The Librarian’s Guide To Teen Years. Musica, cinema, fumetti e altre letture per ragazzi / 1

Questo è il primo di una serie di tre o quattro post a cadenza settimanale che mi serviranno per mettere in ordine il materiale preparato per un corso per bibliotecari tenuto a Bolzano il 20 aprile scorso in cui ho raccontato e consigliato film, album e fumetti per adolescenti. Oggi cominciamo, e cominciamo dal cinema.

The Librarian’s Guide To Teen Years. Musica, cinema, fumetti e altre letture per ragazzi.

Introduzione

L’origine e l’idea per “The Librarian’s Guide To Teen Years” arrivano da un film: Wes Anderson, per introdurre il suo “Moonrise Kingdom”, usa un’opera del 1946 del compositore Benjamin Britten, dal titolo “The Young Person’s Guide To The Orchestra”, divenuta nel corso del tempo una delle opere più comunemente associate all’educazione musicale di bambini e ragazzi, scritta per mostrare loro il ruolo dei singoli strumenti e delle singole sezioni di un’orchestra; Anderson stesso dice che quello “è il colore del film, in un certo senso”. Si parte con un tema eseguito dall’intera orchestra, per poi andare a sottolineare le parti delle singole sezioni, fino a ricomporre il tutto per il finale.

Mentre pensavo a come strutturare questo percorso, mi è venuta in mente una cosa che si dice spesso di ragazzi adolescenti, informazione e biblioteche: che i ragazzi hanno accesso a una quantità di informazioni che non hanno mai avuto a disposizione prima; che possono avere questo accesso gratis e facilmente, ma non sono in grado di gestire tutto questo flusso di dati e organizzarlo; che le biblioteche dovrebbero e potrebbero essere il tramite verso questo obiettivo. Una cosa che mi domando spesso è se in realtà le biblioteche facciano davvero questo e abbiano innanzitutto gli strumenti per svolgere questo ruolo e se ai bibliotecari interessi farlo.

Questo breve testo – che è nato come corso per bibliotecari e si è tenuto a Bolzano il 20 aprile 2015 – vorrebbe essere un piccolo tassello per iniziare a muoverci in questa direzione, nel caso non lo stessimo già facendo, oppure lo stessimo facendo solo in altri ambiti: il piano è quello di costruire un quadro ampio e variegato, una sinfonia di “cose” e strumenti per arrivare a conoscere e proporre contenuti interessanti per la fascia d’età dei 14-19 anni per quanto concerne cinema, musica e fumetti, dal punto di vista delle tematiche e dei “modi” delle varie opere. Per stimolare i ragazzi non solo a conoscere cose nuove, ma a essere curiosi e sfruttare al meglio quello che pare essere così a portata di mano.

Tutti questi ambiti, così vasti e variegati, saranno affrontati secondo modalità differenti, ma sempre tenendo a mente il nostro target: per quanto riguarda la sezione del cinema, proporrò dieci titoli di film usciti tra il 2013 e il 2015 da consigliare ai nostri utenti ragazzi, con approfondimenti dedicati ad alcuni registi; a questi si aggiungeranno tre titoli inediti in Italia sul tema del coming of age e due film di argomento musicale, che faranno da cerniera con la sezione successiva. Per quanto riguarda la musica, l’idea – dovuta a qualche considerazione che vi presenterò a mo’ di introduzione – è quella di concentrarci su dieci musicisti/band giovani, che, al di là del genere proposto, possano essere percepiti come vicini dal nostro target innanzitutto per questioni anagrafiche: per comodità, ho scelto come discrimine il 1990 – tutti gli artisti di cui parleremo in questa sezione sono nati dopo questa data; in seguito, aggiungeremo alla lista altri cinque nomi meritevoli, per ampliare ancor di più il quadro. Passando poi ai fumetti, anche qui segnalerò dieci graphic novel adatti al nostro target e pubblicati tra il 2013 e l’inizio del 2015, per poi concludere con un piccolo spazio dedicato all’elaborazione di un percorso (in)formativo costruito a partire da un film di recente uscita.

Una premessa doverosa: non sono un esperto nè uno studioso di nessuno di questi tre ambiti e nessuna di queste sezioni in cui si articolerà il percorso può in alcun modo considerarsi esaustiva, proprio a casa dell’offerta che oggi il mercato propone. Spero però si possa almeno considerare un punto di partenza per dire: proviamo a costruire intorno a un’utenza adolescente una biblioteca “diversamente curiosa”.

CINEMA

Mommy Screen

Siti utili

IMDb

Internet Movie Database è un sito che raccoglie informazioni su film, programmi televisivi e in minima parte videogiochi; al 2 marzo 2015, stando alle statistiche ufficiali, il database conta oltre 3.200.000 di titoli e oltre 6.400.000 di “persone”. Da notare che oltre 2.900.000 titoli possono vantare specifiche sul genere.

Andando con ordine, possiamo trovare i film attualmente in uscita e, cliccando sul titolo, si accede a una scheda che contiene informazioni interessanti: ad esempio, viene indicata – quando disponibile – la data di uscita italiana; vengono forniti link per tutto il cast e la crew; un sistema di raccomandazioni che associa al film in questione altri sei titoli affini; una media dei voti espressi dagli utenti e un meta-voto dei critici, recuperato da un altro sito interessante, Metacritic (che classifica film, album, videogiochi e altro in base ai voti assegnati nelle recensioni dei maggiori siti). Interessanti poi potrebbero essere la sezione Release Calendar (dove vengono indicate le prossime uscite nel nostro paese, dato che esiste una versione italiana del sito) e la Top 250, dove con una particolare media pesata dei voti degli utenti “abituali” del sito, vengono classificati i migliori 250 film della storia del cinema.

Ma più che per le classifiche, ovviamente, possiamo consigliare IMDb ai nostri utenti per approfondire filmografie di registi che apprezzano, capire cos’altro abbiano fatto attori che hanno amato: qualche ragazzo, ad esempio, potrebbe aver visto “Drive” e, interessato a scoprire in quali altri film abbia recitato Ryan Gosling, potrebbe riuscire ad arrivare ad altre cose molto belle (“Lars e una ragazza tutta sua”, “Come un tuono”, “Half Nelson”, per dirne tre molto diversi). E così via.

Rotten Tomatoes

Rotten Tomatoes è un aggregatore di recensioni su cinema e TV, acquisito da Flixster, che a sua volta è stato acquistato dalla Warner Bros nel 2011. In questo caso, a differenza di IMDb, non esiste una versione localizzata per l’Italia, ma può certo considerarsi un modo interessante per scoprire l’opinione che la critica ha espresso su un certo film.

I critici vengono ammessi alle classifiche del sito nel momento in cui rispettano certi criteri di RT, indicati nella sezione apposita Critics Submission; leggendola scopriremo cose interessanti: ad esempio che un critico “di carta”, per essere ammesso al sito, deve scrivere per un quotidiano, un settimanale o una rivista tra i 100 più letti negli USA o per una delle dieci maggiori testate d’intrattenimento; per una pubblicazione online, invece, contano gli accessi: un critico di questo tipo, per poter essere classificato su RT, deve scrivere per un sito che abbia almeno 500.000 accessi unici.

