These important years: Primavera Sound 2014

Tornare da Barcellona alla fine di ogni Primavera Sound Festival non è mai facile. C’è da fare i conti con un sacco di cose che per quattro giorni, semplicemente, non esistono perché lì l’unica cosa che esista è il puro suono. E questo anche per chi, come me, è alla quinta partecipazione consecutiva.
Ogni anno il nerd planning sulla programmazione si affina, alla ricerca della line-up ideale, del festival perfetto: e quasi chiunque abbia a cuore le sorti della musica che qualcuno si ostina a chiamare “alternativa” può trovare modi per abbandonare piccoli pezzi di cuore sulla ghiaia e sul cemento davanti a quei palchi. Quest’anno, il mio festival perfetto è stato più o meno così:

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(legenda: gli asterischi sono i concerti interi, i “+” quelli quasi completi, i “–” quelli appena assaggiati)

 

Giovedì. In The Aeroplane Over The Sea.

Una coda di qualche centinaio di metri smaltita in meno di mezz’ora e io, Andrea, Elena e Gabriele siamo dentro. C’è da recuperare una mappa che spieghi come e dove siano disposti i palchi di questa edizione e come siano stati sistemati quei nomi che abbiamo imparato ad amare negli anni: ATP (il preferito dai noise/indie-rockers ovviamente), Ray-Ban, Pitchfork, Heineken, Sony, Adidas, Vice. Oltre all’inamovibile (e meraviglioso) Auditori. Le distanze qui giocano un ruolo fondamentale per capire cosa sia necessario sacrificare e come si possa sopravvivere a ore e ore di scarpinate: è una cosa che s’impara col tempo.
Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia a causa di voli non proprio puntualissimi, mi perdo il concerto inaugurale del mio programma (Follakzoid), ma è bello godersi il sole delle 18.30 al suono squillante dei Real Estate all’Heineken (che si rivelerà, a livello di suoni e a causa della nuova disposizione, la peggiore location del festival): niente per cui strapparsi i capelli, però è dolce prendere le misure a spazi ampi e ventosi con quel suono leggero e solare, leggere gli occhi dei presenti, vederne i sorrisi, ascoltarne parole così diverse.

Quattro forse cinque pezzi e poi via all’ATP, che occupa lo spazio che fino a qualche tempo fa era del main stage. C’è da dirlo, un po’ manca quella collocazione perfetta vicina al mare che ha regalato in passato eventi splendidi, grandi e piccoli (chi si ricorda l’aperitivo indie-rock con gli Yuck del primo disco, nel 2011?). Sul palco arrivano gli olandesi The Ex, storica band post-punk attiva dalla fine dei ’70 e autrice di decine di album in proprio o condivisi con i più svariati musicisti: li conosco poco, pochissimo, ma a farmene innamorare sono state le collaborazioni con il sassofonista etiope Getatchew Mekuria, particolarmente lo strepitoso Moa Anbessa, che per esuberanza creativa e travolgente elettricità è uno degli album più coinvolgenti del decennio scorso; e poi quell’Enormous Door datato 2013 e, soprattutto, il mastodontico Catch My Shoe di ormai cinque anni fa.
Il post-punk si unisce al puro noise, i riff angolari di chitarra e le ritmiche tribali figlie di una curiosità musicale evidentemente mai appagata finiscono per generare un contagioso groove bianco che fa muovere senza sosta i presenti, stordendoli poi con rumorismi mai gratuiti che innalzano ancora il livello di una performance che nemmeno per un istante ha il sapore del mestiere, della maniera. E divertentissimo (ma tremendamente serio) è il modo in cui i musicisti chiedono a ripetizione che vengano spente le luci sul palco, “perché a noi piace la luce naturale” e “perché il groove lo facciamo noi”. Insomma, miglior concerto di questo giovedì.

