Tornare indietro, accettarsi, andare avanti. Quietest Friend di Pedro The Lion

Le storie poco edificanti che ci riguardano non ce le raccontiamo mai davvero in maniera sincera: a me, almeno, capita così – le dico, le ridico, le rivivo dentro fino a quando non diventano accettabili. Ad esempio: racconto sempre a tutti che tra le elementari e le medie ero quel tipo di bambino e poi ragazzo che tutti fanno a gara per picchiare, infastidire, prendere in giro.
Non è andata esattamente così: arrivavo da un paese e non dalla città – se così si può chiamare Crema – e quindi di base venivo discriminato come si è abituati a fare con qualunque “straniero”, indipendente da quanto sia lontana la provenienza. Però non è vero invece che io sia stato vittima di pestaggi, lievi o pesanti che siano: ho il ricordo distinto di una sola occasione in cui un ragazzo mi mise davvero le mani addosso, schiacciandomi contro la cancellata della scuola e facendomi mancare l’aria. Orribile, per carità, ma non esattamente una roba da thug life.

Non so ancora perché lo faccia, ma so che lo faccio ormai in automatico. Una spiegazione che mi sono dato in questi giorni – e potrebbe essere totalmente indotta da altro, quindi prendetela con le pinze – è che con questo io voglia giustificare qualche mio comportamento violento nei riguardi di qualcuno motivandolo con una violenza subita da qualcun altro. Non so se sia vero, ma certo è che l’unica volta in vita mia in cui abbia fatto male fisicamente a una persona – del tutto involontariamente, specifico sebbene non sia una giustificazione – rappresenta per me ancora un ricordo doloroso, bruciante, che mi fa pensare a quello che potrei essere, non esercitassi su di me e le mie reazioni un controllo serrato.

Avevo undici anni, se non ricordo male – bugia: la terapia mi ha insegnato che è difficile che si dimentichino dettagli importanti come questo, quando si tratta di richiamare alla memoria episodi emotivamente faticosi; di solito è rimozione volontaria. Francesco era il mio unico e migliore amico, all’epoca (l’avrei perso per sempre con il passaggio alle superiori) – era piccolino, d’aspetto malaticcio, sporco e trascurato: in pratica aveva tutto quello che avrei desiderato da una persona, all’epoca, per instaurare un rapporto profondo (tradotto: avevo bisogno di gente che dovesse essere dipendente da me, altrimenti avrei avuto troppa paura di perderla). Eravamo due dei perdenti di una classe di perdenti, e pertanto destinati a stare insieme nonostante in fondo non avessimo probabilmente nulla in comune a parte questo.

Andò così. Un mattino – era l’intervallo – io e lui eravamo rimasti in classe a giocare a rincorrerci fra i banchi. A un certo punto, non so come mai – di nuovo, bugia: solo, non ho ancora elaborato questo passaggio – iniziammo a spintonarci con più forza; la cosa mi infastidì in fretta, e ricordo d’averlo preso e letteralmente lanciato contro una parete. Lui ci rimbalzò contro, disarticolato come una marionetta, e andò a colpire con la testa lo spigolo vivo di una colonna: scoppiò a piangere, tenendosi stretto il capo fra le mani. Vidi gonfiarglisi un enorme bozzo sulla fronte, proprio sopra la tempia destra. Andai subito a scusarmi, perché capivo di aver fatto una cosa terribile, ma soprattutto perché temevo le conseguenze di quel gesto: non tanto e non solo egoisticamente (mi avrebbero sospeso?), ma perché quel gesto mi poneva di fronte a una questione che ancora oggi mi perseguita – “posso essere all’altezza dello standard morale e comportamentale che ho settato per me e tutti gli altri viventi? E se non posso, sono degno di stare al mondo?”

Dei compagni di classe lo accompagnarono in infermeria, dopo avermi insultato; qualche minuto dopo fui convocato dalla preside. Una delle mie più grandi recite, lo ammetto, anche se forse chiamarla così non le rende giustizia: so che scoppiai a piangere pure io, raccontandole quanto quel ragazzo mi fosse caro (era vero, ma non era il punto), quanto avessi fatto per lui (era vero, ma non era il punto), quanto la cosa fosse stata del tutto involontaria (era vero e basta). In pratica, usai quelle debolezze che lo rendevano così dipendente da me per tracciare un ritratto che mi ponesse come in una condizione di superiorità morale e dunque come il bravo ragazzo (che ero, penso) che per un attimo, in un gioco da bimbi, aveva perso il controllo dei propri movimenti e delle proprie emozioni. La cosa non ebbe conseguenze: né per me, né per lui, né credo per quella cosa che chiamavamo amicizia. Fatto sta che sono ancora qui che ci penso e ci rimugino.