Cosa fa Rotten Tomatoes? Semplicemente, prende le recensioni di questi critici e ne offre una media-voto; inoltre, il cosiddetto Tomatometer mostra immediatamente quanti dei critici abbiano dato un voto positivo al film e restituisce un pomodoro rosso se le recensioni positive sono più del 60% (fresh) o uno verde e spiaccicato (rotten) nel caso la percentuale di gradimento sia inferiore; i certified fresh sono quei film che hanno ottenuto più del 75% di recensioni positive.

Ondacinema

Ondacinema è un sito di recensioni e l’unico italiano fra gli esempi considerati. Nasce nel 2008 come una costola di Ondarock, una delle webzine musicali italiane più lette. Per il nostro target può essere estremamente interessante innanzitutto per le recensioni che, come per OR, vengono scritte da collaboratori volontari – anche se, a differenza della sezione musicale, non sono pubblicate in Creative Commons ma con un canonico copyright; il sito presenta anche delle belle monografie dedicate a singoli registi, degli speciali (uno degli ultimi, in ordine di tempo, quello sulla nuova primavera degli sceneggiatori a Hollywood) e una sezione di pietre miliari (che va da “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei fratelli Lumière fino ai primi anni del nuovo millennio, e tra questi è bello citare, vista l’occasione, “Battle Royale”, film tratto da un romanzo di Takami cui poi prenderà più di qualche idea “Hunger Games”).

Da consigliare ai ragazzi come approccio accessibile alla critica cinematografica semi-professionale – a differenza, ad esempio, di siti come Spietati – e come ricco database di informazioni sulle nuove uscite, Ondacinema è privo però dei tratti distintivi che rendono unico un sito solo apparentemente goliardico come I 400 Calci, che, leggiamo dalla sezione Missione, “si occupa di cinema action, horror ed eccezioni meritevoli. Pubblichiamo notizie, recensioni, rubriche, quiz e schede di nani famosi. La redazione è composta da alcune persone vere diverse fra loro. La sede principale si trova a Londra, ma abbiamo filiali sparse un po’ per tutta l’Italia.

The Dissolve

The Dissolve nasce nel 2013 dalla volontà di Keith Phipps, editor di The A.V. Club, di occuparsi solo di cinema: vi si trovano ottime recensioni sulle nuove uscite (negli USA) e interessanti approfondimenti. Per questo percorso, ad esempio, utilizzeremo diversi contenuti recuperati da lì, come la classifica dei migliori cinquanta film del decennio; ma ci sono molti altri approfondimenti utili e recenti, come quello sulla figura del vampiro nel cinema oppure il pezzo dedicato ai personaggi adulti del classico teenage movie “The Breakfast Club” di John Hughes, uno dei più famosi film di genere degli anni 80 – tra l’altro, sempre un ottimo punto di partenza per una filmografia per ragazzi, insieme agli altri due titoli dello stesso Hughes, scritti tra il 1984 e il 1986 e con le lentiggini Molly Ringwald come protagoniste: “Sixteen Candles – Un Compleanno da Ricordare” e “Bella In Rosa”.

Si tratta di un sito molto articolato, una piccola miniera, che può servire soprattutto ai bibliotecari per recuperare spunti e tener d’occhio le uscite che potrebbero rivelarsi interessanti; è invece più difficile per una fruizione diretta da parte del nostro target, ma è importante a mio parere che si provi a proporre loro cose più complesse della media, tanto più che il modo in cui vengono gestiti i percorsi risulta davvero intrigante.

Letterboxd

Letterboxd è l’ultima risorsa che vorrei consigliare per gli aggiornamenti cinematografici e chiudere così anche un cerchio su differenti tipologie di siti: abbiamo visto un database online, un aggregatore di recensioni, un sito di recensioni italiano e un sito dedicato all’approfondimento. Ora arriviamo a Letterboxd, che è semplicemente un social network raccontato alla perfezione dal payoff: “your life in film”.

Sul sito, una volta creato un profilo personale, si può tenere un diario di tutto ciò che si è visto usando la funzione “Add a film”; per ogni film si possono indicare data di visione e valutazione (da 1 a 5 stelle) e scrivere una recensione, nonché condividere il tutto su FB e Twitter – basta collegare i profili; si possono inoltre creare liste personali e trovare amici in base ai propri gusti cinematografici. Sicuramente interessante da presentare ai ragazzi come un modo semplice per imparare a strutturare un interesse per il cinema.

DIECI FILM

Mommy (Xavier Dolan)

“Mommy” è il quinto film del regista/autore/attore canadese Xavier Dolan ed è stato presentato al Festival di Cannes del 2014, dove ha vinto il Premio della Giuria. E partiamo da qui perché, semplicemente, si tratta di un film indimenticabile.

Prima di tutto, un pretesto narrativo: siamo in un futuro prossimo in cui una legge consente ai genitori di affidare i ragazzi difficili a un istituto psichiatrico in caso di emergenza, evitando tutte le procedure legali. Lo schermo, in “Mommy”, è di un formato particolarissimo – verticale, non orizzontale come siamo abituati a vedere, in cui è possibile inquadrare solo una persona alla volta – e un senso di claustrofobia avvolge lo spettatore che viene introdotto alle vite di Diane, donna sulla cinquantina e dal fascino in decadenza, e del figlio sedicenne Steve, affidato, dopo la morte del padre, a un centro di recupero da cui viene estromesso per aver commesso un ennesimo gesto violento: il ragazzo ha sfigurato un compagno in sala mensa.

Il rapporto fra madre e figlio è un amore tormentatissimo, perché Steve è capace di passare da una devozione e un’attrazione quasi erotica per la madre – i gesti sono più che espliciti, in questo senso – a una violenza che esplode cieca, tale da mettere in pericolo più volte l’incolumità della donna. In questo rapporto s’inserisce una strana vicina di casa, Kyla, un’insegnante affetta da balbuzie che si è presa un anno sabbatico in seguito a un evento luttuoso. Insieme, formano un triangolo di personaggi intensi e difficilmente imitabili, mercuriali e in grado di trovare un equilibrio precario solo vicini: ed è in quel momento che succede una delle cose più belle viste al cinema di recente.

Steve in skate e le due donne, Die e Kyla, la vicina (Suzanne Clément, strepitosa anche lei), in bici escono per il quartiere; la camera li segue incalzata dalla musica (Wonderwall, Oasis) che batte sullo schermo e lo deforma letteralmente: Steve allarga le braccia e per un istante il formato quadrato si apre e ingloba tutto. Vi sarà capitato in vita vostra di volervi mangiare il mondo?(Christian Raimo)

Poi i problemi riprenderanno il sopravvento e tutto convergerà verso un finale di tremenda malinconia. Ma intanto Xavier Dolan, con queste due ore di cinema puro, regala una cosa meravigliosa che dovremmo condividere con tutti, primo fra tutti il nostro pubblico di ragazzi.
Si tratta di un film dall’emotività straripante: Dolan porta all’estremo ogni sentimento, carica di intensità ogni gesto e situazione, sottolinea tutto con una regia colorata vivace, quasi da videoclip, e una colonna sonora perfetta; addirittura si avvale di un pretesto distopico, giusto per piegare la realtà ai suoi scopi. Eppure non cade nel kitsch, perché l’onestà del suo fare cinema è subito evidente: quello che vuole fare è raccontare una storia, ed è la storia di un rapporto doloroso, che non può lasciare indifferenti.

