s Song” e “God’s Whisper”. In mezzo, a unire i pezzi, ci sono alcuni litigi con la madre registrati di nascosto con un iPhone, benché pubblicati poi con il suo consenso. Ma a colpire è soprattutto l’ambizione dell’artista, che tra l’altro ha già in tasca un contratto discografico con la Sony:

“Lentamente, ma certo voglio crescere fino a diventare uno dei più grandi. Voglio camminare per le strade nei posti più sperduti e firmare autografi a qualcuno. Voglio essere in grado di portare la mia musica a tutta quella gente perché alla fine voglio rendere il mondo un posto migliore. Ma è solo una cosa inverosimile – non ho idea di come farlo!”

Questo tono si accorda decisamente bene con l’eccitatissima introduzione al suo album (“we are together / we are the truth / we are forever / we are the youth”) e con le splendide parole riportate in un bell’articolo dedicatogli dal New York Times:

“Le persone che come me sono diverse, non escono di casa, e se lo fanno indossano una maschera perché temono di essere giudicati o trattati con condiscendenza. Ma se tutti indossano una maschera, come diavolo potremo sapere di non essere soli?”

Mourn

Non sarà bello focalizzarsi sull’età, ma è indubbio che sia quel dato a colpire prima di ogni altra cosa nelle Mourn: le due cantanti/chitarriste Jazz Rodriguez Bueno, Carla Perez Vas e il batterista Antonio Postius hanno 18 anni, la batterista Leia Rodriguez Bueno (sorella di Jazz) solo 15. Spagnole, scelgono l’inglese come lingua per le proprie canzoni, sebbene non pensino sia l’unica lingua possibile per il loro genere musicale.

Jazz Rodríguez Bueno e Carla Pérez Vas, le due songwriter, sono cresciute in Catalogna, a una cinquantina di chilometri da Barcellona, imparando ad amare la vocalità aspra di PJ Harvey e l’indie-rock slabbrato delle Sleater-Kinney – un gruppo storico, tra i più grandi di sempre e non solo nell’ambito delle all-female band, ritornato quest’anno sulla scena con un mezzo capolavoro come “No Cities To Love”.

Le ragazze scrivono brani che quasi mai superano i tre minuti e spesso non arrivano ai due, con l’impeto e il fastidio moccioso del punk. “Mourn” è l’esordio omonimo della loro band e contiene undici brani – segnatevi almeno “Your Brain Is Made Of Candy”, “Otitis”, “Silver Gold”, “Marshall” e “Boys Are Cunts”, scritta praticamente sotto la doccia – che in ventitre minuti si sgolano, si sbracciano e dicono quello che devono dire a qualche stupido coetaneo. Con tanta foga che la grande indie label Captured Tracks si è accorta di loro e a febbraio ha fatto uscire questo primo album che per qualche mese è stato disponibile solo in digitale.

Leggere la loro intervista per Pitchfork è illuminante e sicuramente divertente, per dare un’idea di quanto, nonostante il rumore e l’intensità, si abbia a che fare con ragazze giovanissime:

“Vas e Bueno sono nel periodo precedente all’università, un tempo di due anni nel sistema scolastico spagnolo, e Bueno studia animazione mentre Vas si dedica alla fotografia. I loro obiettivi sono modesti e davvero raggiungibili: “se riuscissimo a vivere facendo musica e divertendoci, sarebbe bello”, e “voglio incontrare il cantante dei DIIV – non so come si chiami, ma mi ricorda Kurt Cobain”.

E poi c’è il modo buffo in cui raccontano i riferimenti dei testi delle loro canzoni, spesso ex fidanzati definiti in modo non proprio amichevole. Ma più di tutto ci sono le loro canzoni, che si fanno ascoltare a ripetizione.

George Ezra

George Ezra inizia a guadagnarsi delle attenzioni sul finire del 2011, quando, a poco più di diciott’anni, pubblica su Youtube alcuni video. In “Angry Hill” già colpiscono la sicurezza alla chitarra e la voce baritonale e piena, dovuta alla passione divorante sviluppata sin da giovanissimo per il folk e blues americani.