Ieri sera è stata l’ultima volta, e su Spotify andava Quietest Friend, il bellissimo singolo con cui diversi mesi fa David Bazan ha scelto di lanciare il nuovo album della sua band Pedro The Lion. Un classico pezzo indie-rock chitarristico ed emotivo, che rivaleggia con le sue migliori cose; ma invece di farmi pensare a quelle poche prove in saletta con degli amici di Monza in cui suonavamo i suoi classici – Options, Indian Summer – sono ritornato con la mente a Francesco, ed è facile capire il perché. La storia dell’opera è semplice: il disco racconta cose capitate a Bazan fino ai 12 anni, quando viveva a Phoenix; la canzone, invece, dice di un episodio di bullismo ai danni di un amico di cui il Nostro si rese protagonista per essere all’altezza delle aspettative crudeli dei propri compagni di classe.

“Perché tornare così indietro in un modo così specifico?”, gli hanno chiesto. La risposta: “beh, è stata solo una coincidenza. Volevo rinconciliarmi con quel luogo e immagino di aver capito mentre andavo più a fondo nel processo che c’erano diverse esperienze e stati d’animo negativi che mi provocavano dolore o mi costringevano in una sorta di narrazione negativa di certi momenti. Avevo bisogno di tornare là e parlare a quel ragazzino ed essere il conforto e la prospettiva di cui avrei avuto bisogno all’epoca ma cui ovviamente non potevo avere accesso”.
Niente descrive meglio di una frase come questa il senso della musica come terapia e autoterapia, e il conforto che di fronte ad affermazioni e suoni simili anche l’ascoltatore – io, in questo caso – può trovare. La storia di un’amicizia perduta per un’idiozia ragazzina è stata il propellente per il mio viaggio nel tempo di ieri sera, che mi ha riportato a quella mattina dell’inverno ’95: è cominciato tutto appena la canzone è partita.

Qualche colpo secco di batteria, ed è esattamente come sentire il corpicino di Francesco sbattere contro la parete, fino a quella colonna. Arriva la chitarra a portare la melodia – ampia, aerea, messa lì apposta per creare lo spazio necessario per una storia – e poi è il turno della voce dolente di Bazan (un timbro affaticato, come un Adam Duritz dopo tre piani di scale e della codeina). Setta immediatamente il mood con tre frasi: “mi sono reso estraneo a me stesso”, “ho scambiato la mia saggezza per una giuria di miei pari”, “ti ho ignorato per trent’anni”. Niente di speciale, forse, se non ci si emoziona per questo genere di sonorità: la progressione è classicissima, e anche se il tiro non si adagia mai (e quanto indie-rock, oggi, finisce per suonare stanco e dimenticabile), sembrerebbe solo una canzone bella ma ordinaria. Eppure, eppure.
Eppure ci sono quelle parole, declamate con solennità e attenzione e interesse (sia per l’amico che per il sé piccino), perfette per quell’esatto tappeto. Il ritornello attacca in minore ed è ancora tutta una confessione, un’ammissione di colpa: “non devi nemmeno dirmi quanto debba essere stato difficile per te lasciarmi entrare. Nulla dura per sempre, e ora capisco di averti ferito di nuovo, amico mio quieto”. Semplicissimo, e tutto dove deve stare: è quello che fa la psicoterapia, aiuta a vedere pezzi di sé (non straordinari, non incredibili, solo cose che erano sempre state lì e non avevamo mai saputo e voluto vedere) e a metterli in fila.