Ma non stiamo segnalando “Mommy” a un pubblico di ragazzi adolescenti giusto perché parla (anche) di un adolescente: lo stiamo consigliando perché Xavier Dolan – non l’abbiamo detto fin qui – è nato nel 1989 ed è al suo quinto film, sebbene questo sia il primo ad arrivare in Italia. Questo non è un dato trascurabile, poiché, al di là della storia narrata, è proprio lo stile di Dolan a renderlo così attraente e al contempo consigliabile al nostro pubblico: il cineasta canadese non conosce distinzioni fra alto e basso e non si preoccupa di fare arte raffinatissima utilizzando musiche inflazionate, perché il suo talento è in grado di frullare tutto e restituirlo in una forma unica, come un generatore continuo di immagini. Non si preoccupa di non essere eccessivo, perché preferisce essere onesto che essere controllato:

A me interessa quello che la gente prova, sapere se una certa scena l’ha fatta piangere o no. Ho appena letto un articolo del Guardian su un regista di cui tacerò il nome. Il quale dice di sentirsi un artista, di non essere interessato al pubblico e a raccontare una storia. Ho percepito in lui il disprezzo per chi invece le storie le racconta, per la narratività. Che è poi il cinema che faccio io. Che potrà essere eccessivo, generoso, pieno, espressivo, latino, ma che è all’opposto di un cinema cerebrale, radicale, austero. Io non appartengo agli autori che il cinema lo pensano, ma a quelli che il cinema lo vivono e lo sentono. Lui è un artista. Io un cineasta.(Xavier Dolan)

In attesa dei suoi prossimi film, attendiamo anche che le sue opere precedenti (tutte splendide) arrivino anche qui da noi, primo fra tutti il suo esordio – che può essere rivisto come una versione “in piccolo” di “Mommy”. Si chiama “J’ai Tué Ma Mère” e Dolan lo ha scritto a soli 16 anni – girandolo a 19 – e anche qui si parla di un rapporto conflittuale tra madre (che è la stessa di Mommy, Anne Dorval) e figlio (interpretato dallo stesso Dolan), in una maniera che è già solo e soltanto sua.

We Are The Best (Lukas Moodysson)

“We Are The Best” è l’ultimo film del regista svedese Lukas Moodysson, che è pure un adattamento della graphic novel “Never Goodnight” scritta dalla moglie Coco.

La storia è semplice: nella spenta Stoccolma del 1982, due ragazzine, Bobo e Klara, decidono di formare una band punk sebbene non abbiano idea di come si suoni alcuno strumento, semplicemente per irritare dei ragazzi che suonano metal e occupano la sala prove del centro ricreativo in cui passano il tempo. Convincono una terza ragazza, Hedvig, a unirsi alla band, visto che è l’unica a saper suonare: mentre lei cerca di insegnare loro qualche accordo, Klara cerca di insegnare a lei a non credere in Dio, con effetti comici divertentissimi. Oltre a questo, emergono famiglie a dir poco peculiari (nel caso di Bobo, sembra essere lei la più matura) e dolci tumulti adolescenziali, con continui litigi e battibecchi sulle questioni sentimentali camuffate da dibattiti sul vero punk (bello ed esilarante l’incontro con i ragazzi di un’altra band punk di Stoccolma).

Perché proporlo al nostro target? Sicuramente per il modo leggero in cui la pellicola si pone. Parliamo di una commedia, in cui però si innestano molte tematiche, e tutte elaborate in modo originale e coinvolgente, immediatamente abbracciabili soprattutto da chi si trova a vivere in contesti “svantaggiati” alla periferia dell’impero. Non c’è niente da fare, nelle cittadine di provincia: il modo che queste ragazzine trovano per emanciparsi dalla noia è suonare musica punk, senza le minime sovrastrutture di chi abbia solo qualche anno in più (le discussioni su cosa sia punk e cosa non lo sia, ad esempio, sono tenerissime, proprio perché incredibilmente naif). Se qualcuno di voi ha un po’ di familiarità con il ‘77 punk italiano, non potrà che accogliere con un sorriso questa pellicola: anche lì c’era il punk della periferia dell’impero, in fondo.

E poi è da consigliare perché Lukas Moodysson è un regista formidabile nel cogliere i sussulti dei cuori nell’adolescenza: il suo “Fucking Amal” del 1998 è forse uno dei più bei film di formazione indipendenti mai realizzati e racconta la storia di due ragazze di 14/15 anni nella grigissima Amal, con Agnes, solitaria e pensierosa, innamorata di Elin, la ragazza più bella e desiderata della scuola; si tratta di un film delicato e dolcissimo, ma anche divertente e gioioso sulla scoperta del proprio posto nel mondo e sulla voglia di uscire allo scoperto per quel che si è e non per quello che gli altri si aspettano da noi. Un classico di culto da recuperare e riproporre sempre, non solo per i percorsi LGBT nel caso ne proponeste in biblioteca.

The Internet’s Own Boy (Brian Knappenberger)

Prima di tutto: raccontare la storia di Aaron Swartz a un’utenza di ragazzi è importante e complicato al tempo stesso. Complicato perché le problematiche legate alla violazione della legge per cui fu messo sotto processo appartengono a una zona grigia difficile da far comprendere a un pubblico così giovane e portano con sé tutta una serie di concetti assai complessi; importante perché Internet così come lo conoscono i ragazzi è cresciuto nel modo in cui è cresciuto anche grazie a uno di loro – letteralmente, perché Swartz contribuì alla progettazione del codice sorgente di Creative Commons a soli 14 anni, ad esempio.

Ma Aaron Swartz non era solo e semplicemente un genio e programmatore, era un ragazzo e poi uomo animato da un forte senso di giustizia sociale che lo portò a scontrarsi con un sistema legislativo obsoleto e chiuso a ogni cambiamento, conservativo nel senso peggiore immaginabile: bastino come esempi il download e la diffusione di documenti di PACER (un database di documenti giuridici pubblici cui i cittadini americani avevano accesso solo a pagamento), che gli costò un’indagine dell’FBI; la battaglia, vinta, contro il SOPA (Stop Online Piracy Act); e infine la vicenda di JSTOR, per cui Aaron fu perseguito legalmente e per cui avrebbe rischiato 35 anni di carcere per aver scaricato oltre 4 milioni di articoli scientifici (con lo scopo di diffonderli, secondo l’accusa) già in pubblico dominio nella loro versione originale e però protetti da copyright nella versione digitalizzata per JSTOR. Aaron non arrivò mai al processo e si tolse la vita a 26 anni, nel gennaio 2013.

