2018, una retrospettiva. Post di Jeff Rosenstock

Su SALT Editions recensisco esclusivamente – e senza lesinare su avverbi e superlativi – album che ho amato, e nel 2018 ne sono usciti parecchi. Ho pensato che fosse il caso di raccoglierli anche qui per iniziare un po’ a fare il punto su quest’annata che, quanto alla musica, ha riservato e sta riservando davvero parecchie soddisfazioni. A gennaio eravamo partiti in quarta con qualche riga su Post di Jeff Rosenstock: un disco da non perdere, se amate il power-pop e l’indie-rock.


La fine di un anno e l’inizio del successivo sono sempre momenti magici per ogni appassionato di musica – o forse mi sbaglio, e lo sono solo per noi catalogatori maniacali. C’è la voglia di tirare le somme degli ultimi dodici mesi, con le immancabili classifiche; c’è l’ansia per le nuove uscite, di affondare i denti in note inaspettate. Per dire: alla cena di capodanno, a un certo punto, mi sono accorto che i King Gizzard & The Lizard Wizard avevano pubblicato il quinto album del 2017; non ho potuto ascoltarlo, quello no, ma le cose intorno sono come sparite. Immaginate la sorpresa di scoprire, qualche ora dopo, che il primo giorno del 2018 aveva portato con sé anche un grande album; inaspettato, perché il 2017 di Jeff Rosenstock era stato tutt’altro che pigro, dopo la pubblicazione dell’acclamato WORRY.

Dumbfounded, downtrodden and dejected.
Crestfallen, grief-stricken and exhausted.
Trapped in my room while the house was burnin’
to the motherfuckin’ ground

POST parte da dove finiva il lavoro precedente. Le prime parole che sentiamo – quelle della grandiosa USA – sono perfette nel descrivere l’angoscia di questo nuovo medioevo americano. L’angoscia di un punk progressista, che si guarda intorno e si domanda chi sia stato a permettere tutto questo, dubitando dell’everyman in coda nella station wagon proprio lì accanto o del commesso alla pompa di benzina. Sii sincero, dimmelo: sei stato tu?

Ansia, incredulità, da un tizio che due anni fa in fondo aveva previsto tutto, racchiudendo le sue paure in micidiali canzoni power-pop da due-minuti-due. A livello musicale, POST spinge ancora più a fondo sul pedale della melodia e della stratificazione: USA, per dire della prima canzone in programma, si stende per sette minuti e mezzo e si candida a essere uno dei pezzi indie-rock dell’anno, tutta stacchi, ripartenze, cori e layer di chitarra.

Fateci caso: anche se tutto fila per il verso giusto, liscio come l’olio, già al primo ascolto vi accorgerete che le progressioni armoniche, qui dentro, sono tutt’altro che prevedibili. C’è sempre il punk sparato, californiano e ipermelodico di Yr Throat, Powerlessness e Melba, ma non manca l’attenzione per il dettaglio sonoro (sentite la tastierina che entra sulla seconda strofa, a doppiare la linea vocale). Ci sono sempre tanti Weezer, come testimoniano diversi ottimi mid-tempo (All This Useless Energy, TV Stars, 9/10), eppure tutto questo zucchero melodico è sparso su una visione amara e tutt’altro che consolatoria della società dei meme. Leggete qui:

Shriek into the toxic well
where everybody’s screaming for themselves
and leaves no space to process feeling lost.
These overwhelming distractions
lead to powerlessness
and I feel too weak to walk it off.

Meet me at the Polish bar,
I’ll be the one staring at my phone,
shaking like a nervous kid,
totally terrified of being alone.

Non è così, però, che uno come Rosenstock può concludere un disco importante come POST, perché proprio non sarebbe rappresentativo del suo pensiero. L’analisi sociale e l’introspezione, qui, sono proattive, un invito a riprendere in mano la nostra esistenza e il nostro futuro a un duplice livello, personale e politico. Due ambiti che, nel caso di Rosenstock come del miglior DIY, non sono mai separati.

E quant’è bello che, dopo tanti ritornelli a perdifiato, gli ultimi undici minuti siano dedicati alla catartica Let Them Win: possono prenderci a calci nelle ginocchia, canta Jeff; possono arricchirsi raccontando balle, farci paura, giudicarci quando piangiamo e non empatizzare con nessuno se non con se stessi. Ma non li lasceremo vincere. Non di nuovo. Fuck no.