La seconda strofa è proprio il luogo del delitto: la sala da pranzo in quinta elementare per David, l’aula della mia prima media per me. Amici che dicono stupidaggini e improvvisamente il quietest friend diventa l’obiettivo di una cosa a caso scritta dal musicista: “mi guardavano tutti aspettando che vibrassi il colpo definitivo”, racconta il testo. È proprio vedere un rapporto andare in frantumi davanti a sé per la fiducia tradita da un gesto violento, cattivo, inutile – come è sempre la cattiveria: ma non è giudicandola che si impara a gestirla e a superare certe reazioni. C’è ancora un ritornello, e poi arriva la spiegazione di tutto.
L’apertura melodica non è imprevista né esattamente rivoluzionaria (Sol, Do, Sol, Re, Sol), ma sta in un posto dove non te l’aspetteresti: di solito questo è un bridge che riporta il pezzo alla struttura base, e invece qui sta proprio alla fine. “Potremmo scrivere dei promemoria, per questa storia / li manderei a memoria / e potrei cantarli a me e a chiunque volesse ascoltarli / potrei infilarli in un disco sulla mia città natale / seduto qui con una penna e un foglio / ora sto davvero ascoltando”: è pura emozione, questa, pura riconnessione con se stessi. Ecco perché è tutto così emozionante, in quel mezzo minuto conclusivo: la progressione melodica che scintilla quasi trionfale – pur nell’inevitabile malinconia di fondo: il male è stato fatto e non c’è verso che si possa ritornare indietro – getta nuova luce su un angolo ombroso di un passato lontano, e mostra come solo facendo i conti con i propri errori e mettendosi in contatto con le proprie emozioni più intime senza negarle si possa provare a venire a capo dei propri nodi.

Non sarò mai più amico di Francesco, non saprò mai più nulla di lui – spero sia felice, ma lo spero per chiunque, questo – ma non è questo l’esatto punto. Si tratta invece di tornare in un posto doloroso, prendersi per mano e portarsi in un altro posto più confortevole, dove si stia bene e ci si ammetta di poter essere fallibili senza per questo perdere di vista l’obiettivo: non già e facilmente non fare più male a nessuno, quanto piuttosto crescere e guardare avanti stando sulle spalle dei propri sbagli e del proprio bagaglio emotivo.
Forse è quello il motivo per cui ogni volta che sento quel passaggio metto mano al fazzoletto: non è una strofa, né un ritornello, né un bridge o un passaggio melodico particolare. È una persona che si spiega a se stessa e si perdona, e nel processo aiuta anche me a farlo.

The future is unwritten. Gli Anni Dieci in cinquanta dischi

I’m sick of this record already
let’s wreck all the preconceived notions we bring to it
check all the baggage or better yet burn it
and start all over again
(Ordinary Life, Ezra Furman)

Le biblioteche dovrò ringraziarle per sempre, per tutta una serie di motivi.

Primo fra tutti, e direi più importante, l’avermi messo di fronte alla necessità di imparare a parlare con le persone per potermi veramente dire di questo mondo – me lo ricordo ancora, tutto il colloquio per il servizio civile con gli occhi bassi. Secondo, e di conseguenza: tutti gli amici che ho potuto incontrare grazie a questa scossa tellurica alla quiete depressa dei miei primi vent’anni.

Ma questo è solo un MacGuffin. In realtà delle biblioteche – e di una specifica biblioteca, quella di Crema – mi serve solo un sottoscala per iniziare a raccontare.

Era il 2007. Ascoltavo musica serialmente da sette anni circa, da quando mia madre mi aveva comperato per caso Binaural dei Pearl Jam; la mia collezione di cd ammontava a diverse centinaia di pezzi – praticamente tutti anglofoni o anglofili – e quella di mp3 era un hard disk con dentro qualcosa come diecimila album (e li ho ascoltati tutti: ho sempre dormito poco e male).

Un periodo della storia che oggi pare preistoria, in cui quello che ascoltavo non era ancora che una minima parte di quello di cui leggevo. Sul resto fantasticavo o parlavo a vanvera, come chiunque altro: chi vi dice il contrario, mente.

Bene. Quella mattina nelle mie cuffie c’era Beyond, il comeback dei Dinosaur Jr in formazione originale. Identico a tutti i loro altri dischi, naturalmente: ma quello, per me che ambivo a farmi storiografo dell’intero scibile indie-rock, era un evento sensazionale. Del resto, quella cannonata di Almost Ready – una progressione melodica talmente caricaturale da portare incisa nei solchi la gigantesca scritta “suonami ad alto volume” – era lì a dirmi che avevo aspettato il ritorno di J, Lou e Murph per un ottimo motivo. La facevo ascoltare a chiunque, esaltato, in attesa che i tre arrivassero a prendersi quel che restava dei miei timpani in qualche concerto in qualche sperduto locale dal soffitto troppo basso per casse troppo grandi. E piaceva a tutti, mediamente, ma poi arrivò Marco. Continue reading “The future is unwritten. Gli Anni Dieci in cinquanta dischi”

E non sentirci mai più soli. Animali Notturni dei Fast Animals And Slow Kids

Alla fine è arrivato, Animali Notturni. E quando è arrivato per tutti, devo confessare che l’avevo già in cuffia da un paio di settimane grazie ad Alessandro – chitarrista dei Fast Animals And Slow Kids – che me l’aveva fatto ascoltare con grande anticipo: “mi piacerebbe sapere cosa ne pensi”, mi aveva scritto con quelle poche parole che tradiscono sempre timidezza e voglia di fare cose importanti che vengano capite senza fraintendimenti.

