Scrivere su Letterboxd. Recensioni raccolte / 2

Secondo capitolo dei commenti che ho lasciato su Letterboxd per gli ultimi film visti. Anche a questo giro ci sono dieci recensioni brevi scritte di recente. Buona visione, amici.

ATOMICA BIONDA
David Leitch, 2017

Il piacere di un film in sala, il pomeriggio di ferragosto. E che film!
Atomic Blonde è il primo film da regista di David Leitch – dopo la collaborazione con Chad Stahelski per John Wick – e un adattamento del fumetto The Coldest City, inedito qui da noi.
Nella Berlino del 1989 e della caduta del Muro, Charlize Theron è una spia incaricata di recuperare un documento finito nelle mani sbagliate: una missione la cui riuscita dovrebbe teoricamente impedire il riacuirsi delle tensioni della Guerra Fredda.
Certo: abbiamo a che fare con un fumettone, ma l’ambientazione berlinese – proprio *quella* specifica Berlino, che ha offerto ispirazione ad artisti in moltissimi campi per alcune delle loro opere più riuscite -, una trama che va incupendosi col passare dei minuti, degli stunts spettacolari (vedasi la scena della scala, degna di The Raid) e una Theron alle prese con un personaggio strepitoso, contribuiscono a fare di Atomic Blonde una delle più rinfrescanti proposte di questa stagione cinematografica. Da non perdere, anche per la favolosa colonna sonora.

BABY DRIVER
Edgar Wright, 2017

Per favore, non chiedetemi di essere obiettivo con Edgar Wright. Non chiedetemi imparzialità con uno che ha saputo mettere in fila, nell’ordine: una sitcom ancora oggi impressionante per libertà creativa e quantità di idee comiche, in rapporto alle possibilità economiche (Spaced); una trilogia di esilaranti omaggi/parodie di horror (Shaun Of The Dead), buddy movies (Hot Fuzz), sci-fi (The World’s End); l’adattamento cinematografico di un fumetto più riuscito di sempre (Scott Pilgrim Vs. The World), che ha tra l’altro il grande merito di definire Michael Cera come l’epitome del nerd nei secoli dei secoli.
Tutto questo per dire che è giusto aspettare ogni nuova uscita del regista britannico con l’ansia della rivelazione. Perché Edgar Wright ha un dono: a differenza di tanti altri cineasti cresciuti a pane, videogiochi, fumetti e altre amenità geek, non si limita a compiacersi del livello meta delle proprie opere; ha invece una visione del cinema complessa e completa, personalissima e libera – e non è un caso che con la Marvel non sia andata a finire bene, per l’adattamento di Ant-Man.
Come tutti gli altri suoi film, Baby Driver è *necessario*: un popcorn movie perfetto che racconta la storia di Baby, la cui abilità al volante viene sfruttata da un sempre inquietante (e bastardissimo) Kevin Spacey per mettere a segno colpi con squadre di criminali sempre differenti. Da piccolo il ragazzo ha avuto un grave incidente e da allora soffre di acufene: la cura a quel ronzio sono auricolari con canzoni su canzoni, sparate ad alto volume 24 ore al giorno.
Questo per dire della trama, che presenta risvolti di volta in volta esilaranti e drammatici, commoventi e romantici. Ma più del *cosa*, in Baby Driver conta il *come*: le quasi due ore di durata sono di fatto costruite intorno alla colonna sonora, a partire dall’inseguimento d’apertura – una scena che Wright pare avesse in testa sin dalla prima volta in cui, nel 1994, ebbe modo di ascoltare Bellbottoms della Jon Spencer Blues Explosion. La storia, il montaggio, le portiere che sbattono, le luci che lampeggiano, i graffiti sui muri: tutto in Baby Driver si muove al tempo stabilito dalle canzoni stipate negli iPod di Baby.
Ed è un’opera da cinque stelle, per me: non abbiamo di fronte solo il pur pazzesco videoclip di un nerd geniale, ma un film dal cuore pulsante, che fa stare bene e fa venire voglia di tornare a guardare il mondo attraverso lenti colorate. Con una canzone assassina in cuffia.

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If it’s magic then why can’t it be everlasting? 25 dischi per l’estate

In una recensione non proprio entusiastica su quella che allora era l’ultima fatica dei R.E.M. – Reveal, una quindicina di anni fa – Riccardo Bertoncelli scriveva: “spacciato come un disco sull’estate, Reveal è molto più malinconico e riflessivo di quanto vorrebbe sembrare. […] Qua e là aleggia il fantasma di Brian Wilson, un altro che dell’estate aveva una (inquietante) idea tutta sua.”

