Life is about creating yourself. Qualcosa sull’ultimo Bob Dylan

Doveva essere il quarto anno di liceo. Anzi no, mi correggo subito: era l’estate prima dell’inizio del mio ultimo anno al Racchetti di Crema, quando usci Love And Theft di Bob Dylan; era solo qualche mese che lo ascoltavo sul serio, e potete immaginare l’emozione nel tragitto dal negozio di dischi a casa, con quell’album ancora avvolto nella plastica e da cui mi aspettavo nuove meraviglie. Galeotta era stata una raccolta che spalmava su due CD la maggior parte dei suoi capolavori sixties e seventies e lasciava ben poco spazio al resto della produzione: tanto mi era bastato, all’epoca, per avere una folgorazione, anche se per me a quel tempo Dylan non era molto più che una leggenda del passato capace di colpi di coda imprevisti – l’ultimo, dicevano le mie varie enciclopedie, era vecchio solo di qualche anno: si chiamava Time Out of Mind – ma cui si dovevano più che altro rispetto e gratitudine per un passato remoto capace da solo di dar forma e suono a mezzo Novecento. Ma a parte quella consapevolezza, il mio era un amore per sentito dire.

Love And Theft arrivò nell’estate 2001, quella del G8 di Genova e dell’undicinove newyorkese, e l’impressione che mi fece fu subito straniante: tra blues elettrici di gran pregio e una ballad immensa come Mississippi, c’era uno spazio non secondario riservato a una serie di brani con il suono tenero e goffo di una delle vecchie radio a valvole. Sapevo che Dylan era uno avvezzo a un continuo sparigliare le carte – provocazione? Confusione? Desiderio di vedere altri posti? tutto e niente di quanto detto? – ma qui si esagerava: io avevo diciotto anni, volevo dispacci dal mondo intorno e idee per farmi mappe utili a crescere, e quello che avevo da più grande songwriter del secolo era una fuga nel passato.

Non capivo, non capivo proprio. Continue reading “Life is about creating yourself. Qualcosa sull’ultimo Bob Dylan”

Tornare indietro, accettarsi, andare avanti. Quietest Friend di Pedro The Lion

Le storie poco edificanti che ci riguardano non ce le raccontiamo mai davvero in maniera sincera: a me, almeno, capita così – le dico, le ridico, le rivivo dentro fino a quando non diventano accettabili. Ad esempio: racconto sempre a tutti che tra le elementari e le medie ero quel tipo di bambino e poi ragazzo che tutti fanno a gara per picchiare, infastidire, prendere in giro.
Non è andata esattamente così: arrivavo da un paese e non dalla città – se così si può chiamare Crema – e quindi di base venivo discriminato come si è abituati a fare con qualunque “straniero”, indipendente da quanto sia lontana la provenienza. Però non è vero invece che io sia stato vittima di pestaggi, lievi o pesanti che siano: ho il ricordo distinto di una sola occasione in cui un ragazzo mi mise davvero le mani addosso, schiacciandomi contro la cancellata della scuola e facendomi mancare l’aria. Orribile, per carità, ma non esattamente una roba da thug life.

Non so ancora perché lo faccia, ma so che lo faccio ormai in automatico. Una spiegazione che mi sono dato in questi giorni – e potrebbe essere totalmente indotta da altro, quindi prendetela con le pinze – è che con questo io voglia giustificare qualche mio comportamento violento nei riguardi di qualcuno motivandolo con una violenza subita da qualcun altro. Non so se sia vero, ma certo è che l’unica volta in vita mia in cui abbia fatto male fisicamente a una persona – del tutto involontariamente, specifico sebbene non sia una giustificazione – rappresenta per me ancora un ricordo doloroso, bruciante, che mi fa pensare a quello che potrei essere, non esercitassi su di me e le mie reazioni un controllo serrato. Continue reading “Tornare indietro, accettarsi, andare avanti. Quietest Friend di Pedro The Lion”

The future is unwritten. Gli Anni Dieci in cinquanta dischi

I’m sick of this record already
let’s wreck all the preconceived notions we bring to it
check all the baggage or better yet burn it
and start all over again
(Ordinary Life, Ezra Furman)

Le biblioteche dovrò ringraziarle per sempre, per tutta una serie di motivi.

Primo fra tutti, e direi più importante, l’avermi messo di fronte alla necessità di imparare a parlare con le persone per potermi veramente dire di questo mondo – me lo ricordo ancora, tutto il colloquio per il servizio civile con gli occhi bassi. Secondo, e di conseguenza: tutti gli amici che ho potuto incontrare grazie a questa scossa tellurica alla quiete depressa dei miei primi vent’anni.