Un onore per me, che questa band l’ho iniziata a seguire e poi fatta mia sei anni fa circa, grazie a una (allora) ragazzina che frequentava la mia biblioteca e che non ringrazierò mai abbastanza; una band che ha scritto un disco, Hybris, che è letteralmente l’album che ho ascoltato di più in vita mia – e non intendo “molto” e nemmeno “moltissimo”, ma proprio un disco che ho consumato per mesi e mesi ogni giorno andando a lavoro e cantandolo a squarciagola, molto più di quanto abbia mai fatto con qualunque altra opera di qualunque altra band seminale in qualche modo accostabile a loro per suoni e stile (non i Pearl Jam di Ten, Vitalogy e Binaural; non i REM di Green o Automatic For The People; non gli Husker Du di Warehouse: Songs And Stories o Zen Arcade; non gli Smashing Pumpkins di Mellon Collie And The Infinite Sadness).
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Il centro del mio stare al mondo. Dieci dischi per un anno

Stavo leggendo la notizia del vicesindaco di Trieste che ha tolto le coperte a un barbone e se n’è bullato su Facebook e mi chiedevo come fosse possibile comportarsi come un cattivo da film Disney (nemmeno ben scritto) e vantarsene. E’ come la questione di Salvini che ama De André, una roba che non mi sono mai spiegato. O i lettori di Dylan Dog che poi lascerebbero i bambini affondare in mare. E ho capito qual è il problema.
Che per queste persone, le arti sono un’altra cosa rispetto alla vita reale. Loro non vivono alcuna contraddizione nell’amare un cantautore che esercitava una pietas quasi cristiana (non solo verso gli ultimi, ma proprio verso gli infami e i colpevoli) e, allo stesso tempo, mettere migliaia di persone per strada. Non hanno problemi a portare i figli a vedere un film animato che parla di eguaglianza, amore verso il prossimo ed equità, e poi lasciar morire qualcuno perché diverso da loro. Non sentono alcuna incoerenza nel leggere di un personaggio sempre dalla parte dei mostri, e poi postare foto del Duce sul loro profilo.
Perché, per loro, “sono solo canzonette”. Un intrattenimento, uno svago, che non ha alcuna correlazione con la vita reale, pratica. Loro “lavorano”, non hanno “grilli per la testa”.
E qui la rogna è sempre la solita: la cultura di fondo. Che non significa non aver studiato, ma non aver capito che un libro, una canzone, un film, un quadro, una scultura, un videogioco, un fumetto, sono spesso (anche nelle opere più disimpegnate) una riflessione sul reale che ci dice qualcosa, o ci insegna qualcosa, o ci spinge a pensare a qualcosa. Invece, per loro, la cultura (perché di questo si tratta) è una roba che non fa marciare i trattori (o le ruspe) e per questo è carina, sì, ma senza attinenza o rilevanza o importanza e non è foriera di alcun esempio o insegnamento. Ecco qual è il problema di Salvini e della sua espressione popolare, lo spregio della cultura nel senso più intimo e profondo della cosa.

(Roberto Recchioni su Facebook, qui) Continue reading “Il centro del mio stare al mondo. Dieci dischi per un anno”

2018, una retrospettiva. MITH di Lonnie Holley

Su SALT Editions recensisco esclusivamente – e senza lesinare su avverbi e superlativi – album che ho amato, e nel 2018 ne sono usciti parecchi. Ho pensato che fosse il caso di raccoglierli anche qui per iniziare un po’ a fare il punto su quest’annata che, quanto alla musica, ha riservato e sta riservando davvero parecchie soddisfazioni. Qui recupero un racconto piuttosto dettagliato del nuovo di Lonnie Holley, MITH, una cosa che definire album è davvero riduttivo: valga per lui piuttosto l’appellativo di “creatore di mondi”.


Le gallerie d’arte contemporanea e i musei di solito pensavano a Lonnie come a un artista folk, qualcosa che non apparteneva a quelle istituzioni. I musei d’arte popolare e le gallerie pensavano che il lavoro di Lonnie fosse troppo contemporaneo e non facilmente adattabile alle tematiche e alle idee delle opere che esponevano. Una volta, in un’intervista, disse: “tutti quei termini con cui mi hanno definito – outsider, folk, visionario, autodidatta – mi si sono appiccicati addosso come un vestito della taglia sbagliata.