Ecco: l’idea di questo post – scritto a sei mani con Andrea e Valentina, com’era successo già in questo vecchio post – nasce per raccontare l’idea d’estate di ciascuno di noi tre, attraverso la musica. E sì, è già settembre, ma qui sotto trovate un po’ di dischi che secondo noi vale la pena ascoltare nella stagione calda. Leggete, e intanto ascoltate: la playlist sta qui.


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Scrivere su Letterboxd. Recensioni raccolte / 1

Scrivere due righe di commento su Letterboxd per un film visto: da esercizio occasionale a ottima abitudine, che aiuta a ricordare le cose importanti e non perdere pezzi per strada. Raccolgo qui dieci commenti che ho scritto di recente per altrettanti film, ché rileggere tutto in un unico posto fa benissimo, anche per capire cosa funzioni e cosa meno nella scrittura. Però principalmente metto tutto qui perché vorrei davvero che li guardaste, questi film, visto che stanno tutti tra il buono e l’ottimo – c’è addirittura un capolavoro moderno qui in mezzo. Buona visione, dunque!

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If dreams are like movies. La musica nel cinema degli anni Dieci

Al cinema ci sono arrivato tardi. Avevo 27 anni quand’è successo, e il mio tramite è stato come sempre la musica. Sono passati sei anni da allora, e i momenti più memorabili della mia esperienza di appassionato – quelli che proprio non riesco a dimenticare, tanto mi tormentano le notti – sono quelli in cui l’incastro audio/video è così perfetto da farmi scordare perché quelle note e quelle immagini siano state separate, prima e dopo. E qui raccolgo un po’ di pezzi che hanno accompagnato scene per me indimenticabili nel cinema del decennio che stiamo vivendo.

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I am in love and you are to blame. Due anni con i Beach Slang

Questo pezzo l’avevo scritto per un sito amico, fatto da amici. Doveva uscire lì, ma per un po’ di motivi alla fine non se n’è fatto nulla. Però mi pesava l’idea di non metterlo da nessuna parte, perché qui si parla di canzoni speciali, di quelle che ti buttano giù dal letto la mattina e danno una ragione per continuare a cercare persone che si sentono come te.

Beach Slang

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Time’s the great destroyer. Cento dischi per gli anni zero

Se qualcuno dovesse mai chiedermi dove sia iniziata la mia vera mania per la catalogazione e l’archiviazione degli ascolti musicali, dovrei dire che la prima introduzione al mondo dell’ossessione sono stati quei giganteschi dizionari del pop-rock usciti in un periodo appena precedente a quello in cui avrebbero perso completamente senso. Migliaia, decine di migliaia di artisti e album mai sentiti – e che non avrei poi ascoltato a meno di miracoli, essendo ancora nel pieno dell’era pre-mp3, per me. Roba su cui potevi giusto fantasticare, a meno che non la comprassi, a meno che qualcuno te la regalasse o la registrasse per te.

Però c’è un momento ancora legato alla carta che metterei all’inizio di tutto. Era una sera di primavera del 2001 e me ne andavo in giro con mia madre – sempre lei, quella che mi comperò per caso Binaural dei Pearl Jam (le piaceva la copertina) e mi regalò la passione di una vita. C’era da andare all’ospedale, ricordo, e passammo per un’edicola; ed ecco, vedo spuntarmi nella sezione musicale il faccione di Kurt Cobain: stava sulla copertina del Mucchio Selvaggio, per il primo numero di Extra, con un gran bel cd allegato; dentro, prometteva la copertina, ci avrei trovato la classifica dei migliori cento dischi degli anni Novanta. E ci trovai quello che speravo: qualche foto bellissima – chi se la scorda, quella degli Smashing Pumpkins rubata al booklet di Mellon Collie – e cento album divisi in tre sezioni (primi venti, altri trenta, ultimi cinquanta). Musica incredibile che allora conoscevo quasi solo per sentito dire e che oggi posso dire di aver ascoltato quasi dalla prima all’ultima nota.

enciclopedie pop rock Continue reading “Time’s the great destroyer. Cento dischi per gli anni zero”

Just don’t leave. Dieci cose dal Primavera 2016

each evening the sun sets in five billion places,
seen by ten billion eyes set in five billion faces,
then they close in a daze and wait for the dawning,
but the daylight and sunrise are brighter in our eyes,
where night cannot devour golden solar power

Anche quest’anno si torna dal Primavera e si riprende con la solita routine – e ho ben poco di che lamentarmi, sia chiaro, sebbene ogni routine che non preveda chitarre jangle cominci a provocarmi seri fastidi. Invece del solito post chilometrico, però, ho deciso di raccontare la mia settima trasferta barcellonese in dieci piccole istantanee da dieci concerti cui ho avuto la fortuna di assistere nei miei tre giorni di permanenza. Quindi: eccole qui, in ordine rigorosamente sparso, anche come sorta di ringraziamento per gli amici che mi hanno sopportato.

amici primavera

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