Nel tributo italiano curato da Bernardo Parrella e Andrea Zanni, che in questo caso riprende Lawrence Lessig, si legge:

La morte di Aaron è colpa di un sistema che ha fallito, di una giustizia che si trasforma in persecuzione. Non a caso lo stesso Aaron confidava al padre, negli ultimi giorni, di sentirsi come il protagonista del Processo di Franz Kafka (Josef K., che alla fine viene ammazzato). La sua storia è allo stesso tempo emblematica e straordinaria, e c’è un dubbio che, fra gli altri, emerge con forza: cosa possiamo fare, se anche i migliori fra noi rimangono schiacciati? Qual è la speranza? L’unica speranza possibile, ricorda ancora Lessig nel discorso più bello e commovente che abbia mai tenuto, è la speranza dell’amore, che per definizione non guarda alle probabilità di successo o meno, bensì procede in avanti all’infinito. Se amiamo questo nostro mondo, nonostante tutto, ha senso provare a migliorarlo. Ogni sistema umano è un’istituzione, e le istituzioni sono convenzioni, e le convenzioni si cambiano. Anche se è dura vedere i più brillanti tra noi dover soccombere anche per farci rammentare il livello della posta in gioco. Aaron Swartz non era un santo né un martire, ma un ragazzo, una persona come tante altre eppure diverso da tutti: aveva un inesorabile fuoco che gli ardeva dentro, e che ancor’oggi continua a bruciare.

Il documentario di Brian Knappenberger è la storia degli anni importanti di Aaron Swartz e non solo: oltre a sollevare tutta una serie di questioni legate alla tecnologia, all’etica e perfino alla democrazia, ha il pregio di mantenere tutto estremamente semplice e di giocare molto sull’emotività senza essere ricattatorio. Perché – e non sembri cinico – ha dalla sua una storia perfetta per essere raccontata e abbracciata. E diffusa.

The Babadook (Jennifer Kent)

“The Babadook” è il film d’esordio della regista australiana Jennifer Kent ed è un horror psicologico che prende le mosse da un evento luttuoso: il marito della protagonista, Amelia, è morto in un incidente stradale mentre accompagnava la moglie in ospedale per il parto e da allora la donna è rimasta sola a crescere il figlio Samuel. Il bambino è tormentato da incubi terrificanti e si costruisce da sé piccole armi per difendersi da mostri immaginari: il risultato è che né lui né la madre riescono ad avere una vita normale e il rapporto tra i due diventa sempre più teso; la situazione degenera dopo il ritrovamento di un misterioso libro pop-up chiamato “The Babadook”, che parla di un mostro che tormenta le persone che sanno della sua esistenza. E non c’è modo di liberarsi del libretto, che, anche bruciato e strappato, ricompare nella casa. La figura mostruosa inizia a tormentare non solo il figlio, ma anche la madre, comportando un peggioramento della salute mentale della donna, in un crescendo di situazioni sempre più cupe.

Il film in realtà non ha ancora avuto una vera distribuzione italiana: è stato proiettato per la prima volta al Sundance del 2014 e ha avuto visibilità anche al Torino Film Festival dello scorso anno, a novembre.

Perché proporlo al nostro target? Perché si tratta di uno dei migliori prodotti del cinema di genere degli ultimi anni. Innanzitutto, come sottolinea un ottimo articolo sul cinema horror di The AV Club, la recitazione è il punto centrale dell’opera: ai ragazzi che sono avvezzi a un genere che, per citare l’articolo, “tende a risultare piuttosto indifferente alla recitazione, almeno fino a quando i protagonisti – troppo spesso gente carina che sembra spaventata – sono preoccupati”, risulterà lampante la differenza con questo “The Babadook”. Essie Davis, attrice che ha studiato recitazione insieme alla regista, ha la capacità di conferire un aspetto umano all’orrore, che rende il film realmente terrificante.

Inoltre, il film è uno splendido esempio – e anche per questo da mostrare ai ragazzi – di come l’horror, nel suo aspetto meno d’intrattenimento e grottesco, possa essere un perfetto strumento per indagare gli anfratti dell’animo umano: il centro della sceneggiatura è il senso di perdita che accompagna madre e figlio; il mostro contro cui si trovano a combattere – e lo si scopre abbastanza presto nel corso della pellicola, senza che però questa perda mai ritmo – è quel senso di solitudine che travolge i protagonisti negli anni successivi alla perdita del marito/padre. In fondo, grattata la superficie, si tratta di un riuscito studio sul dolore e sulla necessità di elaborare i lutti e andare avanti.

Nell’articolo di The AV Club segnalato, troverete altri ottimi esempi di un genere molto amato dal nostro target, che spesso ha molto più da offrire di quanto ci si aspetterebbe – per tematiche e modalità narrative. Consiglio tra gli altri almeno il divertentissimo “You’re Next”, che è un giocattolone meta-horror che racconta di una riunione familiare che si trasforma in massacro per mano di misteriosi killer mascherati e che si diverte a ribaltare moltissimi canoni di genere, primo fra tutti quello della final girl – ovvero la ragazza che riesce a sopravvivere fino alla fine in una pellicola horror. Ecco, dettagli come questo potrebbero essere interessanti per lavorare con il nostro target: quali sono i meccanismi dietro a un film? Cosa è consueto e cosa invece lo è meno?

Si Alza il Vento (Hayao Miyazaki)

“Si Alza Il Vento” è l’ultimo film del regista giapponese Hayao Miyazaki, che ha annunciato a Venezia 2013 che non ne avrebbe poi diretti altri: e in effetti la sua ultima opera, arrivata nelle sale a fine estate 2014, somiglia a un commiato.

Miyazaki prende la vita di Jirō Horikoshi – ingegnere aeronautico giapponese che progettò i caccia Zero, utilizzati nel corso della Seconda Guerra Mondiale – e ne fa un pretesto per riprendere tante delle tematiche care a lui care: l’insensatezza della guerra, il sogno come motore dell’esistenza, il volo. Poi ci sono l’affresco storico del Giappone della prima metà del Novecento (la scena memorabile del grande terremoto del Kanto, che nel 1923 fece più di centomila morti) e una licenza poetica con cui introduce una storia d’amore fittizia, ripresa dal romanzo autobiografico “Kaze Tachinu” di Tatsuo Hori: l’incontro sul treno tra Jirō e Nahoko, lo sbocciare del loro amore preso per mano da un aeroplanino di carta, il matrimonio improvvisato e la malattia della ragazza, sono quanto di più dolce sia mai nato dalla matita del regista.

Il film è più realistico rispetto alla media di Miyazaki, e il realismo è spezzato solo da alcune sequenze oniriche che coinvolgono Jirō e il progettista italiano Giovanni Battista Caproni. “Si Alza Il Vento” traccia il bilancio di un’esistenza che pare quella di Miyazaki stesso e, congedandosi con un finale amarissimo, sembra davvero voler mettere un punto fermo alla vicenda artistica del Maestro, interrogandosi al contempo su quanto sia difficile valutare il peso delle proprie scelte quando si è animati dal fuoco di un sogno: tra l’altro, il fatto che il film racconti in modo tanto partecipe la figura di un uomo che involontariamente ha creato delle macchine di morte, ha generato in patria numerose polemiche, che però si annullano totalmente di fronte alla grandezza dell’opera e alla chiarezza del percorso registico di Miyazaki.