Ma questo è solo un MacGuffin. In realtà delle biblioteche – e di una specifica biblioteca, quella di Crema – mi serve solo un sottoscala per iniziare a raccontare.

Era il 2007. Ascoltavo musica serialmente da sette anni circa, da quando mia madre mi aveva comperato per caso Binaural dei Pearl Jam; la mia collezione di cd ammontava a diverse centinaia di pezzi – praticamente tutti anglofoni o anglofili – e quella di mp3 era un hard disk con dentro qualcosa come diecimila album (e li ho ascoltati tutti: ho sempre dormito poco e male).

Un periodo della storia che oggi pare preistoria, in cui quello che ascoltavo non era ancora che una minima parte di quello di cui leggevo. Sul resto fantasticavo o parlavo a vanvera, come chiunque altro: chi vi dice il contrario, mente.

Bene. Quella mattina nelle mie cuffie c’era Beyond, il comeback dei Dinosaur Jr in formazione originale. Identico a tutti i loro altri dischi, naturalmente: ma quello, per me che ambivo a farmi storiografo dell’intero scibile indie-rock, era un evento sensazionale. Del resto, quella cannonata di Almost Ready – una progressione melodica talmente caricaturale da portare incisa nei solchi la gigantesca scritta “suonami ad alto volume” – era lì a dirmi che avevo aspettato il ritorno di J, Lou e Murph per un ottimo motivo. La facevo ascoltare a chiunque, esaltato, in attesa che i tre arrivassero a prendersi quel che restava dei miei timpani in qualche concerto in qualche sperduto locale dal soffitto troppo basso per casse troppo grandi. E piaceva a tutti, mediamente, ma poi arrivò Marco. Continue reading “The future is unwritten. Gli Anni Dieci in cinquanta dischi”

E non sentirci mai più soli. Animali Notturni dei Fast Animals And Slow Kids

Alla fine è arrivato, Animali Notturni. E quando è arrivato per tutti, devo confessare che l’avevo già in cuffia da un paio di settimane grazie ad Alessandro – chitarrista dei Fast Animals And Slow Kids – che me l’aveva fatto ascoltare con grande anticipo: “mi piacerebbe sapere cosa ne pensi”, mi aveva scritto con quelle poche parole che tradiscono sempre timidezza e voglia di fare cose importanti che vengano capite senza fraintendimenti.

Un onore per me, che questa band l’ho iniziata a seguire e poi fatta mia sei anni fa circa, grazie a una (allora) ragazzina che frequentava la mia biblioteca e che non ringrazierò mai abbastanza; una band che ha scritto un disco, Hybris, che è letteralmente l’album che ho ascoltato di più in vita mia – e non intendo “molto” e nemmeno “moltissimo”, ma proprio un disco che ho consumato per mesi e mesi ogni giorno andando a lavoro e cantandolo a squarciagola, molto più di quanto abbia mai fatto con qualunque altra opera di qualunque altra band seminale in qualche modo accostabile a loro per suoni e stile (non i Pearl Jam di Ten, Vitalogy e Binaural; non i REM di Green o Automatic For The People; non gli Husker Du di Warehouse: Songs And Stories o Zen Arcade; non gli Smashing Pumpkins di Mellon Collie And The Infinite Sadness).
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Il centro del mio stare al mondo. Dieci dischi per un anno

Stavo leggendo la notizia del vicesindaco di Trieste che ha tolto le coperte a un barbone e se n’è bullato su Facebook e mi chiedevo come fosse possibile comportarsi come un cattivo da film Disney (nemmeno ben scritto) e vantarsene. E’ come la questione di Salvini che ama De André, una roba che non mi sono mai spiegato. O i lettori di Dylan Dog che poi lascerebbero i bambini affondare in mare. E ho capito qual è il problema.
Che per queste persone, le arti sono un’altra cosa rispetto alla vita reale. Loro non vivono alcuna contraddizione nell’amare un cantautore che esercitava una pietas quasi cristiana (non solo verso gli ultimi, ma proprio verso gli infami e i colpevoli) e, allo stesso tempo, mettere migliaia di persone per strada. Non hanno problemi a portare i figli a vedere un film animato che parla di eguaglianza, amore verso il prossimo ed equità, e poi lasciar morire qualcuno perché diverso da loro. Non sentono alcuna incoerenza nel leggere di un personaggio sempre dalla parte dei mostri, e poi postare foto del Duce sul loro profilo.
Perché, per loro, “sono solo canzonette”. Un intrattenimento, uno svago, che non ha alcuna correlazione con la vita reale, pratica. Loro “lavorano”, non hanno “grilli per la testa”.
E qui la rogna è sempre la solita: la cultura di fondo. Che non significa non aver studiato, ma non aver capito che un libro, una canzone, un film, un quadro, una scultura, un videogioco, un fumetto, sono spesso (anche nelle opere più disimpegnate) una riflessione sul reale che ci dice qualcosa, o ci insegna qualcosa, o ci spinge a pensare a qualcosa. Invece, per loro, la cultura (perché di questo si tratta) è una roba che non fa marciare i trattori (o le ruspe) e per questo è carina, sì, ma senza attinenza o rilevanza o importanza e non è foriera di alcun esempio o insegnamento. Ecco qual è il problema di Salvini e della sua espressione popolare, lo spregio della cultura nel senso più intimo e profondo della cosa.