Due anni dopo arriva il successo milionario con il singolo “Budapest”, vero tormentone radiofonico nel 2014. Nel marzo 2014 è la volta della divertente “Cassy O’” e del relativo EP, che conducono alla pubblicazione dell’album d’esordio, “Wanted On Voyage”: un vero successo, che entro la fine dell’anno raggiunge quasi le 700.000 copie vendute nella sola Inghilterra. La cosa che colpisce maggiormente dell’album, oltre alla grande maturità vocale e alla totale non-inglesità della proposta, è il fatto che, in tempi in cui le classifiche di vendita sono dominate da elettronica e hip-hop, Ezra ha riportato in auge la canzone d’autore acustica.

Da consigliare quindi al nostro target non per banali questioni anagrafiche, quanto piuttosto per la validità di una proposta che sa guardare al passato senza suonare come una semplice imitazione; e anche per mostrare la via del successo nella musica contemporanea, che in questo caso non è partita da un contratto discografico, ma da qualche video caricato su YouTube. Il che ha aiutato il ragazzo a mantenere un grande realismo:

“Lo dico sempre: se questo fosse l’unico album che dovessi riuscire a fare, così sia. Ho avuto momenti bellissimi,” dice Ezra. “Continuerò a scrivere e creare. Se la gente ascolterà, sarà fantastico. Non voglio che le persone pensino che non amo tutto questo; lo amo. Ma penso anche che le cose si muovono molto velocemente ora e che sia la stessa cosa con il pubblico nella musica – penso che prima che se ne accorgano, siano trascinati verso la prossima cosa che dovranno apprezzare. Tutto è molto più accessibile ora. Se potrò star qui a 60 anni a parlare del mio 15esimo o 20esimo album, bene, bello, mi piacerebbe. Ma vedremo.”

Cloud Nothings

Stiamo un po’ barando, nell’inserire in questo primo gruppo di dieci artisti i Cloud Nothings: solo il 23enne cantante/chitarrista Dylan Baldi, infatti, rientra nei criteri che abbiamo stabilito per la selezione. Ma in realtà possiamo considerarli “validi” per almeno due motivi: primo, perché Baldi è la vera testa del progetto; secondo, perché sono una band totalmente rappresentativa dell’indie-rock giovane e urlato di questi anni di crisi.

Dal 2010 hanno pubblicato quattro album, sempre più compiuti e a fuoco. In particolare, sono di grande valore gli ultimi due, “Attack On Memory”, prodotto nel 2012 da Steve Albini, guru dell’epoca d’oro dell’indie americano, e soprattutto il recente “Here And Nowhere Else”.

Quelle dei Cloud Nothings sono canzoni da consigliare perché nascono per combattere l’incertezza di una vita che minaccia di diventare monotona e immobile ben prima di iniziare a svanire; poi, perché Baldi e compagni arrivano da Cleveland, non esattamente una metropoli, e rappresentano anche per questo una realtà totalmente abbracciabile per chi coltivi la passione per la musica. Indicativa in tal senso è una bella frase che Baldi ha tirato fuori durante un’intervista con Pitchfork:

“Se vieni dal posto da cui vengo io, è naturale che se vuoi una cosa, devi lavorare per otternerla. […] Volevo avere successo. Ma non volevo fare cose stupide lungo la strada.”

Un bell’esempio di filosofia hard-working pure in giovanissima età, che fa il paio con l’onestà e la sincerità di note e parole:

“Se inizio con una cosa molto semplice e lavoro su quella, il risultato è molto più sincero. E essere sincero e reale è la cosa più importante per me.”

E proprio in chiusura del disco dello scorso anno piazzano il singolo “I’m Not Part Of Me”, un pezzo che è una sequenza di ritornelli perfetti, con una frase bellissima che, in pratica, speiga tutto:

“It starts right now, that’s the way I was before
But I can’t be caught how I was those days anymore
I’m learning how to be here and nowhere else
How to focus on what I can do myself”

Modern Baseball

I giovanssimi Modern Baseball sono come uno status update – il termine da social network non è casuale – che cristallizza gli anni tra high school e college, tant’è che in un’intervista dello scorso anno uno di loro raccontava:

“Penso di poter attribuire il nostro successo con i MoBo al duro lavoro, ma è davvero facile bruciarsi. Ho appena dovuto lasciare un lavoro che amavo e ora ho sette settimane prima di partire per il TWY Tour. Non ho avuto un momento libero in tre anni, tra scuola, lavoro e tour. Fa un po’ paura.”