E visto che si tratta dell’ultimo film in assoluto di quello che è considerato il maestro dell’anime, amatissimo anche qui da noi, vale la pena ripercorrerne brevemente la carriera: attivo fin dagli anni ’60, Miyazaki dirige nel decennio successivo il suo primo lungometraggio, “Lupin III – Il castello di Cagliostro”, dopo aver lavorato soprattutto come scenografo (“Heidi”, “Marco”) e alla serie “Conan, Il Ragazzo del Futuro”.

Dalla metà degli anni ’80 dirige il leggendario Studio Ghibli per cui firma alcuni dei capolavori assoluti dell’animazione mondiale: il fantascientifico-steampunk “Laputa”, “Il Mio Vicino Totoro” e “Porco Rosso” (tutti ritornati nelle sale italiane in anni recenti), “Princess Mononoke”, “La Città Incantata”, “Ponyo Sulla Scogliera”. La sua fama internazionale è cresciuta a dismisura dopo l’uscita de “La Città Incantata”, che nel 2002 vinse l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e nel 2003 ottenne l’Oscar al miglior film d’animazione.

Caratteristiche e centrali, in Miyazaki, sono le tematiche dell’ambientalismo e della contrapposizione tra bene e male, associate a un assoluto amore per la purezza d’animo dei bambini e una capacità unica di fondere con naturalezza realismo e magia. Contrariamente a quanto si pensa solitamente riguardo all’animazione, però, nessuno di questi aspetti è mai trattato in modo “infantile” e accondiscendente: basti pensare alla crudezza di molte scene di “Princess Mononoke” e alla visione di fondo piuttosto negativa che ne contraddistingue il finale, tanto che per la versione italiana è stato approntato un doppiaggio accomodante e certamente più positivo.

Di grande attrattiva per il nostro target, oltre che per le tematiche, per la limpida poesia del disegno a mano; per la rappresentazione di un mondo altro eppure realistico e di un’infanzia difficile, ma magica e piena di speranza; per il naturale incontro tra culture distanti.

Lei (Spike Jonze)

“Lei” è l’ultimo film di Spike Jonze, che nel 2014 si è aggiudicato il premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Il regista è famoso, oltre che per film come “Essere John Malkovich” o l’adattamento del classico per bambini di “Where The Wild Things Are” di Maurice Sendak (scritto con Dave Eggers), anche per moltissimi videoclip, di cui forse il più memorabile resta “Buddy Holly” dei Weezer.

La storia di “Lei” è quella di Theodore Twombly, che per lavoro detta al computer lettere per conto di altre persone. Dalla fine del matrimonio con Catherine questa è la cosa più vicina a un’emozione che abbia avuto. Solo con l’acquisto di un nuovo Sistema Operativo che, una volta avviato, sceglie per sé il nome di Samantha, l’uomo ritrova un po’ di vita: è solo la sintesi vocale di un software, però in realtà umanissima e sensuale – e con la voce di Scarlett Johansson, in originale; un’intelligenza artificiale in grado di apprendere ed evolversi continuamente, con cui Theodore costruisce un vero e proprio rapporto sentimentale, con le tenerezze, le ansie e i saliscendi tipici di ogni relazione, pur in una veste del tutto particolare e con sviluppi imprevisti.

Tutto considerato, il film di Spike Jonze sfrutta un pretesto solo parzialmente fantascientifico – e paradossalmente le parti sci-fi sono quelle che funzionano meno; dopotutto il nostro presente, così ipertecnologico e in costante cambiamento, non è poi molto lontano da quello di Lei. Infatti non si parla del rapporto uomo-macchina o di etica: al centro di tutto sono l’amore e le sue implicazioni e infinite forme, e la necessità di un nuovo inizio che ogni fine porta con sé; la ricerca di qualcosa di perfetto e che non si possa consumare, che trova in una voce femminile priva di corpo un modo splendido di raccontare la storia di un uomo che tenta di rialzarsi ma è congelato dalla paura della responsabilità.

Da consigliare perché si tratta di un film dolce e iper-emozionale, ma capace di far sorridere; perché parla d’amore in modo non convenzionale e da una prospettiva interessante; per lo stile patinato che avvolge di luce una malinconia insopprimibile. Il tema della connessione costante, poi, può davvero essere di grande appeal per il nostro target.

Snowpiercer (Bong Joon-ho)

“Snowpiercer” è un film del regista coreano Bong Joon-ho uscito circa un anno fa, nell’inverno del 2014, e un ottimo esempio di fantascienza distopica.

In un futuro prossimo, gli scienziati hanno elaborato un composto refrigerante che, disperso nell’atmosfera, dovrebbe risolvere il problema del riscaldamento globale. Alla prova dei fatti, la speranza si è mutata in tragedia: la sostanza ha precipitato la Terra in una nuova glaciazione, estinguendo ogni forma di vita, con l’eccezione di un gruppo di poche migliaia di uomini, asserragliati in un gigantesco treno che corre su rotaie che percorrono l’intero pianeta. Qui, la popolazione è stata distribuita a seconda della classe sociale, in una drammatica proiezione della vita precedente: i ricchi e potenti sono comodamente insediati nelle carrozze di testa, i poveri e diseredati sono ammassati in fondo a treno, in condizioni disumane. Da qui partirà una rivolta capeggiata da Curtis e dal vecchio Gilliam (tra l’altro probabile tributo al geniale Terry Gilliam, autore dell’epocale “Brazil”, uno dei più grandi film distopici della storia del cinema), con l’aiuto di Namgoong Minsoo, progettista del sistema di sicurezza che, con la figlia, si offrirà di aiutarli a varcare le porte in cambio di una potentissima droga.

“Snowpiercer” è un viaggio di oltre due ore, che, carrozza dopo carrozza, da un fondo nero come la notte conduce in un mondo sempre più ricco e sfavillante e, paradossalmente, sprofondato in una follia stordita, in cui i nostri si faranno strada attraverso scontri sempre più cruenti, fino a giungere alla mitizzata locomotiva di Wilson, creatore di treno e ferrovia. Si tratta di un piccolo capolavoro di fantascienza post-apocalittica, basato su una vecchia serie a fumetti francese (“Le Transperceneige”), sorprendente della sceneggiatura, con una gran regia: c’è questo scontro nel mezzo del film, ad esempio, che si svolge tutto al buio di una galleria e in cui l’orrore s’intuisce appena nel muoversi delle ombre.

In tutto questo, impressiona l’idea di un’umanità prigioniera del ventre di una bestia metallica lanciata in una corsa insensata e apparentemente inarrestabile, molto efficace in una metafora sociale che molti hanno riportato al cinema anche negli ultimi anni, magari non in maniera altrettanto efficace: un altro esempio potrebbe essere “Elysium” del regista sudafricano Neill Blomkamp, che racconta di una Terra dove i diseredati sono abbandonati completamente a se stessi e di “Elysium”, il pianeta su cui vivono le classi dominanti. Lo fa in maniera spettacolare, ma forse mostrando troppo i muscoli, a differenza di “Snowpiercer”, che calca la mano spesso sul grottesco risultando molto più efficace.

Grand Budapest Hotel (Wes Anderson)

“Grand Budapest Hotel” si può definire la celebrazione di Wes Anderson, che è forse il regista più amato dagli appassionati di cinema indie e che ha trovato con questo film anche la consacrazione dello star system di Hollywood: agli ultimi Academy Awards, infatti, il cineasta di Houston si è aggiudicato con quest’opera ben quattro statuette (costumi, scenografia, trucco, colonna sonora), dopo il premio della giuria a Berlino e cinque BAFTA (alle categorie degli Oscar si aggiunga la sceneggiatura).