Il disco si ascolta da qui

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Frammenti di un discorso amoroso: La Doppia Vita di Veronica

Deeper Into Movies

Certi amori durano tutta la vita, e il mio per i film di Krzysztof Kieślowski non risente del passare degli anni. Nato un po’ clandestinamente durante una visione notturna di Film Blu, nel preziosissimo rifugio delle notti di Fuori Orario su Rai 3, continua a essere alimentato da una fiamma sempre viva. L’umanità disperata ma nonostante tutto viva del Decalogo e gli altissimi valori estetici e morali dei Tre Colori sono per me la sostanza di cui sono fatti, per definizione, i classici: non hanno mai finito di dire quello che avevano da dirmi. Un po’ come se, sotto sotto, mi sia convinto nel tempo che Krzysztof avesse afferrato qualcosa del senso del vivere, e lo volesse condividere: con me, con voi.

Il mio blog torna repentinamente in vita seguendo, almeno inizialmente, questo filo rosso. Ultimamente ho rivisto molti classici personali, film con cui sono cresciuto e che mi…

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Una storia d’amore che non mi faccia sanguinare. Settanta dischi italiani, dal 1972 a oggi

L’inizio di agosto, diceva stamattina una collega, è un periodo strano. Sei solo a metà dell’estate, eppure è come se già vedessi avvicinarsi il tempo malinconico degli ultimi fuochi, della fine della festa, aspettando che le foglie inizino a ingiallire e poi a cadere. È un periodo vitale, acceso, elettrico, che però a me fa sempre venire voglia di raccogliere pensieri, parole e canzoni – sorta di provviste per l’inverno, diciamo.
Ovviamente anche questa è stata un’estate piena di liste, che da sempre mi aiutano a fare ordine nelle cose del mondo, che capitano intorno e cascano addosso a una velocità sempre più difficilmente processabile. Organizzare la conoscenza in raccolte è ancora l’unico modo che conosca per affrontare tempi complicati: stavolta la politica non sembra il centro di tutto (per quella rimando al post di qualche settimana fa: leggetevelo qui); qui ci sono semplicemente settanta dischi italiani che raccontano cinquant’anni circa di musica di qualità in questo Paese. E che però secondo me, tra parole e note, sanno dire anche il perché di quello che stiamo vivendo ora e forse nascondono pure più di un’idea su come uscirne. Continue reading “Una storia d’amore che non mi faccia sanguinare. Settanta dischi italiani, dal 1972 a oggi”

Yes we all care, why don’t you. Cento dischi rossi per restare umani

Rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.

Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

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Oscurare e curare: che cosa ne sarà di Wikipedia, domani?

bibliotecari non bibliofili!

Ci sono già tantissime prese di posizione e spiegazioni del perché da oggi Wikipedia in italiano sia oscurata (qui c’è il punto di vista della comunità dei contributori italiani, qui e qui spiegazioni da parte di persone interne al movimento, qui una rassegna stampa in fieri dei rilanci giornalistici, qui la discussione interamente pubblica e aperta a chiunque su come sia stata presa la decisione di bloccare temporaneamente l’enciclopedia). Non sono perciò queste cose che cercherò di spiegarvi anch’io, che pure sostengo la protesta.

Io dirò solo che vedo un aspetto forte emergere dai commenti in rete (ad esempio su Twitter), quello del dare per scontato quanto si ha, anche se è relativamente giovane come una *enciclopedia online*. Oscurare Wikipedia crea un sacco di problemi e attira critiche, anche comprensibili. Ma sta di fatto che Wikipedia è lavoro, tanto ma tanto ma tanto lavoro fatto nel corso degli…

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Don’t be a stranger. Dieci film per un anno, scelti da Francesco Pandini

Oggi è l’ultimo appuntamento con i “Dieci film per un anno”, e, come già per i dischi, sono sempre io a chiudere le danze – e scusate la terza persona nell’immagine e nel titolo, ma le manie di grandezza mi perseguitano. Dopo le selezioni di Stefano, Andrea e Lara – tra le persone che più m’influenzano, quando si tratta di decidere cosa guardare la sera – tocca a me: niente di cui non abbiate già letto da qualcun altro, qui, ma se non altro avrete anche la mia versione dei fatti. Buona lettura, buona visione.

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Nodi, incastri, fratture. Dieci film per un anno, scelti da Lara Marziali

Terzo giorno. Stiamo arrivando alla fine del nostro “Dieci film per un anno”, e oggi tocca a Lara Marziali raccontarci cosa l’abbia colpita (e quanto e perché, dettagliatamente) nel corso di un 2017 che – nessuno di noi potrebbe negarlo – non è certo stato parco di grandi film. Solo due cose su di lei, prima di lasciarvi alle sue parole: Lara è una mia collega, la conosco da tre anni e – per via della sensibilità con cui guarda al mondo intorno e del modo in cui si appassiona alle cose – anche in fatto di cinema per me è una certezza (lo scoprirà da qui, dato che non gliel’ho mai detto prima). Chiederle di partecipare a questo progetto è stata una scelta naturale, di cui vado assolutamente orgoglioso: il perché lo capirete leggendo.

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