(Roberto Recchioni su Facebook, qui) Continue reading “Il centro del mio stare al mondo. Dieci dischi per un anno”

2018, una retrospettiva. MITH di Lonnie Holley

Su SALT Editions recensisco esclusivamente – e senza lesinare su avverbi e superlativi – album che ho amato, e nel 2018 ne sono usciti parecchi. Ho pensato che fosse il caso di raccoglierli anche qui per iniziare un po’ a fare il punto su quest’annata che, quanto alla musica, ha riservato e sta riservando davvero parecchie soddisfazioni. Qui recupero un racconto piuttosto dettagliato del nuovo di Lonnie Holley, MITH, una cosa che definire album è davvero riduttivo: valga per lui piuttosto l’appellativo di “creatore di mondi”.


Le gallerie d’arte contemporanea e i musei di solito pensavano a Lonnie come a un artista folk, qualcosa che non apparteneva a quelle istituzioni. I musei d’arte popolare e le gallerie pensavano che il lavoro di Lonnie fosse troppo contemporaneo e non facilmente adattabile alle tematiche e alle idee delle opere che esponevano. Una volta, in un’intervista, disse: “tutti quei termini con cui mi hanno definito – outsider, folk, visionario, autodidatta – mi si sono appiccicati addosso come un vestito della taglia sbagliata.

Da un certo punto di vista è anche comprensibile, lo spaesamento che si prova di fronte ad artisti come Lonnie Holley – che quest’anno ne fa 68 e ha appena aggiunto un terzo, meraviglioso album a una discografia minuscola e immacolata. Difficile innanzitutto separare l’artista dall’uomo, l’idea che chiunque di noi possa farsi sul personaggio da una vita che pare uscita dalle pagine di un romanzo di un Twain catapultato nei fifties e sixties per niente scintillanti di Birmingham, Alabama. Settimo di ventisette figli, sottratto alla propria madre naturale a un anno e mezzo da una ballerina e poi rivenduto forse in cambio di whiskey a un’altra famiglia, sbattuto dalla polizia – appena undicenne – nella famigerata Alabama Industrial School for Negro Children (non tanto una scuola, quanto piuttosto un vero e proprio campo di lavoro in cui venivano ammassati ragazzi afroamericani): la storia di Lonnie Holley è così estrema e radicale da accogliere in sé praticamente ogni istanza immaginabile di decenni e decenni di oppressione, e forse anche per questo il suo fare musica si pone completamente al di fuori dello spazio e del tempo. Lonnie Holley è il secolo scorso e il prossimo, l’altroieri e il dopodomani di un’intera nazione. Continue reading “2018, una retrospettiva. MITH di Lonnie Holley”

Quindici film per il 2018

Deeper Into Movies

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Quando si avvicina il momento di salutare l’anno che se ne va, buttare giù la propria personalissima lista riassuntiva è sempre una buona occasione per confrontarsi tra appassionati, come se ci si ritrovasse idealmente tutti a bere una birra assieme. Trovo sia anche un momento privilegiato per svelare non solo i gusti, ma anche le idiosincrasie del critico di turno: professionista o dilettante che sia. Ecco, non considerate questo elenco una solenne tavola della legge sui “Capolavori del 2018”, è più modestamente una sbirciatina in quello che è stato il mio anno: non posso fare a meno di pensare che la grande arte rappresenti sempre il proprio tempo, certamente cogliendo a suo modo lo zeitgeist, ma anche e soprattuttoin virtù dell’intimissima risonanza che sa generare con le nostre corde emotive. Buona lettura.