The Ex

Saltano le Warpaint, che stanno dall’altra parte del Parc del Forum e pare brutto farsi un chilometro a piedi per un concerto di cui potrei vedere solo due-tre pezzi prima di tornare da dove sono venuto. Perché sì, all’ATP c’è uno degli eventi veri di quest’edizione di Primavera: il concerto full-band dei Neutral Milk Hotel di Jeff Mangum, che già avevamo visto in solitaria due anni fa all’Auditori.
Inutile dire che l’attesa è grande: il nome NMH si è fatto culto e poi moda nei quindici anni dall’uscita di un vero classico contemporaneo come In The Aeroplane Over The Sea, uno di quegli album capaci di creare un mondo a parte. Per dire dell’affollamento, dalle retrovie finiamo catapultati sotto il palco all’altezza dell’ingresso dell’harmonium in The King Of Carrot Flowers pt. One, scelta piuttosto prevedibilmente come apertura e seguita poi dalle altre due parti, che rendono Mangum l’unico uomo al mondo in grado di farmi cantare a pieni polmoni “I love you Jesus Christ” e simili.
L’esecuzione è circense quanto e più che su disco, l’impatto scenico di polistrumentisti variamente barbuti/baffuti è notevolissimo, mentre praticamente tutti i pezzi vengono ribassati di molto nella tonalità per consentire a Mangum un maggiore agio nel cantato. La scaletta si concentra sui due album della band, dando giustamente peso anche all’esordio On Avery Island e all’EP Everything Is.
Concerto intensissimo, indubbiamente, e la gioia di sentire quelle canzoni in quella veste è pura magia: personalmente, però, avevo tratto maggior gioia dalla solo performance di Jeff di un paio d’anni fa, forse anche a causa del fatto che in questa occasione ho avuto il dispiacere di vedere un amico derubato del portafogli in cui teneva ogni cosa e cercarlo disperatamente, senza successo, nel marasma generale (salvo poi vederselo riconsegnare alla fine, ovviamente svuotato dei soldi ma se non altro non dei documenti).
In tutto questo, il momento più alto della serata rimane per me l’esecuzione di Two-Headed Boy, gioiosa malinconia acustica folk-punk, il volume che sale e scende in maniera magistrale e ti lascia senza fiato. “And in the dark we will take off our clothes”.

Neutral Milk Hotel

Poi arrivano i Chvrches: quel synth-pop anni ’80 che ti fa precipitare nella colonna sonora di Drive non è propriamente la mia tazza di thè, ma il disco dello scorso anno è davvero una gran collezione di ritornelli istantanei e Lauren Mayberry è un’esca perfetta per innamorarsene. Il pubblico è quello delle grandi occasioni, nonostante la contemporanea presenza dei Queens Of The Stone Age sul main stage (cosa su cui la stessa Mayberry avrà occasione di scherzare un paio di volte, invitando il pubblico a non andarsene).
L’impatto sonoro del Pitchfork è sempre un po’ quello che è (i Chvrches non saranno gli unici ad avere problemi, lì, e anche in passato se n’erano visti), ma l’impressione è che i tre musicisti debbano ancora trovare un vero equilibrio sul palco per far davvero esplodere pezzi che su disco parrebbero fatti apposta per l’esecuzione live e che invece, a volte, risultano poco avvolgenti (come se gli alti dello spettro sonoro fossero stati brutalmente tagliati). Certo è che i singoloni di The Bones Of What You Believe restano tali e Gun, Recover o The Mother We Share posta strategicamente in chiusura sono gioiellini anche in condizioni non ottimali.

Chvrches

Alle 00.30 tocca agli Arcade Fire, che abbandonerò un’ora dopo, a metà circa dell’esibizione. Sarà la posizione non proprio felicissima (arrivare al Sony con soli venti minuti d’anticipo per un concerto che si svolge di fronte all’altro main stage dove hanno appena finito i QOTSA è qualcosa che può mettere davvero a rischio la vita), sarà che ancora vivo è il ricordo della meraviglia che fu lo spettacolo di qualche anno fa a Bologna, sarà che Reflektor è un album per me incomprensibile e, a parte un paio di notevolissime eccezioni, pieno di canzoni irrimediabilmente brutte (Joan Of Arc, suonata nell’occasione, è un gigantesco “machedavero?”): fatto sta che anche quando arrivano i grandi capolavori del passato, l’impatto sembra in parte perdersi, anche se questo non impedisce loro di svettare ampiamente sulle nuove composizioni.
Però io ricordo bene come suonava Power Out tre anni fa: un’esperienza sonica unica, con il suono che sembrava arrivare da ogni direzione ad avvolgerti in una magnifica bolla (una sensazione che ho provato poche altre volte), e non molto di tutto ciò ho ritrovato nel concerto di questo Primavera.

Meglio allora concludere una prima giornata comunque bella con il ciclone Touché Amoré, che si abbatte sul Vice con potenza devastante per la gioia della folla che si abbandona al primo vero crowd surfing del festival e mi dà l’occasione per vedere finalmente all’opera una band notevolissima, cui curiosamente mi sono avvicinato grazie ai Dad Punchers, tenero side-project emo/punk-pop del batterista Elliot Babin. Sul palco, il cantante si sgola allo sfinimento, mentre le chitarre macinano malinconica violenza e la batteria si contorce in accelerazioni pazzesche, per un emo-core/screamo di grande qualità e intensità, con musicisti che sul palco sembrano realmente emozionati.