Quattro ventenni che hanno all’attivo due album: “Sports” è il primo ed esce nel 2012, e raccoglie canzoni nervose e imprevedibili, che uniscono pop, emo e punk, con testi che si attardano su piccoli rimpianti e sfighe quotidiane, con uno sguardo però carico di sarcasmo e con una bella mano per liriche argute, come accade in “@chl03k” (riecco i social, appunto):

Poi è la volta del secondo album, “You’re Gonna Miss It All”, con altre dodici canzoni in bilico tra Weezer e indie-folk, ancora più centrate. Tanti pezzi elettrici, ma anche piccole perle acustiche che mostrano il lato più intimista della faccenda.

Da far scoprire per il modo di raccontare storie ed emozioni, un attimo primo sfacciato ed esplicito, un attimo dopo rannicchiato e vulnerabile, così come la musica: elettrica ed euforica e poi subito dopo tutta presa a riflettere con la spina staccata. Di nuovo in quell’età così sfumata che è il passaggio dal liceo all’università, dall’adolescenza all’età adulta.

Laura Marling

Laura Marling è uno dei nomi più significativi del cantautorato folk degli ultimi anni.

Nata nell’Hampshire, in Inghilterra, e arrivata al debutto non molto dopo il suo diciottesimo compleanno, Marling ha da poco dato alle stampe il suo quinto album, lo splendido “Short Movie”. Decisamente notevole, per una venticinquenne, e la ragione è presto detta, nelle sue consuete parole spicce:

“Il motivo per cui ho fatto cinque dischi è che, cazzo, posso organizzare qualunque cosa. Se hai bisogno di organizzare qualcosa, lo farò per te. Sono molto pratica; mi piace fare le cose; sono molto razionale. E tutto questo è una forma di controllo.”

Le canzoni del nuovo album si allontanano a volte dal folk acustico del passato per battere strade più vicine al rock alternativo, come abbiamo sentito nel singolo “False Hope”. Forse si tratta del suo disco più vario e, come gli altri, è stato accolto con ottime recensioni dalla critica – parliamo di una media di 81/100 su una trentina di articoli. La voce della Marling, invece, rimane una costante, sicura ed espressiva come sempre.

Da consigliare al nostro target, non solo per la qualità del songwriting – sempre raffinatissimo, e per un ragazzo che inizi a suonare la chitarra e abbia quel genere nelle corde, potrebbe essere ben più di un esempio – ma anche per il modo indipendente e serio con cui l’artista ha affrontato la propria carriera e la propria maturazione sotto i riflettori, e per la razionalità con cui riesce a guardare indietro a un percorso già notevole:

“Non avrei mai potuto fare niente di tutto ciò senza la cieca arroganza della giovinezza. Ero come ogni altro adolescente: ero piena di insicurezze, sognavo i ragazzi – è tutto ciò che ricordo di quella parte. Ho i dischi, ma mi sento molto distante da lì. A volte mi piacciono le canzoni, ma non sembra che sia io a cantarle.”

La fotografia di un’artista che è partita da lontano e giovanissima, ma di sicuro non è ancora arrivata ed è sempre alla ricerca di qualcosa di migliore e diverso, esattamente come nel suo modo di partire e abbandonare città e tutto quanto per cambiare vita.

Disclosure

Disclosure è il moniker dietro cui si nascondono due fratelli, Howard e Guy Lawrence.

I ragazzi esordiscono nel 2010, ma la loro fama aumenta a dismisura con l’uscita di “Latch”, singolo scelto sul finire del 2012 per anticipare l’album d’esordio, “Settle”. La voce è quella di Sam Smith, un altro ragazzo che in questi mesi sta ottenendo un successo planetario con il brano “Stay With Me” e l’album “In The Lonely Hour”, e che proprio grazie a Latch iniziò ad acquisire una certa notorietà. Inizialmente il duo pensava che la traccia non fosse adatta ai club, dato il suo strano tempo in 6/8 e non in 4/4; in realtà è arrivata fino al numero 11 in Inghilterra e al 7 negli USA. Insomma, sbagliavano.

Il copione si ripete con i singoli successivi, “White Noise” (#2 in UK) e “You & Me” (#10), raccolti poi nell’album d’esordio “Settle”, gran successo di critica e pubblico, irresistibile nella sua miscela di house, UK garage e dance anche per chi solitamente non apprezza il genere. Fresco, se si dovesse riassumere in una parola, e reso assai vario dalle numerose collaborazioni: oltre a Sam Smith, il duo AlunaGeorge, Eliza Doolittle, Jessie Ware e i London Grammar.