Il film s’ispira alle opere di Stefan Zweig ed è un gioco a incastri tra diversi piani temporali, ognuno racchiuso nell’altro: l’inizio e la fine sono ambientati ai giorni nostri e ci viene mostrato un monumento dedicato all’autore del grande libro The Grand Hotel Budapest; poi siamo catapultati nel 1985, anno in cui l’autore, protagonista di un documentario, racconta la genesi del suo libro, quando diciassette anni prima, durante un soggiorno presso un ormai decadente hotel nell’Europa orientale, s’imbattè nel proprietario, Zero Moustafa. Sarà lui a introdurre lo scrittore al magico mondo dell’hotel Grand Budapest dei primi anni Trenta, quando tutta la nobiltà dell’epoca è solita passare di lì e affidarsi alle cure del concierge Monsieur Gustave, eccentrico, fuori dal tempo e amante delle poesie e delle donne (meglio se anziane); Zero viene assunto come garzoncello e da lì diventa il più fedele amico di Gustave e lo assisterà in ogni disavventura, dopo la morte di una delle amanti dell’uomo, Madame D., che gli lascerà in eredità un preziosissimo dipinto e un’infinita serie di guai.

C’è tutto Wes Anderson, in “Grand Budapest Hotel”: i personaggi eccentrici, gli amori dolcissimi, lo sguardo malinconico al passato, sceneggiatura e scenografia pensate come grandi giocattoli, i momenti di violenza imprevista (particolarmente cupa la scena in cui Willem Dafoe uccide Jeff Goldblum) che fanno da dissonanze in un quadro visivo letteralmente perfetto. Senza contare poi le classiche peculiarità registiche – inquadrature dall’alto e simmetrie, ad esempio.

Spesso, comunque, le opere di Wes Anderson sono basate principalmente su famiglie peculiari e problematiche e i personaggi si muovono in un universo dal sapore fumettistico: con riferimento particolare all’ultimo “Moonrise Kingdom”, si è spesso tirato in ballo il mondo dei Peanuts, per quel medesimo modo di rappresentare bambini e ragazzi consapevoli che le proprie difficoltà sono le medesime degli adulti, con ironia e senza condiscendenza.

Allo stesso modo, gli adulti dei film di Anderson sono dei bambini mai completamente maturati: paradigmatici sono in tal senso lo Herman Blume di “Rushmore” (interpretato da un grande Bill Murray), l’intera famiglia Tenenbaum, Mr.Fox (dall’omonimo film tratto da una storia di Roald Dahl), il capitano Sharpe di “Moonrise Kingdom”; tutti, invariabilmente, votati a una vitalità scoordinata e prossimi al collasso emotivo.

Interessante per il nostro target per lo stile coloratissimo e dettagliato, il modo non lineare e sconnesso di rappresentare il coming of age di ragazzi ordinari, i toni favolistici e agrodolci di tutte le vite rappresentate e una capacità straordinaria di associare suoni e immagini.

I Guardiani della Galassia (James Gunn)

Già il trailer dovrebbe far intuire il tono del film di James Gunn dedicato a un gruppo di personaggi Marvel, i “Guardiani della Galassia” appunto. Basata sulla seconda versione a fumetti dei Guardiani – quella del 2008 – la sceneggiatura è scritta dallo stesso Gunn con Nicole Perlman e regala una serie di personaggi e battute fulminanti, anche abbastanza imprevedibili in un film del genere: “se avessi una lampada a ultravioletti, questo posto somiglierebbe a un quadro di Jackson Pollock”. Un genere di battute che i grandi successi come “The Avengers” si sognano, per intenderci.

La trama del film (non) è presto detta: un ragazzino, Peter Quill, viene prelevato dalla Terra per mano dei pirati Ravagers, guidati da Yondu, subito dopo la morte della madre. Ventisei anni dopo, siamo trascinati sul pianeta Morag, dove Peter ruba una sfera (l’Orb) suscitando l’ira del folle estremista Ronan, che invierà un’assassina, Gamora, sulle tracce di Quill, mentre Yondu metterà una taglia sulla testa del nostro eroe. In seguito a un primo scontro sul pianeta Xandar, Gamora e Quill s’imbatteranno in due cacciatori di taglie: Rocket Raccoon, un procione geneticamente modificato, e nel suo aiutante Groot – uno strano albero umanoide che riesce solo a dire “I am Groot”, con la voce di Vin Diesel. Catturati e portati in un carcere di massima sicurezza, incontreranno qui Drax Il Distruttore e presto stringeranno un’improbabile alleanza nella speranza di sconfiggere Ronan, il cui piano per distruggere Xandar e uccidere milioni di innocenti è stato svelato.

E questo è solo l’inizio di una piccola perla del cinema fumettistico dello scorso anno, decisamente brillante e dunque adattissima per il nostro target. Merito, appunto, di una sceneggiatura precisa e cattiva il giusto, che conferma James Gunn – uno che ha girato uno dei cult movie della casa cinematografica Troma di Lloyd Kaufman, “Tromeo And Juliet” – come un gran talento irregolare, dopo le divertentissime scorrettezze di “Super”, altra opera consigliatissima per i ragazzi: è la storia di un uomo comune e triste che, lasciato dalla moglie per uno spacciatore, decide che la cosa migliore da fare per combattere il crimine sia indossare un costume porpora e armarsi di chiave inglese – insomma, il fratello adulto e politicamente scorretto dell’altro caposaldo del cinema con supereroi improvvisati di questi anni, “Kick-Ass”.

C’era una Volta un’Estate (Jim Rash, Nat Faxon)

“The Way Way Back”, che in italiano è diventato “C’era una Volta un’Estate”, è un film scritto e diretto da Nat Faxon e Jim Rash, coppia di autori/attori si sono aggiudicati un’Oscar nel 2012 per la sceneggiatura non originale dell’ottimo “Paradiso Amaro” di Alexander Payne. Film sul coming of age classicissimo nel suo scorrere, “C’era una Volta un’Estate” è un’opera assolutamente ben scritta e anche emozionante, seppure faccia visita a molti luoghi convenzionali per il cinema di formazione americano.

C’è Duncan, timido quattordicenne, alle prese con una vacanza estiva con la madre e il suo nuovo compagno, Trent. Uomo realmente sgradevole (come lo definisce la bella recensione di Ondacinema), questi non perde l’occasione per sottolineare le inadeguatezze del ragazzo: basti come esempio la scena iniziale, in cui Trent chiede a Duncan di valutarsi su una scala da uno a dieci, per poi rivelargli che lui lo considera un misero “tre”.

E dunque l’estate, la famiglia disfunzionale, la crescita: siamo già nel campo dei classici teen summer movies.

Preso dalla malinconia nonostante l’incontro con un’attraente vicina di casa, il ragazzo prende a girovagare per la città con una vecchia bicicletta e capita al Water Wizz, il parco acquatico in cui incontra Owen, un quarantenne solo apparentemente mai cresciuto che prende il ragazzo con sé e lo introduce a tutto lo staff del parco. Diventerà di fatto il suo mentore e gli offrirà perfino un lavoro per il tempo della vacanza.