Touché Amoré

 

Venerdì. When The Sun Hits.

Comincia presto quella che rimarrà forse la più memorabile giornata di cinque anni di Primavera.
Sono le due circa quando saluto gli altri per prendere la metropolitana e raggiungere il Forum: alle 16 è in programma il concerto di Julia Holter e, benché quest’anno non siano previsti acquisti di ulteriori biglietti per l’ingresso agli spettacoli all’Auditori, la prudenza e la paranoia non sono mai troppe. Naturalmente tutto questo mi porta a essere uno dei primi venti orgogliosi disperati che si trovano ad attendere per un’ora circa di poter assistere all’esibizione della ventinovenne musicista di Los Angeles.
Sul palco, oltre a Julia (voce e tastiere), altri quattro musicisti (sassofono, violoncello, violino e batteria) per un impasto sonoro fascinosissimo, che mischia art pop, elettronica, torch song, atmosfere jazzy e sperimentazione, senza mai perdere di vista l’accessibilità: il suo ultimo disco, Loud City Song, è davvero splendido e anche live conferma tutte le proprie doti, nelle memorabili esecuzioni di Hello Stranger e This Is A True Heart. Ma anche i vecchi pezzi brillano e lo spettacolo è in toto da ricordare, nonostante un’apparente nervosa timidezza della Holter, che ben poche parole regala ai presenti.

Julia Holter

Si ritorna all’aria aperta, ma il cielo minaccia pioggia, che puntualmente arriva durante John Grant, e s’intensifica fino a farsi battente e a punteggiare fastidiosamente un momento importante del festival; io e gli amici, che finalmente sono arrivati (pigroni!), cerchiamo, seminascosti alla bell’e meglio sotto improbabili tele cerate, di godere della musica di uno dei migliori autori di canzoni degli ultimi anni, autore di due splendidi album diversi nelle forme, ma molto simili per sostanza e qualità: il primo, Queen Of Denmark, meraviglioso esempio di scrittura pop anni ’70; il secondo, Pale Green Ghosts, dedito a svisate electro. Eppure i pezzi di due dischi apparentemente così distanti si fondono alla perfezione in una scaletta notevolissima, con picchi assoluti nella GMF dedicata al pubblico (grazie, John), in Glacier, Where Dreams Go To Die e nella conclusiva Queen Of Denmark, che nella sua (auto)ironica dolcezza sembra accogliere il sereno che torna a riscaldarci almeno un poco, dopo decine di minuti di vero diluvio.
Zuppi e felici ci facciamo largo tra le pozzanghere alla volta dell’amato ATP, dove alle 19.40 ci attendono i Loop, vera istituzione del rock indipendente della seconda metà degli ’80, che si ripresenta sul palco nella formazione di A Gilded Eternity, per poco meno di un’ora di psichedelia chitarristica distorta e frastornante; ogni pezzo è un riff ripetutto alla nausea, vera violenza psicologica che non fa prigionieri. Presenza sonica impressionante, fin dall’apertura con lo storico manifesto Soundhead.

John Grant

La cena, una conveniente brodaglia di ramen dal sapore chimico ma in fondo non disprezzabile, è consumata passeggiando con Andrea verso il Sony, dove pazientemente ci appostiamo per una mezz’ora buona prima della reunion degli Slowdive, l’evento per me più atteso di questo Primavera 2014.
Tendenzialmente questi ritorni non sono una cosa che apprezzi particolarmente, ma c’è qualcosa in questa band, qualcosa che va dalla musica fino ai volti dei suoi interpreti – forse, semplicemente, una meravigliosa e incontaminata purezza – che non permette di trattare tutto ciò con distacco. I My Bloody Valentine saranno certo più influenti eccetera eccetera, ma, almeno per me, non hanno la capacità di raggiungere la medesima comunione emotiva con l’ascoltatore.
Il concerto è stellare, come si poteva ben sperare, e forse una delle più belle cose che abbia visto in vita mia: le chitarre e la ritmica si intrecciano lievi, con gli incastri perfetti di composizioni nate per essere classiche; anche i momenti più noise sono percepibili come totalmente funzionali alla riuscita del brano e non fanno mai perdere di vista il centro di tutto. Cosa ancora più sconvolgente, poi, è pensare che queste meraviglie siano state composte da ragazzi in un’età compresa tra i 18 e i 24 anni circa.
La scaletta pesca piuttosto democraticamente dalle release del gruppo: tre pezzi da Souvlaki, due ciascuno da Just For A Day e Pygmalion; l’apertura è dedicata al commovente EP d’esordio, Slowdive/Avalyn, la chiusura a Golden Hair, angelica cover barrettiana.
Le voci di Neil Halstead e Rachel Goswell suonano miracolosamente immacolate e per un’ora si respira un’aria unica e particolare, come se il pubblico, per un attimo dimentico della frenesia del festival, si rendesse conto di trovarsi di fronte a un incanto di perfezione assoluta, da custodire per sempre nel cuore. E quando When The Sun Hits si spegne, per un attimo ti trovi a pensare che non sarebbe poi male chiudere gli occhi per sempre proprio in quel momento.