I due descrivono con grande lucidità il proprio suono, che non è quello consueto dell’elettronica ballabile di questi anni, solitamente basata su lunghe e ripetitive parti strumentali, non particolarmente brillanti:

“Penso abbia a che fare con il modo in cui siamo cresciuti. Siamo cresciuti suonando strumenti e ascoltando canzoni e band. Sai, non siamo cresciuti ascoltando il dub strumentale. Non siamo cresciuti facendo i DJ o qualcosa di simile. Un sacco di gente arriva a produrre dance cominciando come DJ. Ma noi abbiamo pubblicato i nostri primi due singoli prima che sapessimo come fare i DJ, quindi è stata solo una strana sequenza di eventi per noi, perché siamo cresciuti ascoltando canzoni e band.

Ma è anche merito del nostro management. Avevamo quest’idea molto chiara tutt’e due, che volevamo essere qualcosa più di semplici DJ. E quando abbiamo iniziato a lavorare con i cantanti, abbiamo capito che stavamo scrivendo canzoni, non solo con crescendo e cali; erano strofe e ritornelli e ganci. Quando questo è successo, penso che abbiamo capito che avremmo potuto essere più di un act da singoli con qualche EP – potevamo fare un album. Un intero album di musica house di solito sarebbe un po’ pesante e omogeneo – un’ora filata di 4/4. Ma sul nostro album, ogni volta che senti entrare una voce diversa, ne sei rinfrescato e non ti annoi. Non è per niente statico.”

Sebbene uscito quasi due anni fa, insomma, “Settle” rimane un grande disco di genere e assolutamente da consigliare al nostro target, per la capacità del duo di suonare ballabile eppure profondo, coinvolgente e per niente anonimo.

The Districts

Nonostante i 19/20 anni di età, i Districts hanno all’attivo già diversi EP e un album autoprodotto, anche se stanno guadagnando attenzioni solo ora, con il nuovo “A Flourish And A Spoil”: classico indie-rock suonato con la foga elettrica dei vent’anni, eppure particolare per il modo in cui la sezione ritmica, invece di spingere sull’acceleratore, sembra mantenere un singolare controllo, cozzando con l’enfasi delle chitarre.

La questione dell’età è ovviamente una delle cose che li rende più interessanti per ascoltatori occasionali, ma pare disturbarli parecchio:

“Quando eravamo ancora alle superiori, odiavamo essere chiamati “band giovane”. È ancora piuttosto noioso. Pareva che le persone s’interessassero di più alla notra età piuttosto che alla musica che suonavamo. Pensavamo che fosse un po’ una presa in giro, ed era davvero irritante perché noi volevamo solo che ci notassero per la musica piuttosto che per chi la suonava.”

Pitchfork non è stato benevolo con il loro nuovo disco, affibbiandogli un modesto 5.6, ma altrove la band raccoglie parecchi consensi ed è ora alle prese con un tour che sta rafforzando la fama di live band di ottimo livello. Del resto, sono proprio loro a dirlo:

“Improvvisare in sala prove è davvero divertente, ma c’è qualcosa di più esaltante nello stare su un palco e condividere la musica con la gente. Ho sempre questa strana sensazione, che è tipo premere il tasto play e poi, una volta che arrivi alla fine di un concerto, sembra un’esperienza vera e propria. Semplicemente inizi e, come dice Braden, ci sei preso dentro ed è più speciale. Non che improvvisare non sia altro che stare su un palco e sapere che hai tutto qeusot tempo per suonare, ti fa proprio provare qualcosa.”

Ibeyi

Le Ibeyi sono un duo franco-cubano composto da due gemelle, Lisa-Kaindé e Naomi Diaz, figlie del percussionista Anga Diaz, che faceva parte del Buena Vista Social Club. Il padre, scomparso nel 2006 quando le due ragazze avevano solo 11 anni, è una figura chiave per la musica delle due sorelle, che gli dedicano più di un tributo nel proprio disco d’esordio, sebbene abbiano iniziato a interessarsi alla musica solo dopo la sua morte.