15. Sulla Mia Pelle

Quanto orgoglio italiano, quest’anno. Il patriottismo è un sentimento che di solito non…

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2018, una retrospettiva. And Nothing Hurt degli Spiritualized

Su SALT Editions recensisco esclusivamente – e senza lesinare su avverbi e superlativi – album che ho amato, e nel 2018 ne sono usciti parecchi. Ho pensato che fosse il caso di raccoglierli anche qui per iniziare un po’ a fare il punto su quest’annata che, quanto alla musica, ha riservato e sta riservando davvero parecchie soddisfazioni. Dopo il maestoso concerto con coro e orchestra al Primavera Sound, Jason Pierce è tornato in studio per il nuovo album a nome Spiritualized e ne è uscito con le nove canzoni di And Nothing Hurt: ancora una volta, un miracolo perfetto.


“Il mio primo desiderio, in cima alla lista per le registrazioni, era che il disco suonasse come qualcosa che venisse dagli studi della Columbia, ma trasmesso da un satellite. Avevo questa idea da tempo: ho sempre pensato che la musica che amo di più sembrasse appena caduta dal cielo, come se fosse stata mandata in onda da qualche strano satellite.” (Da un’intervista del New York Times, questa)

Se non fosse chiaro il perché Jason Pierce si faccia chiamare J Spaceman da una vita intera, è lui stesso a spiegarlo indirettamente in queste poche righe. Un’idea di suono, quella del suo progetto Spiritualized, che è felice ossessione per melodie ampie e limpidissime, suonate come sospesi nello spazio profondo – nient’altro intorno, la sua è musica che basta a se stessa. Lo aspettavo al varco, dopo l’esibizione once-in-a-lifetime al Primavera Sound di quest’anno e lui non ha tradito: il nuovo And Nothing Hurt è all’apparenza solo una collezione di nove, semplici canzoni che però, superato l’impatto di una confezione scintillante, rivela dettagli preziosi e preziose emozioni a ogni ascolto. Continue reading “2018, una retrospettiva. And Nothing Hurt degli Spiritualized”

2018, una retrospettiva. Two, Geography di Any Other

Su SALT Editions recensisco esclusivamente – e senza lesinare su avverbi e superlativi – album che ho amato, e nel 2018 ne sono usciti parecchi. Ho pensato che fosse il caso di raccoglierli anche qui per iniziare un po’ a fare il punto su quest’annata che, quanto alla musica, ha riservato e sta riservando davvero parecchie soddisfazioni. Two, Geography di Any Other (ovvero Adele Nigro) è stato di certo quello che ho ascoltato di più; Roger Ebert considerava il grande cinema una “empathy machine”: vale lo stesso per quest’album e quest’artista da tenersi stretti.


“Il disco precedente era stato letto – in parte anche a ragione – come quello di una ragazzina che ha fatto un lavoro onesto, diretto, grezzo – non voglio dire povero, perché dal punto di vista musicale non penso lo sia – ma elementare; d’altronde era il primo disco e non suonavo nemmeno da troppo tempo, quindi andava bene così. Con questo volevo scrollarmi di dosso tutto ciò, la mia aspirazione è quella di fare la musicista, quindi ho studiato e studio per migliorare. Mi sono detta: “ok faccio tutto io, ce la posso fare”. Non che ci sia niente di male nello stare in una band, anzi. Ti confesso, però, che mi è successo più di una volta che – sempre per il disco vecchio – i meriti venissero dati ad altre persone, ad esempio a Marco, perché se c’è un uomo che suona allora è bravo, invece se ci sono delle donne non sanno suonare, e io ho mi son detta: “Basta, adesso faccio vedere che in realtà sono una brava musicista, sono molto capace e quindi provo a fare da sola il più possibile”. Ed è stato proprio bello.” (Da un’intervista di SentireAscoltare, questa) Continue reading “2018, una retrospettiva. Two, Geography di Any Other”

2018, una retrospettiva. Fenfo di Fatoumata Diawara

Su SALT Editions recensisco esclusivamente – e senza lesinare su avverbi e superlativi – album che ho amato, e nel 2018 ne sono usciti parecchi. Ho pensato che fosse il caso di raccoglierli anche qui per iniziare un po’ a fare il punto su quest’annata che, quanto alla musica, ha riservato e sta riservando davvero parecchie soddisfazioni. E se c’è un disco che ha segnato la mia estate – e particolarmente un viaggio di una settimana per strade e stradine della Sicilia sud orientale – è stato Fenfo di Fatoumata Diawara.


Non so come spiegare, per me la musica è una delle poche cose belle che abbiamo nel mondo, musica è Dio, e io non sono altro che una traduttrice. Canto in Bambara, la lingua del Mali, per essere vicina alle mie radici ed entrare in contatto con quello che sento. La musica ci regala questa grande possibilità: la condivisione dell’amore, di una voce dolce, della felicità. Io questo voglio fare: rendere felici le persone. Continue reading “2018, una retrospettiva. Fenfo di Fatoumata Diawara”