Con il passare dei minuti, ogni personaggio rivela dei tratti inizialmente nascosti: il lato malinconico e sensibile di Owen, la reale bassezza di Trent, la dolcezza dell’esplosiva vicina di casa Betty (sempre sull’orlo dell’ubriachezza, sempre pronta a deridere il figlio menomato). E nonostante il racconto sia semplicemente la storia di una “piccola” estate, i micro-sconvolgimenti che raccoglie sono di quelli capaci di cambiare la vita di un ragazzo alle prese con un mondo di adulti incasinati quanto i propri figli; in questo senso è esemplare la locandina del film, con Duncan sul fondo di una piscina, come se stesse chiedendo un attimo di tranquillità per mettere in ordine i pensieri. E tutto questo lo rende un film consigliabilissimo per il target cui vogliamo rivolgerci.

Nota: singolarmente, anche “Adventureland”, un altro dei più interessanti film adolescenziali dell’ultimo quinquennio è anch’esso ambientato in un parco di divertimenti. I protagonisti sono qualche anno più avanti di Duncan, magnificamente interpretati da Kirsten Stewart e Jesse Eisenberg. Anche questo assolutamente da consigliare e con una colonna sonora meravigliosa.

TRE RACCONTI DI FORMAZIONE INEDITI

Short Term 12 (Destin Daniel Cretton)

“Short Term 12” nasce come cortometraggio, presentato al Sundance nel 2009, ma il regista Destin Daniel Cretton impiega diversi anni per trovare i fondi necessari alla realizzazione di un lungometraggio. Ci riesce, anche grazie al relativo successo della sua opera prima “I Am Not A Hipster” e il film finalmente viene proiettato al South By Southwest del 2013. Acclamato dalla critica e dal pubblico americani, “Short Term 12” è stato inserito al diciottesimo posto nella classifica dei migliori cinquanta film degli anni 10 da The Dissolve.

Short Term 12 è un istituto in cui vengono inseriti ragazzi che hanno subito violenze da parte dei genitori, sono stati abbandonati o sono rimasti soli: vengono ospitati in questo centro e seguiti da ragazzi poco più grandi di loro. Grace, interpretata da un’ottima Brie Larson, è una delle giovani dello staff, e vive con il collega Mason: per buona parte del film assistiamo alle sue difficoltà di comunicazione con il compagno, che poco a poco svelano un passato di sofferenze simile in tutto al presente dei ragazzi che si trova a seguire.

Tra questi, sono due i personaggi che spiccano: Jayden, una sedicenne con un passato oscuro di ferite autoinferte che lega moltissimo con Grace, e Marcus, giovane taciturno con la passione – e il talento – per il rap. Nelle scene che vi proponiamo in nota, ci sono due tra i momenti più toccanti del film e degli autentici turning point per le vite dei ragazzi: non hanno avuto niente dalla vita e nessuno che li ascoltasse, fino a quando sono arrivati allo Short Term 12 e hanno trovato delle persone adulte, ma in difficoltà quanto loro, disposte ad ascoltarli e anche capaci di farlo, per una vicinanza di esperienze. Però la difficoltà ad aprirsi è enorme, e l’unico mezzo che i ragazzi hanno per raccontarsi è l’espressione artistica: il rap per Marcus, il disegno per Jayden.

Queste considerazioni ci portano all’altro aspetto chiave del film: il fatto che, per una volta, non siano presenti le classiche figure del ragazzo perduto e del mentore che nonostante tutto ha raggiunto un equilibrio; qui dentro ci sono solo persone accomunate da una vita quasi infernale che cercano una luce nonostante tutto, e solo stando vicine riescono a crescere e andare avanti. E il film racconta questa cosa in modo naturale, senza forzare la mano ai ragazzi – cosa che capita spesso nell’ambito dei racconti di formazione: sono tali e si comportano come tali, sebbene, citando The Dissolve, “abbiano visto il lato oscuro della vita più di quanto chiunque mai dovrebbe fare in una vita intera”.

Proprio per questa capacità di raccontare i ragazzi facendoli apparire come sono, senza finzioni, lo rende un film bellissimo e da consigliare al nostro target. Che si sentirà meno solo, nel caso.

Palo Alto (Gia Coppola)

Altro film di formazione inedito in Italia, “Palo Alto” è l’esordio alla regia della giovane “nipote d’arte” Gia Coppola, classe 1987. Si tratta di un adattamento di una raccolta di racconti dell’attore James Franco, che partecipa al film con altri attori di rango. Curiosamente, Gia Coppola non è l’unico cognome noto, qui dentro: ci sono pure Emma Roberts (nipote di Julia) e Jack Kilmer (figlio di Val, che pure brevemente appare nel corso del film).

In “Palo Alto” incontriamo un interessante intreccio di storie e caratteri: c’è April, ragazza bella e sensibile; ci sono Teddy e Fred, ragazzi con storie difficili alle spalle che spesso cedono alle droghe; c’è Emily, che usa il sesso come via per battere la solitudine e arrivare a sfiorare gli altri, sempre così distanti; c’è Mr. B, l’allenatore della squadra di calcio di April, thirty-something irrisolto almeno quanto le sue allieve.

Il modo in cui queste vite s’intrecciano mostra quanto siano delicati i passaggi d’età, quanto faticose le scelte e quanto i contorni di tutto siano spesso sfumati, nonostante le esperienze siano a volte estreme: ad esempio, l’avvicinarsi di April e Teddy, reso difficoltoso dalle paure e dalla difficoltà di liberarsi di certe ombre per essere semplicemente se stessi – come nel caso di Teddy e della sua amicizia con Fred, che ne esalta tutte le pulsioni più autodistruttive; ad esempio, le speranze di April riposte in Mr. B e subito infrante dalle azioni di un uomo apparentemente inoffensivo. E poi ci sono le classiche feste da high school, le sbronze, le chitarre elettriche suonate in cameretta, i servizi sociali, il tutto suggellato da uno splendido finale aperto che, lungi dal dare certezze e rassicurazioni, ha la sensibilità di fotografare per intero un piccolo mondo in cui tutto può cambiare dalla notte al giorno.

Il tono del film è adeguato: pur narrando di intensi estremi emotivi, Coppola adotta sempre delle tenui tinte pastello e musiche d’impatto ma estremamente malinconiche – quasi tutte a base di synth e melodie eteree – rendendo i cambiamenti in un modo dolce e singolare. Soffuso, e in questo assai distante dalla grandeur dei blockbuster di genere; molto simile, invece, a quanto fatto dalla zia Sofia Coppola in parecchi suoi film, soprattutto in un piccolo capolavoro del cinema di formazione, “Il Giardino delle Vergini Suicide”.