The River” è uno dei primi singoli, che, pubblicato nel 2014, arriva ad anticipare l’album omonimo; dentro ci sono moltissimi dei riferimenti sonori e culturali su cui è costruita la proposta delle Ibeyi: una propensione spiccata alla melodia pop e un gusto per il ritmo e le cadenze quasi hip-hop; certe belle inflessioni soul-jazz e un sound elettronico minimale.

Da non dimenticare poi, oltre all’inglese, l’uso della lingua Yoruba – quella delle loro origini – in alcune tracce, che ne fa un bell’esempio di approccio multiculturale alla musica pop contemporanea; oltre a questo, le Ibeyi sono consigliatissime per la capacità di gestire in maniera inconsueta l’emotività di certi testi: consideriamo per esempio “Mama Says”, una canzone dedicata alla madre, struggente per via di versi che raccontano la sofferenza di una donna rimasta senza l’uomo che amava:

“The man is gone
and mama says
that she can’t live without him.

The man is gone
and mama says
there is no life without him.

How can I tell her the way I feel?
I’m afraid she’d be hurt and sink.
It pisses me off, it drives me mad
That she lets herself feel so bad.”

Sentimenti semplici, certo. E però sentire queste cose raccontate con tanta grazia da ragazze di nemmeno vent’anni è un’esperienza davvero intensa e per questo consigliabile.

5 BAND/ARTISTI DA CONSIGLIARE

Fast Animals And Slow Kids

I Fast Animals and Slow Kids sono una band italiana che si forma nel 2007 a Perugia, praticamente sul finire del liceo: i componenti sono per tre quarti nati tra il 1988 e il 1990, infatti. Nel 2011 arrivano alla pubblicazione del loro primo album, “Cavalli”, che è un piccolo successo indipendente di cui in seguito i ragazzi non si diranno troppo soddisfatti: c’è il punk-rock, c’è il rock alternativo anni ‘90 e c’è tanta ironia, forse troppa; lo riconosce lo stesso Aimone Romizi (voce, chitarra):

“Il punto è che abbiamo sempre voluto far musica con lo spirito dello “star bene e divertirci”, ma mai con l’idea del “guardaci come ti facciamo ridere”; avremmo voluto essere più ironici, ma di fronte a un completo disastro comunicativo nel quale la gente iniziava a prenderci come la “band dei deficienti” e non ascoltava davvero il testo, abbiamo deciso che era il caso di spiegare esplicitamente cosa volevamo dire o comunque come vedevamo le cose.”

Sono già però una band potentissima in sede live, ma è con “Hybris” del 2013 che le cose cambiano: i ritmi sono sempre caldi, ma questa volta Aimone pesa le parole con attenzione maniacale e Alessandro, Alessio e Jacopo costruiscono melodie ariose, per un emo-core all’italiana che racconta i vent’anni con un’intensità unica. Per dirla con un loro testo: “le speranze a vent’anni ti cuciono gli occhi, ma tu pensi ai tramonti”. Il disco è un grandissimo successo – viene offerto in free download sul sito della label e distribuito con licenza CC – in cui spicca “A Cosa Ci Serve” il singolo che a tutt’oggi può esser considerato il loro grande classico.

Un anno e mezzo dopo esce “Alaska”, un album che si presenta sin dall’apertura molto più cupo e sofferto, eppure offre sempre rabbia e speranza insieme, in dieci pezzi che sembrano dire all’ascoltatore che la paura non è mai una buona scusa per “non fare”. Il disco è anticipato da “Come Reagire al Presente”, un altro inno che mostra come nel genere in questione, in Italia, i FASK sembrino vantare un impatto epico che non è alla portata di altri.

Perché consigliarli a un adolescente, allora? Perché per tutto il tempo delle loro canzoni hanno la capacità di far pensare all’ascoltatore che ci sia solo quello al mondo; per il modo così particolare di incastrare l’italiano in un genere che italiano non è, e che solo negli ultimi anni sta trovando davvero espressioni di alto livello; perché i loro concerti sono un’esperienza unica, piena di energia positiva, in cui i ragazzi che stanno sopra e sotto il palco sono una cosa sola.

Perfume Genius

Uno dei nomi caldi del panorama indie di questi anni, Mike Hadreas in arte Perfume Genius nasce a Seattle nei primi anni ‘80 e inizia a comporre musica dopo una giovinezza travagliata e il trasferimento a New York con la madre.