Slowdive

Si ritorna a una realtà comunque più che buona con i War On Drugs, che quest’anno con Lost In The Dream hanno pubblicato un gran disco (anche se il loro album migliore, per me, rimane l’esordio Wagonwheel Blues).
Il concerto, fortunatamente, inizia con venti minuti di ritardo ed è, almeno inizialmente, funestato da qualche difficoltà tecnica. Il suono crudo del live sposta il baricentro della proposta del progetto di Adam Granduciel verso una forma più classica di Americana elettrica, perdendo forse qualcosa in raffinatezza ma guadagnandone in coinvolgimento e impatto, all’apice in un brano meraviglioso come Burning.
Sulle note della conclusiva In Reverse“I don’t mind you disappearing ‘cause I know you can be found”, sembra dire proprio a noi il pezzo – iniziamo a incamminarci di nuovo (di nuovo!) verso il Sony, dove ci attende il concerto dei National.
Stretti per non perderci, ci intrufoliamo tra le maglie di un pubblico già foltissimo, fino a raggiungere una buona posizione, quasi centrale e piuttosto avanzata, e da lì assistiamo ai novanta minuti di una performance tiratissima di una band completamente focalizzata sulle canzoni migliori di un repertorio ormai notevole. I brani dell’ultimo Trouble Will Find Me ne escono di molto rivitalizzati (pure troppo, forse, nel caso della già bellissima Graceless, qui riproposta in una versione forse troppo uptempo); si pesca molto pure da High Violet, ma soprattutto c’è spazio per le perle di Boxer (Fake Empire e una Slow Show eseguita con Justin Vernon) e i brani più punk di Alligator, che sono anche i punti più alti dello show: Abel è tutta l’anima di Matt Berninger sputata sul pavimento e presa a calci, così come è urlata Mr. November, uno dei veri momenti LOL dell’intero festival: Matt chiama sul palco un ospite, lo presenta con tutte le ubriache attenzioni del caso e poi se lo dimentica completamente, lanciandosi tra la folla e arrivando quasi fino al mixer, barcollante, lanciando urla belluine che lasciano basito il malcapitato guest e il pubblico divertito e coinvolto.
Ecco, appunto, Matt Berninger: della band si è detto, ma del vocalist ancora no. Uomo instabile, mercuriale e intensissimo, performer un attimo barcollante e vulnerabile e l’attimo dopo riverso sul palco oppure sugli spettatori delle prime file. Applausi per lui e per tutti gli altri, insomma.

The National

Ci sarebbero gli Jesu alle 2.35, ma dopo undici ore passate al Parc del Forum credo che pure Justin Broadrick sarebbe andato a dormire, sfatto.

 

Sabato. Gathering Storm.

Tre pezzi del retromaniaco Jonathan Wilson sono il massimo che possa sopportare: non che sia musica brutta, tutt’altro – ben scritta e suonata nonostante, di nuovo, il palco Heineken si confermi una location abbastanza disastrosa; ma quei modi così totalmente 70’s non suonano alle mie orecchie come classici e senza tempo, sembrano solo vecchi.
Non c’è tempo per indugiare, però, dato che alle 19.20 tocca agli amatissimi Superchunk: arrivato con un quarto d’ora d’anticipo per prendere posto, mi accorgo, con discreta sorpresa di poter arrivare alla transenna. Risultato: vengo immortalato da Mac MacCaughan in una foto che finisce su Instagram (eccomi là, in basso a destra!), mentre ovviamente rivolgo uno sguardo triste, gobbo ed emo a una ragazza bellissima qualche metro più in là.
Il concerto è strepitoso e un must per chiunque ami il genere, il greatest hits di un universo parallelo in cui i pezzi di venti-venticinque anni fa (Slack Motherfucker, Skip Steps 1 & 3, Precision Auto, Driveway To Driveway) si mischiano alla perfezione con nuovi classici (Digging For Something, Crossed Wires, Me & You & Jackie Mittoo); un suono unico per tutti i cinquanta minuti dello show, un cambio di chitarra dovuto probabilmente a una minima variazione di accordatura. E poi riff power pop, cori da cantare a squarciagola, assolo noise melodici come se piovesse e Mac con la carica di un ragazzino nonostante le quarantasette primavere. Da lasciarci il cuore.