The Spectacular Now (James Ponsoldt)

“The Spectacular Now” è un film del 2013 del regista James Ponsoldt. James Teller – che incontreremo anche in “Whiplash” – frequenta l’ultimo anno della high school: lui, Sutter Keely, è il re della festa, di uno “spettacolare adesso”, il centro di un piccolo mondo, ma con seri problemi di alcolismo che la sua fidanzata Cassidy non riesce più a gestire, tanto da scegliere di lasciarlo. Dopo un’ennesima sbronza, Sutter si risveglia su un prato dove incontra Aimee, una ragazza diametralmente opposta a lui: semplice, timida, appassionata di fantascienza e manga. Da questa premessa si sviluppa una trama tutta basata su molti cambi di tono, che però sono in realtà twist emozionali dovuti all’instabilità di Sutter: l’alcolismo, la nostalgia per Cassidy, la difficoltà di comprendere i propri sentimenti per Aimee, un padre distante e idealizzato fino a un incontro che ne svelerà tutti i limiti, lasciando il ragazzo deluso ma finalmente consapevole.

Per quanto il film tratti di argomenti assolutamente tradizionali per questo tipo di cinema – e parta da un presupposto apparentemente risaputo: il ragazzo difficile che s’innamora della ragazza della porta accanto – prende strade tortuose e complesse, rivelando l’animo sensibile dell’adolescenza con estrema naturalezza e credibilità.

Per dirne meglio, comunque, ci affidiamo alle parole del grande Roger Ebert, che assegnò al film quattro stelle:

Che film toccante è questo. Rispetta i personaggi e non li sfrutta per i propri scopi ignobili. Quanto ci preoccupiamo per loro. Miles Teller e Shailene Woodley ci sono così dentro. Essere giovani è una cosa solenne, quando davvero ti preoccupi per qualcuno. Teller somiglia al John Cusack del periodo di “Say Anything”. Woodley è bellissima in un modo così reale, e lo studia con preoccupazione, e poi quel sorriso caldo. Abbiamo passato l’ultimo anno delle superiori con loro. Li abbiamo conosciuti. Siamo stati loro.

QUALCOSA SULLA MUSICA

Nell’ultimo anno sono usciti un paio di film bellissimi a tema musicale – anche se in senso lato – che possiamo consigliare al nostro target e che hanno la capacità di ribaltare parecchi stereotipi di genere, pur risultando assolutamente godibili per il grande pubblico, in particolare il primo. Vediamo di cosa si tratta.

Whiplash (Damien Chazelle)

“Whiplash” è il formidabile esodio del regista trentenne Damien Chazelle che si è aggiudicato ben tre Oscar al primo colpo, nel 2015: miglior sonoro, miglior montaggio e miglior attore non protagonista (J.K. Simmons). Nel 2013 Chazelle aveva presentato una scena a Sundance (con dialoghi praticamente identici) in cui c’era già J.K.Simmons, ma non ancora Miles Teller nella parte del protagonista, e grazie a quella riuscì a raccogliere fondi per realizzare un lungometraggio.

La storia è quella di Andrew Neyman, diciannovenne iscritto al conservatorio che aspira a diventare il più grande batterista jazz della sua generazione: non ha fidanzata e non ha amici, nè gli interessano, perché è solo la batteria ciò che lo attira; incontrerà sulla sua strada Terrence Fletcher, direttore d’orchestra implacabile e feroce, che aspira a trovare il “prossimo Charlie Parker” spingendo gli allievi oltre i propri limiti, fisici e psicologici. E questo è evidente sin dalla prima prova di Andrew con la band.

Il film è tutto basato su questo scontro ed è proprio per questo che non è facile assegnare Whiplash a un particolare genere: dramma; film di guerra, come sembra suggerire Chazelle nella prima scena; film sportivo, un po’ come il primissimo Rocky di Stallone; racconto di formazione, film musicale, addirittura horror nel modo in cui vengono gestiti i suoni e per il sangue che si vede spesso scorrere. E già questo potrebbe essere un ottimo motivo per consigliarlo al nostro target: Whiplash dura un’ora e quaranta circa e impressiona proprio per la totale assenza di punti morti, nonostante il tema apparente – la batteria jazz – non sia in dei più coinvolgenti.

Inoltre si tratta di un film incredibilmente stimolante: lungi dall’essere una favola per “gonzi di destra” come ha scritto Goffredo Fofi su Internazionale mancando completamente il bersaglio, il film dice qualcosa di importante sul fare musica ad alto livello, sull’ambizione che diventa ossessione, e lo fa con un tono assolutamente ambiguo (addirittura più del Clint Eastwood di “American Sniper”) che invita alla riflessione (qual è il prezzo che Andrew paga per arrivare dov’è?). Senza dimenticare ovviamente le performance dei due protagonisti.

Frank (Lenny Abrahamson)

Un altro film che ha come pretesto la musica, ma che in realtà dice molto altro e in maniera nuova – e non molto ammiccante – su arte e creatività, è “Frank”, l’ultima opera del regista irlandese Lenny Abrahamson, che arriva da piccole perle come “Garage” o “What Richard Did”. Il film è proiettato per la prima volta a Sundance, uno dei posti più indie del pianeta e, di fatto, gioca a ribaltare tutta una serie di stereotipi sul musicista alternativo e sulle nicchie musicali.

Jon è un giovane musicista poco più che mediocre, ingaggiato per puro caso da una band sperimentale, dal nome impronunciabile. A guidarla è Frank, talento musicale straordinario che da anni si nasconde agli occhi del mondo dietro una grande maschera di cartapesta perché “anche le facce normali sono strane, sai?” e descrive a parole le sue espressioni facciali per gli interlocutori che lo richiedano. Frank ha un dono unico e sa trovare ispirazione in ogni cosa: un paio di buffi calzini, un piccolo ciuffo di pelo che spunta dal tappeto. Ogni cosa diventa una canzone, nelle sue mani.

Lo scontro tra modi così distanti d’intendere l’arte finirà per generare un cortocircuito nel delicato equilibrio di Frank, portandolo a contatto con un mondo che di lui vuole solo la facciata singolare ma è incapace di coglierne l’essenza più profonda. Emblematica in questo senso è la scena a un famoso festival musicale indie, in cui la band è una grande attrattiva a causa del buzz mediatico che Jon ha creato intorno a sé sui social network (cosa che dimostra quanto anche con le migliori intenzioni si possano creare mostri), ma che fa esplodere la distanza incolmabile tra quel mondo e il pianeta solitario su cui vive Frank.

Il protagonista è Michael Fassbender, uno dei grandi attori degli ultimi cinque anni, ed è formidabile nel dar corpo e voce a un personaggio meraviglioso, ispirato alla figura di Frank Sidebottom – vecchia invenzione del comico inglese Chris Sievey – e alle biografie di musicisti geniali come Daniel Johnston e Captain Beefheart. Gente che con il dolore e il disagio e la malattia mentale ha dovuto fare i conti per davvero, senza poterle far diventare comode pose.

Frank è un film in cui si ride (le sequenze della registrazione dell’album, ad esempio) e ci si commuove (soprattutto per il finale), e fa passare almeno un paio di concetti scomodi e importanti: che il talento vero, chi non ce l’ha, non se lo può dare; e che una malattia mentale è qualcosa da trattare con rispetto e delicatezza e non una simpatica stranezza da dare in pasto all’hipsteria dei tempi moderni. E queste sono cose che sarebbe bello raccontare e mostrare ai nostri utenti ragazzi.

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