Nel 2010 esce il suo album d’esordio, “Learning”, che ne rivela subito lo stile: pianoforte, voce e melodie delicate, e testi che raccontano storie intense e dolorose – “Mr. Peterson”, ad esempio, che parla di un rapporto stretto con un insegnante che poi si toglie la vita.

Due anni dopo è la volta di “Put Your Back N 2 It”, disco forse tra i più belli di questi anni e versione ancora più raffinata di quanto ascoltato prima. Fa subito scalpore, sin dal primo singolo “Hood”, che vede Hadreas cullato dolcemente da Arpad Miklos, attore pornografico gay che si toglierà la vita l’anno successivo: Youtube sceglie ovviamente di censurare preventivamente il video. Viene poi pubblicato “Dark Parts”, canzone d’intensità spaventosa che racconta l’esperienza della madre di Hadreas e delle violenze subite dal proprio padre. Eppure, nonostante tutto l’orrore, c’è sempre la consapevolezza della possibilità di andare avanti. Comincia così:

“The hands of God were bigger than grandpa’s eyes
but still he broke the elastic on your waiste
but he’ll never break you baby”

L’uomo non può più ferirla, le dice il ragazzo, e di tutte le parti oscure che ancora vivono nel suo cuore lui cercherà di farsi carico:

“I will take the dark parts of your heart into my heart”

Nel 2014 Hadreas ritorna con “Too Bright” e la sorpresa è forte: ci sono canzoni al solito dolci e pianistiche, quasi sospese nel nulla – tanto da far pensare a Luca Sofri quando parlava di “Blankets”: “non è che manchino i suoni, ma proprio si sentono i silenzi: […] silenzi nella neve, nei luoghi appena abbandonati, nel dopo dei rumori”; e però ci sono si preferiscono spesso tinte sintetiche quasi violente, canzoni pop dai suoni “grossi”, illuminate da una visione grottesca e inquietante.

Non che fosse imprevisto, però, perché il primo singolo “Queen” aveva già mostrato i cambiamenti: non solo nei suoni, mai così imponenti, ma anche nelle parole che raccontano del cosiddetto gay panic con parecchio sarcasmo. E infatti il cantante si rivolge all’ascoltatore con una frase provocante e ironica che prende l’omofobia di petto: “no family is safe when I sashay”. Anche il video non teme il grottesco, così come quelli dei singoli successivi.

Un artista importante, per la varietà di toni e temi trattati: si passa dai racconti di adolescenze in stile “Short Term 12” – che però arrivano da esperienze del tutto reali – a confessioni che fanno dell’oversharing – ovvero della tendenza a condividere ogni cosa – il proprio tratto distintivo; infine, una maturità in cui l’omosessualità viene finalmente vissuta con pienezza e perfino, per reazione rispetto al passato, esibita con ironia. Un bel percorso, un percorso oggi centrale, che ha sempre la speranza e la luce come comuni denominatori.

Courtney Barnett

Originaria di Sidney, Courtney Barnett è uno dei nomi più acclamati di questo 2015: dopo la pubblicazione, lo scorso anno, di un album che raccoglieva due EP del 2013 – e che le erano valsi molte attenzioni grazie al singolo “Avant Gardener” – la Barnett ha dato alle stampe il proprio disco d’esordio, dal titolo “Sometimes I Sit And Think And Sometimes I Just Sit”. E ha centrato il bersaglio, raccogliendo ovunque ottime recensioni – addirittura eccezionale la media su Metacritic: 88/100 in 34 recensioni, un voto elevatissimo.

L’album è una raccolta di canzoni divertent con testi arguti e il più possibile aderenti alla vita reale; pop alternativo con le chitarre, figlio degli anni ‘90. Molti riferimenti a quel decennio, tra l’altro, si possono individuare pure nel modo di cantare: apparentemente annoiato, strascicato, (auto)ironico.

A proposito di questo, riprendiamo un bell’articolo del Guardian:

“Alla Barnett è stata spesso appiccicata la vecchissima etichetta di “slacker” – in gran parte, credo, per il suo umorismo caustico, una musica rabbiosa e altalenante e una passione per la flanella. Non ne va pazza. “Mia nonna la vede e mi dice: tu non sei pigra! Lavori davvero duro!” Ma icone slacker degli anni 90 come Richard Linklater o Stephen Malkmus dei Pavement erano talentuosi e pure solerti. Semplicemente preferivano rivedere al ribasso le proprie ambizioni, come fa Barnett. Perché ha registrato i suoi primi due EP? “Perché, non so, non avevo nient’altro da fare. Ero infelice.”