Da un certo punto di vista è anche comprensibile, lo spaesamento che si prova di fronte ad artisti come Lonnie Holley – che quest’anno ne fa 68 e ha appena aggiunto un terzo, meraviglioso album a una discografia minuscola e immacolata. Difficile innanzitutto separare l’artista dall’uomo, l’idea che chiunque di noi possa farsi sul personaggio da una vita che pare uscita dalle pagine di un romanzo di un Twain catapultato nei fifties e sixties per niente scintillanti di Birmingham, Alabama. Settimo di ventisette figli, sottratto alla propria madre naturale a un anno e mezzo da una ballerina e poi rivenduto forse in cambio di whiskey a un’altra famiglia, sbattuto dalla polizia – appena undicenne – nella famigerata Alabama Industrial School for Negro Children (non tanto una scuola, quanto piuttosto un vero e proprio campo di lavoro in cui venivano ammassati ragazzi afroamericani): la storia di Lonnie Holley è così estrema e radicale da accogliere in sé praticamente ogni istanza immaginabile di decenni e decenni di oppressione, e forse anche per questo il suo fare musica si pone completamente al di fuori dello spazio e del tempo. Lonnie Holley è il secolo scorso e il prossimo, l’altroieri e il dopodomani di un’intera nazione. Continue reading “2018, una retrospettiva. MITH di Lonnie Holley”

Quindici film per il 2018

Deeper Into Movies

cmbyn

Quando si avvicina il momento di salutare l’anno che se ne va, buttare giù la propria personalissima lista riassuntiva è sempre una buona occasione per confrontarsi tra appassionati, come se ci si ritrovasse idealmente tutti a bere una birra assieme. Trovo sia anche un momento privilegiato per svelare non solo i gusti, ma anche le idiosincrasie del critico di turno: professionista o dilettante che sia. Ecco, non considerate questo elenco una solenne tavola della legge sui “Capolavori del 2018”, è più modestamente una sbirciatina in quello che è stato il mio anno: non posso fare a meno di pensare che la grande arte rappresenti sempre il proprio tempo, certamente cogliendo a suo modo lo zeitgeist, ma anche e soprattuttoin virtù dell’intimissima risonanza che sa generare con le nostre corde emotive. Buona lettura.

15. Sulla Mia Pelle

Quanto orgoglio italiano, quest’anno. Il patriottismo è un sentimento che di solito non…

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2018, una retrospettiva. And Nothing Hurt degli Spiritualized

Su SALT Editions recensisco esclusivamente – e senza lesinare su avverbi e superlativi – album che ho amato, e nel 2018 ne sono usciti parecchi. Ho pensato che fosse il caso di raccoglierli anche qui per iniziare un po’ a fare il punto su quest’annata che, quanto alla musica, ha riservato e sta riservando davvero parecchie soddisfazioni. Dopo il maestoso concerto con coro e orchestra al Primavera Sound, Jason Pierce è tornato in studio per il nuovo album a nome Spiritualized e ne è uscito con le nove canzoni di And Nothing Hurt: ancora una volta, un miracolo perfetto.


“Il mio primo desiderio, in cima alla lista per le registrazioni, era che il disco suonasse come qualcosa che venisse dagli studi della Columbia, ma trasmesso da un satellite. Avevo questa idea da tempo: ho sempre pensato che la musica che amo di più sembrasse appena caduta dal cielo, come se fosse stata mandata in onda da qualche strano satellite.” (Da un’intervista del New York Times, questa)

Se non fosse chiaro il perché Jason Pierce si faccia chiamare J Spaceman da una vita intera, è lui stesso a spiegarlo indirettamente in queste poche righe. Un’idea di suono, quella del suo progetto Spiritualized, che è felice ossessione per melodie ampie e limpidissime, suonate come sospesi nello spazio profondo – nient’altro intorno, la sua è musica che basta a se stessa. Lo aspettavo al varco, dopo l’esibizione once-in-a-lifetime al Primavera Sound di quest’anno e lui non ha tradito: il nuovo And Nothing Hurt è all’apparenza solo una collezione di nove, semplici canzoni che però, superato l’impatto di una confezione scintillante, rivela dettagli preziosi e preziose emozioni a ogni ascolto. Continue reading “2018, una retrospettiva. And Nothing Hurt degli Spiritualized”