Superchunk

L’unico piccolo rimpianto del mio Primavera sta nell’aver perso Mark Eitzel all’Auditori, spettacolo di cui Andrea ed Elena mi diranno meraviglie (tre canzoni da California, per dire). Vado dritto dritto al Ray-Ban, invece, dove si esibisce Caetano Veloso. Di lui conosco davvero nulla (cose sparse di fine ’60-inizio ’70, qualcosa dell’ultimo decennio), ma il concerto è bellissimo, musica che fluisce con una naturalezza impressionante anche a orecchie non educate come le mie. Tutto il pubblico ondeggia rapito e la voce di Veloso è puro velluto, perfettamente intatta nonostante l’età avanzata (fraseggio sciolto, timbro cristallino). Quasi in chiusura, dopo tanto dolce ballare, la classicissima O Leãozinho pare messa apposta lì per scioglierci in un tenero abbraccio. E infatti io abbraccio una perfetta sconosciuta.

Caetano Veloso

Ma non c’è tempo di cincischiare nemmeno ora perché, di nuovo all’ATP, ci si prepara a qualcosa di imponente. Sul palco, buio e illuminato solo da video che accompagnano la performance, ci sono i canadesi Godspeed You! Black Emperor, fermi per un decennio e ritornati poi nel 2012 con l’immenso Allelujah! Don’t Bend! Ascend!. Il post-rock non è mai stato un genere che io abbia particolarmente apprezzato (e me lo confermeranno i tre monotoni pezzi dei Mogwai visti più tardi), ma con loro è diverso: perché ogni nota, nella loro musica, sembra necessaria alla costruzione di una visione più alta e di un’emozione non riferibile a parole; perché il loro suono non è la semplice reiterazione di arpeggi o l’alternanza di pieni e vuoti, ma può vantare pure influenze ritmiche etniche e violenti riff dal sapore stoner, con la grandezza delle composizioni classiche; perché s’insinuano nella mente ma scuotono fin nelle viscere.
Mastodontici, insomma, nel fare di maratone da oltre venti minuti (cinque brani in quasi due ore di concerto, e tra questi Mladic e Moya) un perfetto soundscape per l’Apocalisse. E ci si ritrova, spesso, con gli occhi chiusi, a non aver bisogno d’altro che di quel suono. Gathering Storm, ecco.

GY!BE

In preda a una singolare esaltazione, non mi resta che tuffarmi con gli amici nell’insano pogo che accompagna i cinquanta minuti dei Cloud Nothings. Che potrebbero tranquillamente aver suonato cinque volte lo stesso pezzo (e qui cito Andrea), ma ciò non toglie che sia stato il delirio più divertente e pericoloso del mio festival, con gente che pareva sbucare da ogni dove. E una ragazza che ti piove in braccio dal crowd surfing, ti stampa un bacio e poi si perde: cose che capitano solo al Primavera. Almeno, a me.
Infine, confermando la gloriosa tradizione del “pissing the main events”, mi dirigo allo sperduto Adidas Originals Stage, ignorando del tutto Mogwai e Nine Inch Nails, per godermi con pochi altri i bravissimi Junkfood, una delle poche (due, forse?) band italiane a esibirsi quest’anno. Il loro The Cold Summer Of The Dead è album splendido e il quartetto (interamente strumentale, con basso, batteria, chitarra, tromba ed effetti vari) si conferma anche dal vivo, nonostante una platea non proprio numerosa, come una realtà di valore internazionale: jazz, post-rock, psichedelia e tirate devastanti, sebbene forse mancante ancora di qualcosa che permetta di agganciare davvero il pubblico. Ma mi rende felice il fatto di aver chiuso il cerchio di queste tre giornate travolto da pezzi incendiari come Aging Hippie Liberal Douche o Days Are Numbered.

Junkfood

 

Domenica. I Know It’s Over.

Poi restano le ore che separano dal volo di ritorno, per farsi abbracciare dalla sorda (letteralmente) malinconia di una giornata senza concerti, priva della paura meravigliosa di perdere una nota, un passaggio, un ritornello, uno sguardo felice quanto il tuo. Per salutare gli amici, che rivedrai dopo giorni o mesi, e un’esperienza che vorresti fosse la tua vita, sempre.

PrimaveraSelfie

 

Top 5

Slowdive, Godspeed You! Black Emperor, Superchunk, Julia Holter, The National

 

Playlist

Dieci cose che mi rovineranno la vita nei prossimi giorni.

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