Da consigliare al nostro target per la capacità di racchiudere in ritornelli efficaci lo scazzo della vita di tutti i giorni. Insomma, perché diverte, sballa e si balla – anche se pigri – come nel singolo che ha preceduto il disco, “Pedestrian At Best”, che riassume tutto alla perfezione e in una valanga di parole e giochi di parole:

“put me on a pedestal and I’ll only disappoint you
tell me I’m exceptional and I promise to exploit you
give me all your money and I’ll make some origami honey
I think you’re a joke but I don’t find you very funny”

Sufjan Stevens

Sufjan Stevens può considerarsi a ragione uno dei grandi autori folk del nuovo millennio, grazie a una serie di dischi distantissimi l’uno dall’altro – e pure assai disomogenei al proprio interno – capaci di rappresentare il senso del “fare canzoni” in questi anni.

Nasce nel 1975, ma arriva a comporre gli album che lo renderanno famoso solo alla soglia dei trent’anni: “Michigan”, nel 2003, con cui inizia il suo tour degli Stati Uniti; “Seven Swans”, l’anno successivo; il capolavoro assoluto “Illinois”, nel 2005, che contiene settanta minuti di musica e oltre venti tracce dai titoli spesso chilometrici.

Dentro a queste opere c’è una concezione totalmente contemporanea della tradizione americana, sublimata in ballate sussurrate – che possono essere accostate ai grandi classici moderni come Elliott Smith – o gioiose orchestrazioni che tradiscono un’ambizione notevole. Tutto questo, però, non va mai a discapito di una forte componente emotiva.

Ma Stevens è soprattutto un grande irregolare e, dopo un simile periodo di iperproduttività, si fa attendere per cinque anni prima di arrivare a un vero nuovo album, “The Age Of Adz”, che in realtà è un disco di elettronica particolare e scomposto, completamente diverso da quanto fatto in precedenza. E poi sono altri cinque anni di silenzio, che conducono alla pubblicazione di “Carrie & Lowell”.

“Carrie & Lowell” è probabilmente uno degli apici della carriera del musicista, per la dolcezza delle composizioni e la dolorosa intensità dell’ispirazione. Innanzitutto, si tratta di undici brani costruiti perlopiù su voce (un soffio), chitarra acustica, banjo, tenui tocchi di elettronica, anticipati da due piccole perle come “No Shade In The Shadow Of The Cross” e “Should Have Known Better”; nonostante questa totale quiete, lo consiglierei al nostro target anche da un punto di vista strettamente musicale: queste canzoni minimali e sussurrate risultano così moderne e centrate sull’aspetto emotivo e sulla melodia che usarle come semplice sottofondo è impossibile – proprio come i maestri del genere. E d’altra parte, per citare una frase della dolce “Fourth Of July”:

“what’s the point of singing songs
if they’ll never even hear you”

A rendere ancor più speciale “Carrie & Lowell” è tutta la componente testuale: per analizzarla, ci possiamo avvalere della bella intervista realizzata da Pitchfork. Alla base dell’album c’è la consueta alternanza di fatti presi di peso dalla vita reale e visioni e fantasie dell’autore: Carrie è la madre che abbandona Sufjan e la famiglia quando ha solo un anno, Lowell il nome del patrigno con cui passa alcuni dei pochi anni sereni della sua infanzia. E il disco racconta proprio il rapporto travagliato e altalenante con la madre:

“Stevens tira fuori tutta la sofferenza e la confusione della sua relazione con la madre, e pure il debilitante periodo successivo alla sua morte, con parole poetiche e decise. Canta di pensieri suicidi, pentimento, violenza, ustioni, ospedali, ombre, comportamenti sconsiderati, sangue. “Volevo solo esserti vicino”, implora nell’album, mostrando il vero centro della sua storia.”

Lo fa nel modo più onesto possibile:

“era una cosa necessaria per me, subito dopo la morte di mia madre – per raggiungere un senso di pace e serenità nonostante la sofferenza. Non è davvero cercare di dire qualcosa di nuovo, o provare qualcosa, o essere innovativi. Sembra totalmente privo di arte, il che è una buona cosa. Questo non è il mio progetto artistico, questa è la mia vita.”

Carrie, che soffre di depressione e schizofrenia, è una non-presenza nella vita di Sufjan, distante e vista solo di rado. Eppure l’amore del figlio per la madre ora può esprimersi in modo più razionale, grazie alla maturità acquisita con gli anni nonostante un cuore sempre affamato e affannato:

“accusiamo i nostri genitori per un sacco di cose orrende, nel bene e nel male, ma è un rapporto simbiotico. Essere genitori è un sacrificio profondo.”

Per tutti questi motivi – la capacità di scriver canzoni che sembrano lì da sempre eppure sarebbero potute uscire solo oggi; il racconto di una vita complicata trasformato in poesia pur mantenendo una forte componente di realismo; la narrazione dei cambiamenti in cui un ragazzo inciampa nel corso degli anni, imparando a vedere la propria famiglia anche da altre angolazioni – se mai si dovesse consigliare a un’utenza adolescente un disco di cantautorato degli anni ‘10, probabilmente sarebbe questo.

Frank Ocean

Trasferitosi nel 2005 da New Orleans a Los Angeles per intraprendere la carriera musicale, dopo che l’uragano Katrina aveva distrutto casa e strumentazione dell’artista, Frank Ocean si dedica per qualche tempo alla scrittura di pezzi per Justin Bieber (l’innominabile), John Legend (premio Oscar 2015 per la miglior canzone originale, “Glory”, tema portante del film “Selma”), Beyoncè e Brandy.

Nel febbraio 2011 pubblica in free download sul proprio tumblr il mixtape “Nostalgia, Ultra”, attirando subito le attenzioni della critica che lo accoglie come un ottimo esempio di moderno r’n’b, di grande qualità sia nella musica sia nei testi, particolarmente riflessivi. Nello stessoanno, Ocean collabora a “Watch The Throne”, contribuendo con due tracce all’album di Kanye West e Jay-Z.

Nel 2012, infine, giunge alla definitiva consacrazione con la pubblicazione di “Channel Orange” che, a differenza di moltissime produzioni di genere, si concentra sul flusso sonoro complessivo invece di limitarsi a mettere insieme potenziali singoli, per cui vengono chiamate in causa influenze di vaglia come Stevie Wonder, Erykah Badu e D’Angelo (un altro nome chiave della black music degli ultimi vent’anni, tornato sulle scene dopo un interminabile iato con il capolavoro “Black Messiah”): valga su tutto l’esempio del singolo Pyramids, che si estende per quasi dieci minuti in un’atmosfera misteriosa e totalmente libera da costrizioni. I testi sono un altro bell’esempio di riflessione sul tema dell’amore non corrisposto, sulla spiritualità e i desideri di un giovane uomo (Ocean è nato nel 1987).

Ocean è stato anche uno dei primi artisti di genere a rivelare pubblicamente di avere avuto esperienze omosessuali, in una scena – quella hip-hop – in cui l’omofobia è ancora radicata in modo forte. Un gesto di grande impatto anche sociale, diffuso tramite il Tumblr dell’artista:

“Passammo quell’estate e quella successiva insieme. Quasi ogni giorno. E nei giorni in cui eravamo insieme, il tempo volava. Lo vedevo per quasi tutto il giorno, lui e il suo sorriso.
Spesso dormivamo insieme. E nel momento in cui capii di essere innamorato, fu terribile. Senza speranza. Non c’era modo di fuggirne, nessun possibile patto con le donne con cui ero stato, quelle di cui mi ero preso cura e quelle di cui pensavo di essere innamorato.”

E bello e interessante è anche il modo in cui Ocean risponde a chi gli chiede se si senta bisessuale:

“Con tutto il rispetto, voglio dire che la vita è dinamica e così sono le esperienze, e il sentimento che provo verso i generi musicali è lo stesso che provo nei confronti di etichette, scatole e altre stronzate”.

Tornando all’aspetto strettamente musicale, un suo brano inedito, “Wise Man”, avrebbe dovuto trovare posto nella colonna sonora di “Django Unchained”, ma Quentin Tarantino non è riuscito a dargli una collocazione adatta nella pellicola e la collaborazione è saltata. Per il 2015 è attesa la pubblicazione del suo secondo album.

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